“Penso che l’Europa meriti di essere costruita”. Il discorso di Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo dell’Unione europea.

Riprendendo le parole pronunciate in Campidoglio sessant’anni fa dall’allora primo ministro lussemburghese Joseph Bech, Papa Francesco sostiene che “l’Europa merita di essere costruita”, così da tracciare l’inizio di una nuova possibilità di rinascita. Rivolgendosi ai capi di Stato e di Governo dell’Unione europea in Vaticano per la ricorrenza della storica firma dei Trattati di Roma che diedero il via all’Europa unita, Francesco ha voluto partire dalla memoria di questi 60 anni, proponendo un cammino comune necessario per ritrovare una nuova giovinezza e una rinnovata speranza.

Un discorso intenso, in continuità con quello già rivolto ai leader europei a Strasburgo nel novembre 2014 e in occasione del Premio Carlo Magno nel maggio dello scorso anno (vedi l’articolo https://lapiumablog.com/2016/05/08/che-cosa-ti-e-successo-europa/), nel quale chiede oggi ai governati «di non aver paura di assumere decisioni efficaci, in grado di rispondere ai problemi reali delle persone», indicando la solidarietà, l’apertura al mondo, il perseguimento dello sviluppo e della pace,  per uscire dalle molte crisi che oggi rischiano di far implodere l’Europa.

Un discorso bellissimo, da leggere e meditare. Ripropongo qui sotto un estratto e il video completo.

 

Penso che l’Europa meriti di essere costruita. I padri fondatori hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore, non hanno mancato d’audacia e non hanno agito troppo tardi, hanno dato vita all’appassionato impegno per il bene comune che li ha caratterizzati, nella certezza di essere parte di un’opera più grande delle loro persone.

Dopo gli anni bui e cruenti della Seconda Guerra Mondiale il ricordo delle passate sventure e delle loro colpe sembra averli ispirati e donato loro il coraggio necessario per dimenticare le vecchie contese e pensare ed agire in modo veramente nuovo per realizzare la più grande trasformazione dell’Europa. E scelsero Roma per la firma dei Trattati perché con la sua vocazione all’universalità – come dissero il 25 marzo del 1957 il ministro degli Affari Esteri belga Spaak e quello olandese Lunk – è il simbolo di questa esperienza e qui furono gettate le basi politiche, giuridiche e sociali della nostra civiltà.

I Padri fondatori ci ricordano che l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire ma una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere, o di pretese da rivendicare.
Nei Padri fondatori era chiara la consapevolezza di essere parte di un’opera comune, che non solo attraversava i confini degli Stati, ma anche quelli del tempo così da legare le generazioni fra loro, tutte egualmente partecipi della edificazione della casa comune. Il loro denominatore comune era lo spirito di servizio, unito alla passione politica, e alla consapevolezza che all’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, senza il quale i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano per lo più incomprensibili. Nel nostro mondo multiculturale tali valori continueranno a trovare piena cittadinanza se sapranno mantenere il loro nesso vitale con la radice che li ha generati. Nella fecondità di tale nesso sta la possibilità di edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali trovano ugualmente posto l’oriundo e l’autoctono, il credente e il non credente.

Per non far rimanere lettera morta i Trattati il primo elemento della vitalità europea è la solidarietà. Restare fedele allo spirito di solidarietà europea che l’ha creata. Spirito quanto mai necessario oggi davanti alle spinte centrifughe come pure alla tentazione di ridurre gli ideali fondativi dell’Unione alle necessità produttive, economiche e finanziarie.
Dalla solidarietà nasce la capacità di aprirsi agli altri. Come affermò Adenauer «I nostri piani non sono di natura egoistica e quelli che stanno per unirsi non intendono isolarsi dal resto del mondo ed erigere intorno a loro barriere invalicabili».

L’Europa ritrova speranza nella solidarietà, che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi. La solidarietà comporta la consapevolezza di essere parte di un solo corpo. Se uno soffre, tutti soffrono. Così anche noi oggi piangiamo con il Regno Unito le vittime dell’attentato che ha colpito Londra due giorni fa. Invece i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante. Occorre dunque ricominciare a pensare in modo europeo, per scongiurare il pericolo opposto di una grigia uniformità, ovvero il trionfo dei particolarismi. I leader politici evitino di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ed elaborino piuttosto delle politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa.

In un mondo che conosceva bene il dramma di muri e divisioni, era ben chiara l’importanza di lavorare per un’Europa unita e aperta e la comune volontà di adoperarsi per rimuovere quell’innaturale barriera che dal Mar Baltico all’Adriatico divideva il continente. Tanto si faticò per far cadere quel muro! Eppure oggi si è persa la memoria della fatica. Si è persa pure la consapevolezza del dramma di famiglie separate, della povertà e della miseria che quella divisione provocò. Così là dove generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i “pericoli” del nostro tempo: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari. Spesso si dimentica anche un’altra grande conquista frutto della solidarietà sancita il 25 marzo 1957: il più lungo tempo di pace degli ultimi secoli. Un bene che per molti oggi sembra un bene scontato e così è facile finire per considerarla superflua. Al contrario, la pace è un bene prezioso ed essenziale, poiché senza di essa non si è in grado di costruire un avvenire per nessuno.

La «crisi», concetto che domina il nostro tempo – c’è quella economica, quella della famiglia, quella delle istituzioni, quella dei migranti – è un termine che non ha una connotazione di per sé negativa e non indica solo un brutto momento da superare: la parola in greco significa «investigare, vagliare, giudicare. Il nostro è dunque un tempo di discernimento, che ci invita a vagliare l’essenziale e a costruire su di esso, un tempo «di sfide e di opportunità».
Quali prospettive indicano Padri i fondatori per affrontare le sfide che ci attendono. Le risposte sono nei pilastri sui quali essi hanno inteso edificare la Comunità economica europea: la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro. A chi governa compete discernere le strade della speranza, identificare i percorsi concreti per far sì che i passi significativi fin qui compiuti non abbiano a disperdersi.

Non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza. La questione migratoria pone una domanda più profonda, che è anzitutto culturale. La paura spesso avvertita trova nella perdita d’ideali la sua causa più radicale. Senza una vera prospettiva ideale si finisce per essere dominati dal timore che l’altro ci strappi dalle abitudini consolidate, ci privi dei confort acquisiti, metta in qualche modo in discussione uno stile di vita fatto troppo spesso solo di benessere materiale. Al contrario la ricchezza dell’Europa è sempre stata la sua apertura spirituale e la capacità di porsi domande fondamentali sul senso dell’esistenza. Il benessere acquisito sembra invece averle tarpato le ali, e fatto abbassare lo sguardo. L’Europa ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo.

L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità «è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale. Per ritrovare speranza serve l’ascolto attento e fiducioso delle istanze che provengono dai singoli, dalla società e dai popoli europei. Purtroppo, si ha spesso la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, spesso percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione.
L’Europa è una famiglia di popoli e la Ue nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. I Padri fondatori scelsero proprio questo termine come cardine delle entità che nascevano dai Trattati. Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto “comunità” di persone e di popoli consapevole che bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti.
L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace. Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche. “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, affermava Paolo VI, “non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria”.
Non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria o là dove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso, o nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e violenza.
Ai giovani bisogna offrire prospettive serie di educazione, reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. L’Europa ritrova speranza quando investe nella famiglia, che è la prima e fondamentale cellula della società. Quando rispetta la coscienza e gli ideali dei suoi cittadini. Quando garantisce la possibilità di fare figli, senza la paura di non poterli mantenere. Quando difende la vita in tutta la sua sacralità.

Estratto dal discorso di Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo europei presenti per le celebrazioni del 60° anniversario dei “Trattati di Roma”.

 

 

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La speranza germoglia nonostante la distruzione

Aleppo, Siria

Un uomo anziano fuma serenamente la pipa, ascoltando musica da un giradischi, seduto nel suo letto cosparso e circondato dalle macerie.

L’uomo nella foto si chiama Mohammed Mohiedine Anis, ha 70 anni e vive da sempre ad Aleppo. Anis è rimasto solo nella sua casa dopo che le sue due mogli e i suoi otto figli sono riparati all’estero a causa dei bombardamenti.

La foto è stata scattata il 9 marzo da Joseph Eid, fotografo di Agence France-Presse, che insieme ad altri giornalisti hanno fatto visita ad Anis nella sua casa di Aleppo.

Uno dei giornalisti gli ha chiesto se il giradischi accanto al letto funzionasse ancora. «Certo», ha risposto lui, «ora ve lo mostro. Un attimo! Non posso ascoltare la musica prima di accendermi la pipa». Come il resto delle cose nella casa, anche la pipa era rotta e Anis l’ha aggiustata con dello scotch. Poi ha fatto partire la musica. Eid ha raccontato: «Quest’uomo era seduto lì, nella sua camera da letto dove ancora dorme, senza finestre, senza una porta. I muri potevano crollare in ogni momento. E stava ascoltando la musica. Stava fumando la sua pipa».

http://www.ilpost.it/2017/03/15/distruzione-aleppo-in-una-foto/

Joseph Eid è riuscito a trasmettere con questo scatto la dignità di un uomo dinanzi allo sconvolgimento che la guerra procura. È una foto di una potenza straordinaria, perché riesce incredibilmente a trasmettere pace e speranza, nonostante la devastazione dei bombardamenti. La forza dell’immagine sta proprio nei contrasti e nei paradossi in essa ben rappresentati.

La serenità di quest’uomo sembra infatti riflettere l’intero spazio, persino i calcinacci a terra e le finestre sventrate diventano particolari armoniosi intorno a lui. Guardando la foto non si può restare indifferenti, e viene da chiedersi quale musica stesse suonando il giradischi…

In fondo quella stanza rappresenta la Siria di oggi, a sei anni esatti dall’inizio della guerra (cominciata proprio il 15 marzo 2011), dove distruzione e morte hanno sconvolto (e continuano a farlo) un Paese e la vita dei suoi abitanti, ma dove la speranza continua a germogliare seppur in mezzo alla distruzione.

E dove, nonostante tutto, la musica continua a suonare.

 

 

 

Il sogno di King Claudio Ranieri

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Poche ore fa si è compiuto un fatto sportivo che ha lasciato il mondo del calcio completamente esterrefatto: Claudio Ranieri, l’allenatore che solo qualche mese fa è riuscito a portare alla storica vittoria del campionato inglese il Leicester, è stato esonerato dalla dirigenza thailandese a fronte dei risultati estremamente deludenti di quest’anno, dove la squadra in campionato si trova a solo un punto dalla zona retrocessione.

La vittoria dello scorsa stagione è stata epica, un gruppo di giocatori semisconosciuti e una squadra che nella sua storia ha pressoché avuto come unico obiettivo quello di restare nella massima categoria ha compiuto qualcosa di stratosferico, vincendo uno dei campionati più difficili d’Europa. Per comprendere quanto straordinaria sia stata l’impresa delle Foxes basti pensare che per i bookmakers inglesi l’anno scorso il suo trionfo era quotato 5000 a 1. La classe e la genuinità di Claudio Ranieri hanno fatto breccia nel cuore dei tifosi inglesi, che non a torto lo hanno soprannominato “King Claudio”. Il suo atteggiamento umile e da vero comandante ha protetto la sua squadra, come a tutelare le fragilità di giocatori che non erano abituati ad affrontare le pressioni della stampa e gli attacchi continui di detrattori, scettici e invidiosi.

E nonostante l’intero starsystem del calcio, bookmakers e organi federali legati al potere finanziario, sperassero in una sua disfatta, il Leicester di Ranieri nel 2016 ha raggiunto le vette dell’impossibile, incarnando il mito di una realtà che è diventata storia per sempre. Per comprendere la popolarità che si è creata attorno a Claudio Ranieri e alla sua squadra basti pensare, ad esempio, che a seguito della vittoria del Leicester in Inghilterra sono aumentati a dismisura i neonati chiamati Claudio o Claudia!

Soltanto nove mesi dopo però l’idillio è finito, Ranieri è passato dall’essere idolo indiscusso e intoccabile a  diventare il capro espiatorio di una squadra allo sbando, che non riusciva più a ritrovarsi. Da diverse partite infatti la squadra non segna neppure un gol, perdendo partite su partite in campionato e uscendo dalla coppa di lega settimana scorsa, dopo aver perso 1-0 contro una squadra di quarta categoria, il Milwall. La decisione di licenziare Ranieri è arrivata dopo che la squadra ha perso a Siviglia 2-1 l’andata di Champions League, mantenendo peraltro ancora alte le speranze di passare il turno e arrivare ai quarti di finale (dunque tra le otto squadre più forti d’Europa).

Premier League, festa rimandata per i tifosi del Leicester City

Al di là di ogni giudizio credo che dietro questa storia si possa celare un insegnamento estremamente prezioso, quello cioè di vedere la vita come un’opportunità irripetibile per realizzare i nostri sogni, godendo dei successi, ben sapendo che comunque andrà noi non siamo i nostri successi (e i nostri insuccessi). Questi infatti sono come castelli di sabbia, che crollano non appena il sogno si è realizzato. La vita è ben altra cosa, ci chiama a guardare avanti senza fermarci a pensare troppo al passato, restandone condizionati. La vita cambia radicalmente le situazioni, persino quelle che consideravamo le più immutabili. Siamo chiamati a custodire e coltivare ciò che siamo, restando coi piedi ben radicati per terra, lavorando su noi stessi per mantenere un atteggiamento di umiltà, termine che proviene dalla radice latina humus, che richiama al “livello del terreno”. Nonostante la gloria e gli “osanna” ricevuti, appena un istante dopo tutto passa, e coloro che prima erano i tuoi più accaniti sostenitori ora possono diventare i tuoi più feroci detrattori. Se è vero che Claudio Ranieri è stato tradito proprio da quei giocatori che solo qualche mese fa sono entrati nell’olimpo del calcio grazie a lui, viene inevitabilmente da pensare a una situazione non dissimile, quella di Gesù nell’orto degli Ulivi tradito da Giuda, abbandonato dai suoi discepoli e condannato anche da chi soltanto una settimana prima lo considerava il Messia e il Re d’Israele.

Quello che conta dunque è cercare di coltivare sempre i nostri progetti, facendoli diventare dono, scoperta e opportunità di crescita per gli altri e per noi stessi. Insieme. E una volta realizzati lasciarli andare, distaccandoci da essi. Come morendo a noi stessi. Perché soltanto accettando di morire si può restare fedeli a ciò per cui abbiamo lottato. Questa è la vera libertà, lasciar andare ogni cosa, per scoprire chi realmente siamo. Senza mai aspettarsi certezze e sicurezze dagli altri: soltanto noi saremo garanti di quello in cui crediamo e per cui lottiamo. Il mondo passa, come le opinioni della gente, quello che resta e resterà per sempre è quanto abbiamo fatto col cuore nella fedeltà di ciò che siamo, andando al di là di noi stessi. In questa tensione si scorge la vera sfida, quella cioè di vedere anche nella sconfitta un segno di eternità.

Credo sia molto bello il tributo che Mourinho ha fatto a Ranieri il giorno dopo il suo licenziamento. 

Idee da possedere, idee da vivere…

Oggi va di moda possedere un’idea piuttosto che custodirla, catalogarla piuttosto che coltivarla. Nella società dell’immediatezza è sintomatico ritrovarsi con un’idea preconfezionata, e la tentazione di farsi risucchiare dai meccanismi della propaganda è davvero molto forte.

È l’idea di comodo, quella che giustifica ogni pensiero e azione, anche il più meschino e superficiale, perché resta ferma nei suoi principi e nel suo non evolvere verso un punto di vista costruttivo, che cerchi quantomeno di incontrare l’altrui pensiero. È l’idea che vive in contrapposizione con la sua idea opposta, nella perenne lotta fondata sull’assenza di contenuti e su dogmi di pensiero fittizi e manipolatori.

Da questo vuoto di pensiero scaturisce l’ideologia, con la sua viscerale necessità di trovare a tutti i costi il nemico da combattere, da annientare o da redimere. E l’ideologia porta con sé i suoi valori, impregnati di istintiva emozionalità e astrazione simbolica. Finte chimere e idoli che rendono i seguaci dell’una e dell’altra idea identici e speculari, nel riflettere la propria immagine sul nemico.

Oggi c’è tanto bisogno di testimoni. Costruttori di idee, coraggiosi e pazienti, che non si fermino dinanzi alle prime difficoltà, muri, recinti e barriere. Ma che invece cerchino di andare oltre, varcando la soglia del pregiudizio, vivendo per la verità senza la presunzione di sentirsene i portatori.

Perché la verità non si può afferrare. La verità è libera dalle nostre idee e si può soltanto desiderare… se alzi lo sguardo potrai vederla librare come una colomba.

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Cisgiordania, foto scattata due anni fa, a pochi metri dal fiume Giordano. Una colomba vola sopra le nostre teste e sembra dirigersi verso due giovani militari israeliani, di guardia al confine con la Giordania…

La Russia e il gran sonno dell’Occidente

L’articolo del giornalista Fulvio Scaglione delinea molto bene il raffronto attuale tra Russia e Occidente; le cui dinamiche in realtà nascono e si sviluppano fin dal 1992 con la fine dell’Unione Sovietica (Urss).

Da una parte la Russia di Putin sta costruendo e solidificando coi fatti un’idea politica e una propria identità all’interno del panorama geopolitico internazionale. Dall’altra l’Occidente, intendendo l’Unione Europea e gli Stati Uniti, con atteggiamenti e stereotipi legati al passato, astrattamente ideologici, si rivela pericolosamente attendista e senza una propria identità politica e culturale.

Consiglio un libro fresco di stampa, “Putin e la ricostruzione della grande Russia” di Sergio Romano, ed.Longanesi, che tratta l’argomento partendo da una considerazione di base: “Dovremmo chiederci se all’origine dell’autoritarismo di Putin non vi sia anche la pessima immagine che le democrazie occidentali stanno dando di se stesse”.

 

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E la Russia che fa? Rovescia le sorti della guerra in Siria, decide chi debba diventare Presidente negli Usa, porta attacchi mortali alla Ue, invade l’Ucraina, alimenta e sostiene i più assortiti populismi, spinge gli inglesi a scegliere la Brexit. Pure gli “incidenti di percorso”, come un ambasciatore ammazzato in Turchia o un aereo carico di musicisti e giornalisti che s’inabissa nel Mar Nero, sembrano confermare: c’è Russia dappertutto.

Il che, datecene atto, venticinque anni e qualche ora dopo le dimissioni di Mikhail Gorbaciov da presidente dell’Urss, costituisce un formidabile paradosso. Niall Gerguson, lo storico inglese che insegna negli Usa a Harvard, ha scritto su Foreign Policy quanto segue: “La questione tedesca… era se la riunificazione sotto un unico potere di tutti coloro che parlavano tedesco sotto un unico potere avrebbe creato uno Stato pericoloso nel cuore dell’Europa… Due vaste e catastrofiche guerre… lasciarono infine la Germania sconfitta e divisa… All’epoca della riunificazione nel 1990 la minaccia costituita da una Germania unita era scomparsa… Lo stesso non può dirsi per la Russia, che è diventata più aggressiva anche se la sua importanza economica è diminuita. La grande domanda geopolitica del ventunesimo secolo sarà: che fare con Mosca?”.

Ferguson la mette giù bene, da storico gentiluomo. Ma non v’è chi non oda nell’aria il familiare suono del grande pernacchione, il verso di scherno che la Storia fa alle spalle di chi ha provato a seppellirla anzitempo. La verità è che ci avevamo creduto. Ci aveva proprio convinto il buon Francis Fukuyama, con quella sua idea della “fine della storia”, avvenuta guarda caso con il crollo del Muro di Berlino.
E chi ci poteva fermare, con la fine dell’Unione Sovietica? Non era la dimostrazione che eravamo i migliori, anzi: gli unici? Il saggio di Fukuyama, “La fine della storia” appunto, uscì nel 1992 e per qualche anno il crogiolamento fu generale. Dazvidania tovarisc, ciao ciao compagno! Tutto finito, solo un grande “buco nero”, come scriveva l’ex segretario di Stato Zbigniew Brzezinski (“La grande scacchiera”, 1997), che poteva forse elemosinare un po’ di comprensione presso gli Usa e intanto acconciarsi a dividersi in tre: “Una Russia europea, una repubblica siberiana e una dell’Estremo Oriente”.

Anche un Paese che produce solo gas, petrolio e armi può produrre, con i giusti stimoli e nelle giuste condizioni, la merce più appetita del mondo: un’idea politica. La partnership con l’Iran, la guerra in Siria, il confronto con gli interessi Usa in Ucraina… Tutto era già là, nell’idea russa che ogni Paese ha diritto a seguire una propria strada e che non esiste un modello universale.

Erano i favolosi anni Novanta. La Nato si allargava, i Balcani erano “liberati”, il Kosovo inventato, la Ue marciava verso Est, Boris Eltsin si accontentava di borbottare e nulla turbava i nostri sogni di onnipotenza. Poi venne il 2001, gli attentati alle Torri Gemelle e persino il buon Fukuyama concluse che sì, la storia universale aveva raggiunto il culmine con il trionfo delle democrazie liberali e oltre non si poteva andare, ma le storie nazionali magari erano in ritardo, si erano distratte o non avevano capito, e qualche sussulto poteva ancora intervenire.

C’è chi dorme ancora. Barack Obama, per esempio. Nell’ultima conferenza stampa alla Casa Bianca ha fatto di tutto per paragonare la Russia attuale all’Urss e ha chiamato Putin “ex capo del Kgb”. Poi ha aggiunto che la Russia “produce solo gas, petrolio e armi, nulla di ciò che la gente vuole”. Povero Barack, così ingenuo. Nessuno gli ha mai detto che la morte dell’Urss per nulla implicava, come già credeva Brzezinski ben prima di lui, anche la morte della Russia, che è cosa ben più ampia e profonda dei pur sconvolgenti tre quarti di secolo del potere sovietico. E perché anche un Paese che produce solo gas, petrolio e armi può produrre, con i giusti stimoli e nelle giuste condizioni, la merce più appetita del mondo: un’idea politica.

Nel 2005, con la fortuna tipica dei dilettanti, mi trovai a pubblicare un libro intitolato “La Russia è tornata” (Boroli Editore). Lo riapro e a pagina due scopro di aver scritto allora: “Molto semplicemente: la Russia rifiuta il ruolo secondario che in modo più o meno conscio le abbiamo assegnato dopo la fine dell’Urss… Dobbiamo quindi rassegnarci al fatto che una certa Russia, data con troppo anticipo per scomparsa, si è ripresentata sul mercato della politica e con lei dovremo fare i conti”.

La partnership con l’Iran, la guerra in Siria, il confronto con gli interessi Usa in Ucraina… Tutto era già là, nell’idea russa che ogni Paese ha diritto a seguire una propria strada e che non esiste un modello universale. Con tanti saluti ai becchini più o meno interessati della Storia, alla corte di Vladimir Putin viva e vegeta come non mai. Certo, finché erano quei testoni dei russi, pazienza. Ma ci sono anche i cinesi a pensarla così. Gli iraniani. I turchi. Un altro po’ di Paesi in Asia e in Medio Oriente.Il che fa pensare che quella di Ferguson, “Che fare con Mosca?”, sia la domanda giusta per il ventunesimo secolo solo se trasformata in “Che fare di noi?”. Oppure, certo, possiamo continuare a pensare che il mondo giri intorno ai nostri sogni. In quel caso, auguri a tutti!

Tratto dall’articolo di Fulvio Scaglione su Linkiesta http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/27/il-2017-e-lanno-della-russia-e-loccidente-non-sa-che-fare/32803/

 

 

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Da quello squarcio nasce la vera luce

Per la prima volta dopo cinque anni ad Aleppo si è celebrata la tradizionale messa di Natale, presso la chiesa maronita di Sant’Elia, dopo la liberazione dai ribelli che ne avevano obbligato la chiusura. Una parte del tetto della chiesa e le panche in legno sono state distrutte dai bombardamenti ma i fedeli hanno potuto riunirsi all’interno e partecipare alla funzione seduti su sedie di plastica, insieme ad alcuni mussulmani con cui hanno intonato canti di Natale in arabo, inglese e francese.

Fa effetto vedere le foto della chiesa col tetto crollato, come fosse il simbolo di una Siria lacerata e dilaniata. Ma ancora viva.

Penso colpiscano alcune cose…in particolare la stella che sembra accompagnare i fedeli oltre le macerie. E lo squarcio nel tetto, come a unire indissolubilmente Cielo e Terra in un abbraccio. E mi fa anche un po’ provare vergogna verso me stesso e la nostra società occidentale quella minoranza cristiana del Medio Oriente costantemente sotto attacco, ma nonostante tutto serena e determinata nel difendere la propria fede in Gesù Cristo, a costo di mettere a rischio la propria vita.

Forse, al di là di tutto, dovremmo ritrovare quella semplicità e quella purezza, abbandonando le logiche materialiste del consumo che ha colonizzato anche il vero Natale, per ritrovare quelle di un Dio che si è fatto bambino per essere semplicemente accolto e amato.

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Buon Natale da Aleppo

Buon Natale da Aleppo, dove la speranza sta finalmente ricominciando a germogliare. E dove una luce ha squarciato il buio e l’orrore della guerra, portando in dono la pace.

Sentiamoci uniti al meraviglioso popolo siriano, idealmente legati da un sentimento di fratellanza e di bene comune.

Che questo nuovo inizio di speranza possa sorgere nei loro cuori, oltre le sofferenze e le divisioni, per ricostruire una strada comune nel perdono e nell’amore.

E che questa luce possa irradiare anche tutti noi!

 

Contributi video estrapolati dal web (con estrema difficoltà…) e in fondo l’articolo Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione pubblicato su INFOAUT – Informazione di parte, per comprendere e andare oltre la controinformazione occidentale…che è poi una vera e propria manipolazione dell’informazione corretta.

Buona lettura e ancora auguri di buon Natale a tutti!

Nel quartiere cristiano armeno di Aleppo, Aziziya, è stato innalzato un albero di Natale, il più alto della Siria, il primo dal 2012. Un segno di speranza, in una città diventato simbolo della crudeltà di tutte le guerre. Nel video tratto dal profilo Facebook di Sos Chretien d’Orient, rilanciato da Asia News, si vede una banda composta da giovani armeno vestiti da Babbo Natale; la loro esibizione è avvenuta martedì sera. Asia News commenta felicemente questa notizia, spiegando che Aleppo si è liberata in questi giorni da jihadisti e ribelli, che nonostante tutti gli sforzi, non sono riusciti a «uccidere lo spirito di tolleranza e convivenza tra religioni ed etnie».

In piazza, a festeggiare insieme la liberazione della città dai jihadisti e il Natale che si avvicina, c’erano musulmani e cristiani, in barba al proselitismo esercitato dai gruppi salafiti e jihadisti i quali per 4 anni «hanno cercato di imporre un islam takfiri e wahhabita».

Le persone originarie di Aleppo ritornate in città dopo la liberazione sono circa un milione.

Fonte: http://informazioneindipendente.com/la-festa-di-aleppo-intorno-allalbero-di-natale-il-primo-dopo-4-anni

 

 

 

 

Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione

 

In questi giorni abbiamo assistito a un vero e proprio tripudio di commozione e solidarietà per il destino di “migliaia di civili” di Aleppo e per i “ribelli” che hanno resistito per mesi contro il regime siriano ed oggi vengono  uccisi o evacuati dalla città. Tuttavia, se sui media e tra i vertici istituzionali europei tutti trattano la questione come se si trattasse di una realtà trasparente a tutti, il commento più comune è: “Mi spiace per quel che accade, ma non ci ho capito niente”. Laura Boldrini ha decretato lo spegnimento delle luci di Montecitorio “in segno di vicinanza e solidarietà” con “la gente che è ostaggio” nella città siriana. Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, ha deciso di spegnere la Tour Eiffel, mentre a Bruxelles sono state spente le luci del Grande Palace. Raramente si era visto una simile attenzione e un simile cordoglio per un evento di guerra, come ha fatto notare Fulvio Scaglione sul Post Internazionale, ricordando come le vittime civili in Iraq e in Afghanistan per mano di governi e forze armate legati all’Unione Europea, o quelle nella Striscia di Gaza per mano di Israele non soltanto non provocano un’analoga indignazione, ma sono minimizzate o occultate dalla nostra informazione.

Tanto più si infittisce questa “solidarietà” posticcia quanto più si inquina e distorce la descrizione della vicenda reale. Aleppo è stata, per quattro anni, divisa non in due, come dicono i giornalisti in queste ore, ma in tre: il regime a ovest, i movimenti islamisti ad est e le forze rivoluzionarie promosse dai curdi a nord. Questa situazione è stata il prodotto di due rivoluzioni tra loro parallele e antagoniste, quella teocratica (Aleppo est) e quella confederale (Aleppo nord). Per comprendere le premesse di questa situazione è necessario tenere presente che la lotta armata iniziata nel 2011, benchè connessa con la rivolta che l’ha preceduta, non è ad essa storicamente sovrapponibile, ed ha avuto bisogno, per sua stessa natura, di una pianificazione, un’organizzazione e un equipaggiamento che la popolazione civile non sarebbe stata in grado di procurarsi. Per questo la Siria è diventata non soltanto teatro di scontro sociale, ma anche internazionale. I milioni di dollari necessari alla logistica, all’armamento e alla propaganda dell’insurrezione, oltre che gli stipendi dei combattenti e il loro addestramento, sono arrivati ad Aleppo come altrove tra il 2011 e il 2012 dalle potenze regionali ostili all’asse siro-iraniano – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – e dai loro alleati europei e americani: Francia, Inghilterra, Stati Uniti.

Queste potenze hanno offerto nello stesso periodo la supervisione alla creazione di un’esercito ribelle (il Free Syrian Army o Fsa), la produzione di un’interfaccia politica di questo esercito (la Coalizione Nazionale Siriana, o Cns, espressione dei Fratelli Musulmani e di alcuni piccoli gruppi dissidenti) e una macchina propagandistica (l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, espressione della Cns e finanziato e ospitato dall’Inghilterra). Due elementi, però, hanno complicato da subito questo disegno. Da un lato, la popolazione siriana ostile al regime non ha accettato questa “Coalizione” come rappresentativa delle sue istanze, perchè costituita da ricchi transfughi residenti all’estero, considerati estranei alle vicende del paese e non dissimili dalle elite che già governano la Siria. In secondo luogo, tanto una parte della popolazione, quanto l’Arabia Saudita e la Turchia si sono mostrate pronte a sostenere movimenti armati orientati all’imposizione di uno stato islamico d’impronta sunnita su tutto il paese, laddove Usa e Ue avevano pensato di poter supportare forme di radicalismo religioso “moderato” (si fa per dire) come quello, appunto, dei Fratelli Musulmani.

Il tentativo di sottrarre Aleppo all’autorità del governo iniziò sotto gli auspici turchi ed europei il 19 luglio del 2012 con un assalto armato dell’Fsa che a ben vedere lasciò piuttosto fredda, se non ostile, la popolazione della città, segnando l’inizio di una serie estenuante di offensive e controffensive di cui vediamo l’esito in questi giorni. I combattimenti, tuttavia, vennero sempre meno portati avanti dall’Fsa, diretto da ex ufficiali dell’esercito visti dalla popolazione come mercenari prepotenti e corrotti, che furono surclassati nelle operazioni militari e nel reclutamento dei civili, tra il 2012 e il 2013, da un’organizzazione anti-Assad alternativa, Jabat al-Nusra (oggi il suo nome è Fatah al-Sham), filiale siriana di Al Qaeda il cui obiettivo è instaurare uno stato islamico sui territori conquistati, e in prospettiva un califfato globale. (Durante il 2013, in seno a questa organizzazione, si creò un dissidio tra chi voleva dichiarare immediatamente uno stato islamico e i suoi vertici, contrari all’idea, e più favorevoli a un’imposizione della legge coranica a macchia di leopardo, e alla proclamazione del califfato in una seconda fase. Fu così che i propugnatori del “califfato immediato” si staccarono da Al Qaeda e formarono l’Isis, conquistando una parte dell’Iraq e attaccando ripetutamente le città europee e statunitensi).

La Turchia e l’Arabia Saudita, supportate dall’Ue, hanno sostenuto negli anni l’allargamento della corrente teocratica della rivoluzione contro il regime, dirottando ad essa il denaro e le armi inizialmente orinetati all’Fsa, che cessò di esistere, ma  hanno anche promosso la formazione di gruppi che, sebbene orientati come Al Qaeda e l’Isis all’instaurazione di uno stato islamico, sono direttamente controllati da Ankara e Riad. Questi gruppi, che fecero di Aleppo est una loro base e, come Al Qaeda e l’Isis, contano migliaia di combattenti, possiedono armi pesanti e gestiscono fondi di milioni di dollari, si chiamano Arhar al-Sham e Jaish al-Islam. Questi eserciti jihadisti hanno annichilito ad Aleppo, grazie al loro potere economico e militare, tutti i movimenti e i gruppi con loro in dissenso. C’è stata anche una vera e propria guerra civile interna all’insurrezione islamica, che ha contrapposto nel 2013-2014 Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam da un lato, aiutate dalle ultime bande vicine ai Fratelli Musulmani, e l’Isis dall’altro. In questa guerra civile interna al jihad globale, i quartieri di Aleppo est sono finiti nel 2014 nelle mani di Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam, mentre l’Isis ne è stato espulso. Al Qaeda e Arhar al-Sham hanno allora fondato, con altri gruppi salafiti (ossia promotori della restaurazione della società islamica del VII sec. dc), l’alleanza per Aleppo “Ansar al-Sharia”; Jaish al-Islam (anch’essa organizzazione salafita), invece, ne ha creata un’altra con gruppi minori, il cui nome è “Fatah Halab”.

Queste due “cabine di comando”, alleate e coordinate tra loro, non hanno costituito soltanto la direzione armata delle migliaia di miliziani che si sono contrapposti al regime a ovest e ai curdi a nord in questi giorni, ma anche il potere brutale che ha controllato Aleppo est in questi ultimi due anni, provocando vessazioni, persecuzioni, discriminazioni e violenze inaudite sulla popolazione civile, la cui vita quotidiana è precipitata in un incubo inedito per la storia di Aleppo, città caratterizzata dalla sua profonda modernità, varietà sociale e diversità religiosa, ideologica e culturale. Questo incubo ha impedito la continuazione di qualsiasi rivoluzione o opposizione nella città e ha letteralmente gettato gran parte della sua popolazione tra le braccia del regime, la cui oppressione, se comparata con quella dei salafiti dei quartieri orientali, è considerata un sollievo. Quando si sente parlare di “ribelli” o “opposizione” ad Aleppo, quindi, è necessario sapere che di questo si tratta e si è trattato, per quanto tale realtà sia disturbante o scomoda.

La macchina di propaganda che nasconde in questi giorni tutto questo è stata orchestrata dal governo islamista della Turchia, da quello dello stato islamico saudita, e dall’Unione Europea, che ha in questi due regimi i suoi alleati nell’area, e considera suo interesse a qualsiasi costo il rovesciamento, o almeno l’indebolimento e, se possibile, lo smembramento dello stato siriano. Dal momento che la parte della rivoluzione siriana supportata dall’Ue ha preso una direzione così reazionaria, i media europei, come sempre servili verso le politiche estere dei nostri governi, hanno in questi giorni completamente oscurato questa circostanza, descrivendo, ad esempio, Aleppo est come un luogo di semplice “opposizione” e “resistenza”, tacendo sui crimini commessi dai movimenti salafiti che Francia e Inghilterra continuano a supportare senza ritegno, sebbene l’imposizione delle corti della sharia come unico riferimento giuridico ad Aleppo est abbia rappresentato in questi anni un fenomeno contrario ai tanto sbandierati “diritti umani” e che sarebbe considerato “terroristico” (anche a causa delle sue forme paramilitari) dall’Ue in tutti gli altri contesti (è simile, a ben vedere, ai fenomeni presi a giustificazione di guerre e bombardamenti in moltissime aree del mondo, compreso il vicino Iraq).

La battaglia per la riconquista di Aleppo da parte del governo siriano viene raccontata diversamente, infatti, da quella dell’esercito iracheno per la conquista di Mosul, è non è silenziata come il massacro che l’Arabia Saudita e l’Egitto stanno compiendo contro la popolazione in rivolta dello Yemen, benché tali governi non siano meno oppressivi verso i propri popoli e quelli che bombardano. Qualcuno potrebbe pensare che questa familiare logica dei “due pesi e due misure” abbia a che fare con il fatto che i paesi dell’Ue sono collocati, nel medio oriente ricco di risorse energetiche, su uno dei due grandi “assi” geopolitici che contrappongono gli stati della regione: quello saudita, che comprende paesi come Turchia, Egitto e monarchie del Golfo, con cui l’Ue organizza i suoi affari, che da decenni si oppone per questioni di egemonia economica all’altro “asse”, quello iraniano, che comprende lo stato siriano. Non è un caso che, mentre l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Samantha Power accusa la Russia di essere “senza vergogna” per ciò che le sue forze speciali hanno fatto ad Aleppo, la narrazione degli eventi di questi giorni in Russia e in Cina (schierate invece, sempre per interessi economici, con l’Iran e la Siria) è del tutto opposta, somigliando a quella occidentale su Mosul: Aleppo vive una giusta e necessaria “guerra al terrorismo”.

In questo scenario di disgustosa disinformazione, censura e ipocrisia, l’Italia non si distingue. Media tra loro anche lontani, come il Corriere della Sera, Repubblica o Popoff Quotidiano, spiegano in queste ore che “l’opposizione” di Aleppo andrebbe appoggiata, anche perchè sarebbe l’unica che ha “sconfitto lo stato islamico”. Ciò è vero, come detto, ma è anche ridicolo, perchè tale “opposizione” è a sua volta uno “stato islamico”. Ciò che distingue lo stato islamico meglio conosciuto, dichiarato a Raqqa e Mosul, da quello di cui non ci dovrebbe esser dato sapere, instaurato da Ansar al-Sharia e Fatah Halab ad Aleppo est, è da un lato una diversa interpretazione della strategia jihadista, dall’altro la scelta dell’Isis di attaccare le città occidentali (cosa che ha indotto Usa e Ue a scorporare questa organizzazione dall’opposizione etichettata come “legittima” ad Assad, e a bombardarla) ma non certo le conseguenze del potere di questi soggetti sulla popolazione che deve patirne le angherie. In secondo luogo non è affatto vero che questa è l’unica “opposizione” alternativa allo stato islamico ad Aleppo, perché le Ypg-Ypj, unità di protezione del popolo e delle donne, difendono da anni i quartieri nord di Aleppo, le campagne settentrionali della sua provincia e, oltre ad aver contribuito alla cacciata dalla città prima dell’Isis e ora di Ansar al Sharia e Fatah Halab, stanno avanzando su Raqqa e si oppongono al regime dal 2004, armi in pugno dal 2012.

La sventurata popolazione di Aleppo subisce così, in queste ore – grazie a personalità ineffabili come Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power – la beffa della “solidarietà” di stati che hanno per anni finanziato e armato i loro aguzzini, e che ora surrettiziamente li presentano come vittime per i loro sporchi calcoli politici. Che questo vergognoso e ipocrita tributo sia stato proclamato, in queste ore, da personalità femminili, è tanto più assurdo se si considera che proprio la corrente teocratica della rivoluzione siriana sconfitta ad Aleppo est aveva promosso e imposto da cinque anni il declassamento delle donne di quei quartieri a oggetti di arredamento della vita privata degli uomini e dei miliziani, imponendo l’annichilamento completo della loro esistenza e di ogni loro protagonismo sociale (ciò che ancora accade a Idlib, tuttora sotto il loro controllo). Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power non hanno mostrato la stessa contrizione quando le combattenti donne delle Ypj curde che difendono un genere ben diverso di rivoluzione nella stessa città, negli scorsi mesi e in queste settimane sono state attaccate, assieme alla popolazione civile dei loro e di altri quartieri, con bombardamenti e armi chimiche proprio da Ansar al-Sharia e Fatah Halab.

Le Ypg e le Ypj si difendono ad Aleppo nel silenzio e nell’isolamento internazionale tanto dal regime quanto dai salafiti e hanno creato un’alleanza ben più vasta e forte delle cabine di comando oscurantiste di Aleppo est e Idlib: le Forze Siriane Democratiche che comprendono curdi, arabi, turcomanni e inglobano da un anno le ultime forze Fsa ancora esistenti, prima allo sbando, che assieme alle Ypg si contrappongono oggi tanto ai salafiti dell’Isis quanto a quelli di Al Qaeda, Arhar al-Sham o Jaish al-Islam; eppure delle imprese delle donne e degli uomini che portano avanti questa rivoluzione – la rivoluzione confederale – non c’è traccia sui nostri giornali, probabilmente perchè sono il fumo negli occhi per gli alleati turchi e sauditi dei nostri governi, combattendo non soltato la teocrazia e il patriarcato, ma anche il capitalismo. I veri rivoluzionari di Aleppo nord hanno accolto in queste settimane, tra l’altro, migliaia di quei profughi in fuga dai quartieri est che tanto stanno a cuore ai nostri governi, mentre venivano bersagliati, va detto, non  dal regime, ma proprio dai miliziani asserragliati nei loro quartieri con armi automatiche come punizione per voler “abbandonare” e “tradire” i “guerrieri di Allah” (lo stesso che sta facendo l’Isis nelle campagne a nord di Raqqa e a Mosul).

Battersi per la fine del regime di Bashar al-Assad è giusto, e molti siriani continuano a desiderare il cambiamento, ma non qualsiasi forza che si oppone a un regime è meglio del regime stesso. Il governo siriano non si combatte, in ogni caso, con la commozione ipocrita da tastiera o con i like su facebook, o censurando la verità su ciò che accade ad Aleppo, nè in nome di interessi economici nuovamente coloniali che non sono rivolti contro un regime, ma contro una popolazione, la sua indipendenza, la sua storia e la sua dignità. Le uniche luci che i nostri governi hanno spento da tempo, in rapporto alle guerre e al mondo in cui viviamo, sono quelle dell’informazione corretta e dell’intelligenza. Il cordoglio e la commozione di questi giorni non sono sinceri o, se lo sono, purtroppo si basano su un’ignoranza colpevole: poichè nessun governo ha mai detto la verità sulla guerra alla sua popolazione, ed è preciso dovere della popolazione informarsi e ottenere conoscenza per rispetto a chi muore anche a causa della ragion di stato europea e delle inaccettabili menzogne dei nostri giornalisti; e infine occorre prendere parte e lottare, e non piangere, poiché delle nostre lacrime – raramente sincere, troppo spesso imbarazzanti – i civili di Aleppo non se ne potranno fare nulla.

 

Fonte: INFOAUT – Informazione di parte

http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/18008-aleppo-necessario-posizione

 

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La tregua di Natale del 1914

La notte di 102 anni fa accadde un evento sensazionale e incredibile, che da allora fu chiamato il miracolo della tregua di Natale. Era la notte del 24 dicembre 1914, nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Improvvisamente, senza che nulla fosse stato concordato, i soldati degli opposti schieramenti cessarono il fuoco. Si accesero candele, si cantarono inni di Natale. Iniziò un botta e risposta di auguri gridati da parte a parte, fino a che qualcuno si spinse fuori dalla propria trincea per incontrare il nemico e stringergli la mano. La “tregua di Natale” fu un atto straordinario e coraggioso che partì da semplici soldati mossi da sentimenti di profonda umanità e dal desiderio comune di andare oltre le profonde divisioni per costruire un tempo e uno spazio di pace.

Fu un evento per la sua straordinarietà unico, improbabile e irripetibile, nel contesto dell’odio degli esasperati nazionalismi che aveva già procurato un milione di morti. Una luce squarciò il buio dell’odio durante lo storico Armistizio di quella notte. Gli eserciti inglese e tedesco deposero le armi incontrandosi tra le due trincee, nella cosiddetta terra di nessuno, che si tramutò in una terra di fratellanza.

Questa storia ci pone dinanzi a una domanda, se è davvero impossibile costruire un mondo di pace.

La partita di calcio che venne giocata nel corso della tregua di Natale tra inglesi e tedeschi, vinta da questi ultimi 3-2.

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Soldati inglesi e tedeschi si scambiano doni. Nella foto un soldato tedesco accende una sigaretta a uno inglese.

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Il quotidiano inglese “Daily Mirror” l’8 Gennaio 1915 pubblicò una foto in prima pagina che fece molto scalpore, dove si vedono soldati inglesi e tedeschi insieme, col seguente titolo “An historic group: british and german soldiers photographed together”.

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«Mentre osservavo il campo ancora sognante, i miei occhi hanno colto un bagliore nell’oscurità. A quell’ora della notte una luce nella trincea nemica è una cosa così rara che ho passato la voce. Non avevo ancora finito che lungo tutta la linea tedesca è sbocciata una luce dopo l’altra. Subito dopo, vicino alle nostre buche, così vicino da farmi stringere forte il fucile, ho sentito una voce. Non si poteva confondere quell’accento, con il suo timbro roco. Ho teso le orecchie, rimanendo in ascolto, ed ecco arrivare lungo tutta la nostra linea un saluto mai sentito in questa guerra: Soldato inglese, soldato inglese, buon Natale! Buon Natale!
Frederick W. Healt

Promo gratuita #ebook “La Piuma tra Cielo e Terra”

Da oggi fino al giorno di Natale, 25 dicembre, scatta la promozione gratuita di tutti gli ebook del catalogo di Lettere Animate Editore.
E’ possibile scaricare gratis anche il mio, attualmente primo in classifica nelle sezioni “Letteratura di Viaggio” e “Viaggi” 

https://www.amazon.it/Piuma-tra-cielo-terra-ebook/dp/B01AU78F68/ref=tmm_kin_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr=

 

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Nuova recensione per La Piuma tra Cielo e Terra, di Monika M Writer

Di seguito la recensione del mio libro fatta da Monika M e pubblicata sul suo bellissimo blog letterario… un Diario di Viaggio tutto da scoprire 🙂 https://autricemonikamblog.wordpress.com/

Grazie Monika!!!

Come un vero testimone si limitò a trasmettermi soltanto la gioia per la bellezza incontrata. Salutandomi mi fece un augurio.

«Buon cammino, pellegrino, custodisci nel cuore tutte le scoperte che incontrerai lungo la strada, perché saranno uniche e inimmaginabili. Qualsiasi cosa ti accadrà non aver paura perché non sarai solo.»

da “La piuma tra cielo e terra”

Ritengo che scrivere questo libro sia stato un vero atto di coraggio da parte dell’autore Simone Caruso .

Coraggio perché inevitabilmente ogni lettore paragonerà , in modo erroneo , tale libro al più celebre ” Il cammino di Santiago di Paulo Coelho ” aspettandosi poi quel tipo di narrazione , ma ancor più coraggio richiede rivelare se stessi . In questo racconto “il cammino” è una metafora che l’autore usa per narrarci un viaggio intimo , il suo ritrovarsi .

Quello che forse accomuna tutti noi è arrivare ad un certo punto della nostra vita e tirare le somme ,ed inevitabilmente  il disagio arriva se ci rendiamo conto di esser insoddisfatti . Giunti a questo bivio si hanno due scelte , accettare passivamente e autocommiserarsi o mettere in atto un cambiamento : divenire ciò che vogliamo essere .

La piuma tra cielo e terra è un cammino interiore , introspettivo , che l’autore narra partendo dal pellegrinaggio che è l’avvio del cambiamento , la decisione di evolvere il proprio io , in un noi .

Molto bella , a mio avviso , è la parte onirica a cui l’autore ricorre per esprimere il malessere dovuto ai falsi Idoli  oggi fulcro della vita : fama , ricchezza , successo , gloria , individualismo . Disagio a cui l’anima si ribella cercando , appunto, il suo cammino …

Non rivelerò altro ed a  questo punto vi auguro …buona lettura !

Avvertenze :

Non è un libro di viaggio , non narra il cammino di Santiago ma quello che il cammino ha donato all’autore .

Controindicazioni :

Molti potrebbero , non essendo credenti , trovare il libro una sorta di catechizzazione … personalmente non credo questo , pur essendo io pagana , profondamente convinta che ogni fede riconduca ad un ‘unica entità … chiamatelo poi come volete .

Lo consiglio ? Assolutamente SI   se lo leggerete con l’anima vi arricchirà !

Monika M .

Sorgente: Oggi vi parlo di … #13