Verso Nuovi Orizzonti…

Cielo e terra si congiungevano come in un abbraccio…

Quale pace si respirava… Affiorava nel mio cuore un misto di gioia e malinconia. Osservavo la meraviglia del panorama dinanzi alla mia piccolezza, e nutrivo un sentimento di fiducia mai avvertito prima.

Ma anche di tristezza.

Chiusi gli occhi, inebriato dal desiderio di infinito, e subito mi rattristai per la miseria della condizione umana.

L’infinito – ciò che l’uomo mai avrebbe potuto raggiungere – aveva attraversato i meandri del mio cuore, e già ne provavo nostalgia.

Giungendo al termine del viaggio mi accorsi di aver ricevuto come dono un cuore ardente di eternità.

Scrutai l’orizzonte come per cercarne il punto più estremo, ma avvertii che quella fine rispondeva al bisogno di un nuovo inizio.

Era come una scintilla d’infinito.

Estratto da “La Piuma tra cielo e terra”

Foto Nuovi Orizzonti

Una nuova coscienza di popolo, contro ogni feticcio d’identità.

Dove sono finite le piazze a difesa del lavoro e della tutela dei più deboli e sfruttati? Dove si alimenta una coscienza di popolo che rigetti le logiche dell’ossessivo e paranoico individualismo dei nostri tempi?  

La scarsa memoria del popolo e il suo controllo sono la forza di quel pensiero unico chiamato consumismo individualista, che vuole governare le coscienze, cercando persino di avvolgerle in un oblio identitario. Questa mentalità sradica il concetto di popolo, creando nel tempo l’omologazione culturale. Rischiando di farci diventare uomini soli e infelici, col bisogno compulsivo di soddisfare i nostri “diritti individuali”. Facendoci perdere il senso profondo della parola “insieme”.

Il pensiero unico aspira alla creazione di una società da catalogare e omologare alle sue logiche totalizzanti e stereotipate. Una società che annulla le differenze massificando gli individui. E i diritti individuali sostituiscono di conseguenza quelli sociali. Nella logica del desiderio il consumismo attira a sé l’individuo, relegandolo a semplice numero. E così l’essere umano perde la sua libertà, restando inscindibilmente soggiogato al potere. Quello che conta è la sua funzionalità. Una volta ritenuto ingombrante l’essere umano viene definitivamente scartato.

La nostra società dei consumi ha come scopo quello di omologare “feticci d’identità”, certamente più malleabili, eliminando il valore identitario dell’individuo,  Nella mancanza del proprio sé identitario questa ideologia totalitaria crea e plasma il nuovo consumatore, facendolo diventare merce. Qualsiasi cosa diventa fluttuante, relativa, provvisoria. Non esistono più né passato né futuro; ciò che conta è l’illusoria soddisfazione del presente. Dietro le logiche buoniste del politicamente corretto il consumismo ha un’unica finalità, quella di renderci suoi schiavi.

Viviamo tempi di grande irrazionalità in un’epoca che si professa paladina della ragione.

Possiamo rassegnarci a diventare codici, oppure apriamo gli occhi per coltivare la nostra identità di popolo.

popolo

Il senso profondo della parola “Insieme”

LA PIUMA

Dove sono finite le piazze a difesa del lavoro e della tutela dei più deboli e sfruttati? Dove si alimenta una coscienza di popolo che rigetti le logiche dell’ossessivo e paranoico individualismo dei nostri tempi?  

 consumismo03[1]La scarsa memoria del popolo e il suo controllo sono la forza di quel pensiero unico chiamato consumismo capitalista. Come cantava Giorgio Gaber all’inizio del nuovo millennio non ci sono più differenze tra destra e sinistra. Ma anche in generale è diventato così. Il consumismo capitalista vuole controllare le coscienze, cercando persino di cancellarle. Esso sradica il concetto di popolo, creando nel tempo l’omologazione culturale. Siamo diventati uomini soli e infelici, col bisogno compulsivo di soddisfare i nostri sacrosanti “diritti individuali”. Abbiamo perso il senso profondo della parola “insieme”.

Il pensiero unico aspira alla creazione di una società da catalogare e omologare alle sue logiche totalizzanti.Una società che annulla le differenze massificando gli individui. E i…

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“Io seguo la mia coscienza” Sophie Scholl

Oggi 25 aprile, festa della Liberazione, credo che, al di là delle consuete contrapposizioni ideologiche, sia fondamentale ricordarsi di seguire sempre la propria coscienza.

Perché è lì che si custodisce la Verità e il coraggio di proclamarla.

 

 

Nel febbraio 1943 un gruppo di dissidenti tedeschi vennero giustiziati dal nazismo per le loro idee su giustizia, conoscenza e difesa della verità.

Sono i ragazzi della Rosa Bianca, un movimento nato dal coraggio e dall’intraprendenza di alcuni studenti di medicina dell’università di Monaco, tra cui Sophie Magdalena Scholl, Hans Fritz Scholl e Christoph Hermann Probst, che si opposero al regime nazionalsocialista tedesco, distribuendo volantini nelle università di Monaco e di altre città tedesche: brevi testi, scritti a macchina e poi stampati in ciclostile, firmati La Rosa Bianca, con cui incitavano il popolo alla resistenza e al risveglio culturale contro il nazismo, sottolineando lo stato di profondo degrado in cui era caduto il popolo tedesco, privato della sua libertà e della sua dignità.

L’esperienza ebbe fine il 18 febbraio del 1943, quando Hans Scholl e sua sorella Sophie vennero sopresi, mentre distribuivano volantini nell’università di Monaco. Dopo essere stati sorpresi e denunciati, furono arrestati dalla Gestapo. La polizia segreta nazista interrogò i giovani e perquisì le loro abitazioni. Il 22 febbraio si tenne a Monaco il processo contro Hans e Sophie Scholl. L’accusa fu di antipratiottismo, favoreggiamento del nemico e alto tradimento. Dopo qualche ora furono condannati a morte. L’esecuzione, mediante ghigliottina, venne eseguita nel giro di pochi giorni.

Quando, nel corso dell’interrogatorio, l’investigatore nazista Robert Mohr chiese a Sophie Scholl:

“Perché, così giovane, corri simili rischi per idee che non hanno fondamento?”

Sophie Scholl rispose:

“Io seguo la mia coscienza.”

 

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Il senso profondo della parola “Insieme”

Dove sono finite le piazze a difesa del lavoro e della tutela dei più deboli e sfruttati? Dove si alimenta una coscienza di popolo che rigetti le logiche dell’ossessivo e paranoico individualismo dei nostri tempi?  

 consumismo03[1]

La scarsa memoria del popolo e il suo controllo sono la forza di quel pensiero unico chiamato consumismo capitalista. Come cantava Giorgio Gaber all’inizio del nuovo millennio non ci sono più differenze tra destra e sinistra. Ma anche in generale è diventato così. Il consumismo capitalista vuole controllare le coscienze, cercando persino di cancellarle. Esso sradica il concetto di popolo, creando nel tempo l’omologazione culturale. Siamo diventati uomini soli e infelici, col bisogno compulsivo di soddisfare i nostri sacrosanti “diritti individuali”. Abbiamo perso il senso profondo della parola “insieme”.

Il pensiero unico aspira alla creazione di una società da catalogare e omologare alle sue logiche totalizzanti. Una società che annulla le differenze massificando gli individui. E i diritti individuali sostituiscono di conseguenza quelli sociali. Nella logica del desiderio il capitalismo attira a sé l’individuo, relegandolo a semplice numero. E così l’essere umano perde la sua libertà, restando inscindibilmente soggiogato al potere. Quello che conta è la sua funzionalità. Una volta ritenuto ingombrante l’essere umano viene definitivamente scartato.

il Capitalismo

Il capitalismo ha come scopo quello di omologare “feticci d’identità”, certamente più malleabili, eliminando il valore identitario dell’individuo,  Nella mancanza del proprio sé identitario questa ideologia totalitaria crea e plasma il nuovo consumatore, facendolo diventare merce. Qualsiasi cosa diventa fluttuante, relativa, provvisoria. Non esistono più né passato né futuro; ciò che conta è l’illusoria soddisfazione del presente. Dietro le logiche buoniste del politicamente corretto il capitalismo ha un’unica finalità, quella di renderci suoi schiavi.

 

il popolo

 

Viviamo tempi di grande irrazionalità in un’epoca che si professa paladina della ragione. 

Cosa fare, rassegnarci diventando codici, oppure aprire gli occhi per difendere insieme la nostra identità di popolo?

Dall’Isis a Trump, passando per Guerre Stellari…

Non è mia presunzione voler esprimere un parere certo dopo gli ultimi avvenimenti in Siria, ho scarse conoscenze in materia di geopolitica e strategia militare per poterne discernere. E non credo sia comunque oggettivamente possibile inquadrare la verità dei fatti, prova ne sono le disparate opinioni dei più blasonati esperti di politica internazionale sulla legittimità o meno dell’attacco degli Stati Uniti alla base aerea di Al Shayrat in Siria. Probabilmente mai sapremo la verità sulla, per ora, ipotetica responsabilità di Assad nell’utilizzo di gas Sarin contro i civili… troppi intrighi, variabili e complessità in ballo, una miriade di interessi e ambiguità legati al potere che si alimentano in continuazione creando un panorama sempre più nebuloso e denso di inquietudine per il futuro. Un futuro incerto legato a un presente precario, privo di certezze, principi e valori, anche da parte dei suoi leader. Se non è dunque possibile trovare risposte, restano le domande. Una fra tutte è “dove vogliono arrivare?”

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Mentre Trump parlando ai cronisti sull’Air Force One, e alle sue spalle scorrevano le immagini di Guerre Stellari, lanciava l’attacco militare in Siria ritenendo (senza alcuna prova fondata) l’esercito di Bashar Al Assad responsabile dell’attacco con armi chimiche sui civili siriani (tra cui parecchi bambini), lo stesso Presidente americano gridava al mondo che “Nessun bambino deve soffrire più così”.

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Peccato che in Yemen in due anni di bombardamenti sauditi sulla popolazione yemenita sono morti 1500 bambini. E, va notato come non piccolo dettaglio, gli Stati Uniti hanno venduto ai sauditi miliardi di dollari in armi in due anni di guerra…
Come mai Trump allora non lancia un attacco missilistico anche all’Arabia Saudita ad esempio?

E come mai il mainstream europeo (primo fra tutti quello italiano…) fa di tutto per appoggiare Trump giustificando il suo attacco contro l’esercito del famigerato despota, tiranno e crudele Assad? Questa strategia di comunicazione univoca nel condannare il dittatore mediorientale di turno è guarda caso molto simile a quelle utilizzate con Saddam Hussein e Gheddafi… Telegiornali, quotidiani nazionali, opinionisti, esperti di medioriente…tutti stranamente concordi nel condannare Assad e nel motivare giustificando le ragioni di Trump. Con frasi ad effetto tipo “finalmente gli Stati Uniti tornano ad essere leader mondiali per ristabilire la pace”, oppure “il mondo temeva un’America barricata nei propri confini, e invece…”

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Anche l’Unione europea, dimostrando sempre più la pochezza che la contraddistingue,  e tutti i capi di governo nazionali danno all’unisono ragione a Trump, che ora è diventato il paladino della libertà. Addirittura il nostro Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, si è affrettato ad affermare che “L’azione di questa notte come noto si è sviluppata nella base aerea da cui erano partiti gli attacchi con uso di armi chimiche nei giorni scorsi. Contro un crimine di guerra il cui responsabile è il regime di Assad. Credo che le immagini di sofferenza che abbiamo dovuto vedere nei giorni scorsi in seguito all’uso delle armi chimiche non possiamo pensare di rivederle. Chi fa uso di armi chimiche non può contare su attenuanti e mistificazioni.”

Un atteggiamento, quello del governo italiano, che dimostra una volta di più il nostro totale e reiterato asservimento agli Stati Uniti. Siamo ne più ne meno l’eco di risonanza del Presidente americano.

Ma esistono le prove dell’attacco con utilizzo di armi chimiche da parte degli aerei dell’esercito siriano? A quanto pare no…

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Un’ultimissima domanda…e l’Isis che fine ha fatto?

Doveva essere la priorità assoluta per sconfiggere definitivamente il terrorismo a livello planetario, e invece evidentemente le priorità sono altre in questo momento…

“Penso che l’Europa meriti di essere costruita”. Il discorso di Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo dell’Unione europea.

Riprendendo le parole pronunciate in Campidoglio sessant’anni fa dall’allora primo ministro lussemburghese Joseph Bech, Papa Francesco sostiene che “l’Europa merita di essere costruita”, così da tracciare l’inizio di una nuova possibilità di rinascita. Rivolgendosi ai capi di Stato e di Governo dell’Unione europea in Vaticano per la ricorrenza della storica firma dei Trattati di Roma che diedero il via all’Europa unita, Francesco ha voluto partire dalla memoria di questi 60 anni, proponendo un cammino comune necessario per ritrovare una nuova giovinezza e una rinnovata speranza.

Un discorso intenso, in continuità con quello già rivolto ai leader europei a Strasburgo nel novembre 2014 e in occasione del Premio Carlo Magno nel maggio dello scorso anno (vedi l’articolo https://lapiumablog.com/2016/05/08/che-cosa-ti-e-successo-europa/), nel quale chiede oggi ai governati «di non aver paura di assumere decisioni efficaci, in grado di rispondere ai problemi reali delle persone», indicando la solidarietà, l’apertura al mondo, il perseguimento dello sviluppo e della pace,  per uscire dalle molte crisi che oggi rischiano di far implodere l’Europa.

Un discorso bellissimo, da leggere e meditare. Ripropongo qui sotto un estratto e il video completo.

 

Penso che l’Europa meriti di essere costruita. I padri fondatori hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore, non hanno mancato d’audacia e non hanno agito troppo tardi, hanno dato vita all’appassionato impegno per il bene comune che li ha caratterizzati, nella certezza di essere parte di un’opera più grande delle loro persone.

Dopo gli anni bui e cruenti della Seconda Guerra Mondiale il ricordo delle passate sventure e delle loro colpe sembra averli ispirati e donato loro il coraggio necessario per dimenticare le vecchie contese e pensare ed agire in modo veramente nuovo per realizzare la più grande trasformazione dell’Europa. E scelsero Roma per la firma dei Trattati perché con la sua vocazione all’universalità – come dissero il 25 marzo del 1957 il ministro degli Affari Esteri belga Spaak e quello olandese Lunk – è il simbolo di questa esperienza e qui furono gettate le basi politiche, giuridiche e sociali della nostra civiltà.

I Padri fondatori ci ricordano che l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire ma una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere, o di pretese da rivendicare.
Nei Padri fondatori era chiara la consapevolezza di essere parte di un’opera comune, che non solo attraversava i confini degli Stati, ma anche quelli del tempo così da legare le generazioni fra loro, tutte egualmente partecipi della edificazione della casa comune. Il loro denominatore comune era lo spirito di servizio, unito alla passione politica, e alla consapevolezza che all’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, senza il quale i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano per lo più incomprensibili. Nel nostro mondo multiculturale tali valori continueranno a trovare piena cittadinanza se sapranno mantenere il loro nesso vitale con la radice che li ha generati. Nella fecondità di tale nesso sta la possibilità di edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali trovano ugualmente posto l’oriundo e l’autoctono, il credente e il non credente.

Per non far rimanere lettera morta i Trattati il primo elemento della vitalità europea è la solidarietà. Restare fedele allo spirito di solidarietà europea che l’ha creata. Spirito quanto mai necessario oggi davanti alle spinte centrifughe come pure alla tentazione di ridurre gli ideali fondativi dell’Unione alle necessità produttive, economiche e finanziarie.
Dalla solidarietà nasce la capacità di aprirsi agli altri. Come affermò Adenauer «I nostri piani non sono di natura egoistica e quelli che stanno per unirsi non intendono isolarsi dal resto del mondo ed erigere intorno a loro barriere invalicabili».

L’Europa ritrova speranza nella solidarietà, che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi. La solidarietà comporta la consapevolezza di essere parte di un solo corpo. Se uno soffre, tutti soffrono. Così anche noi oggi piangiamo con il Regno Unito le vittime dell’attentato che ha colpito Londra due giorni fa. Invece i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante. Occorre dunque ricominciare a pensare in modo europeo, per scongiurare il pericolo opposto di una grigia uniformità, ovvero il trionfo dei particolarismi. I leader politici evitino di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ed elaborino piuttosto delle politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa.

In un mondo che conosceva bene il dramma di muri e divisioni, era ben chiara l’importanza di lavorare per un’Europa unita e aperta e la comune volontà di adoperarsi per rimuovere quell’innaturale barriera che dal Mar Baltico all’Adriatico divideva il continente. Tanto si faticò per far cadere quel muro! Eppure oggi si è persa la memoria della fatica. Si è persa pure la consapevolezza del dramma di famiglie separate, della povertà e della miseria che quella divisione provocò. Così là dove generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i “pericoli” del nostro tempo: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari. Spesso si dimentica anche un’altra grande conquista frutto della solidarietà sancita il 25 marzo 1957: il più lungo tempo di pace degli ultimi secoli. Un bene che per molti oggi sembra un bene scontato e così è facile finire per considerarla superflua. Al contrario, la pace è un bene prezioso ed essenziale, poiché senza di essa non si è in grado di costruire un avvenire per nessuno.

La «crisi», concetto che domina il nostro tempo – c’è quella economica, quella della famiglia, quella delle istituzioni, quella dei migranti – è un termine che non ha una connotazione di per sé negativa e non indica solo un brutto momento da superare: la parola in greco significa «investigare, vagliare, giudicare. Il nostro è dunque un tempo di discernimento, che ci invita a vagliare l’essenziale e a costruire su di esso, un tempo «di sfide e di opportunità».
Quali prospettive indicano Padri i fondatori per affrontare le sfide che ci attendono. Le risposte sono nei pilastri sui quali essi hanno inteso edificare la Comunità economica europea: la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro. A chi governa compete discernere le strade della speranza, identificare i percorsi concreti per far sì che i passi significativi fin qui compiuti non abbiano a disperdersi.

Non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza. La questione migratoria pone una domanda più profonda, che è anzitutto culturale. La paura spesso avvertita trova nella perdita d’ideali la sua causa più radicale. Senza una vera prospettiva ideale si finisce per essere dominati dal timore che l’altro ci strappi dalle abitudini consolidate, ci privi dei confort acquisiti, metta in qualche modo in discussione uno stile di vita fatto troppo spesso solo di benessere materiale. Al contrario la ricchezza dell’Europa è sempre stata la sua apertura spirituale e la capacità di porsi domande fondamentali sul senso dell’esistenza. Il benessere acquisito sembra invece averle tarpato le ali, e fatto abbassare lo sguardo. L’Europa ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo.

L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità «è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale. Per ritrovare speranza serve l’ascolto attento e fiducioso delle istanze che provengono dai singoli, dalla società e dai popoli europei. Purtroppo, si ha spesso la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, spesso percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione.
L’Europa è una famiglia di popoli e la Ue nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. I Padri fondatori scelsero proprio questo termine come cardine delle entità che nascevano dai Trattati. Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto “comunità” di persone e di popoli consapevole che bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti.
L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace. Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche. “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, affermava Paolo VI, “non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria”.
Non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria o là dove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso, o nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e violenza.
Ai giovani bisogna offrire prospettive serie di educazione, reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. L’Europa ritrova speranza quando investe nella famiglia, che è la prima e fondamentale cellula della società. Quando rispetta la coscienza e gli ideali dei suoi cittadini. Quando garantisce la possibilità di fare figli, senza la paura di non poterli mantenere. Quando difende la vita in tutta la sua sacralità.

Estratto dal discorso di Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo europei presenti per le celebrazioni del 60° anniversario dei “Trattati di Roma”.

 

 

papa-francesco europa

La speranza germoglia nonostante la distruzione

Aleppo, Siria

Un uomo anziano fuma serenamente la pipa, ascoltando musica da un giradischi, seduto nel suo letto cosparso e circondato dalle macerie.

L’uomo nella foto si chiama Mohammed Mohiedine Anis, ha 70 anni e vive da sempre ad Aleppo. Anis è rimasto solo nella sua casa dopo che le sue due mogli e i suoi otto figli sono riparati all’estero a causa dei bombardamenti.

La foto è stata scattata il 9 marzo da Joseph Eid, fotografo di Agence France-Presse, che insieme ad altri giornalisti hanno fatto visita ad Anis nella sua casa di Aleppo.

Uno dei giornalisti gli ha chiesto se il giradischi accanto al letto funzionasse ancora. «Certo», ha risposto lui, «ora ve lo mostro. Un attimo! Non posso ascoltare la musica prima di accendermi la pipa». Come il resto delle cose nella casa, anche la pipa era rotta e Anis l’ha aggiustata con dello scotch. Poi ha fatto partire la musica. Eid ha raccontato: «Quest’uomo era seduto lì, nella sua camera da letto dove ancora dorme, senza finestre, senza una porta. I muri potevano crollare in ogni momento. E stava ascoltando la musica. Stava fumando la sua pipa».

http://www.ilpost.it/2017/03/15/distruzione-aleppo-in-una-foto/

Joseph Eid è riuscito a trasmettere con questo scatto la dignità di un uomo dinanzi allo sconvolgimento che la guerra procura. È una foto di una potenza straordinaria, perché riesce incredibilmente a trasmettere pace e speranza, nonostante la devastazione dei bombardamenti. La forza dell’immagine sta proprio nei contrasti e nei paradossi in essa ben rappresentati.

La serenità di quest’uomo sembra infatti riflettere l’intero spazio, persino i calcinacci a terra e le finestre sventrate diventano particolari armoniosi intorno a lui. Guardando la foto non si può restare indifferenti, e viene da chiedersi quale musica stesse suonando il giradischi…

In fondo quella stanza rappresenta la Siria di oggi, a sei anni esatti dall’inizio della guerra (cominciata proprio il 15 marzo 2011), dove distruzione e morte hanno sconvolto (e continuano a farlo) un Paese e la vita dei suoi abitanti, ma dove la speranza continua a germogliare seppur in mezzo alla distruzione.

E dove, nonostante tutto, la musica continua a suonare.

 

 

 

Il sogno di King Claudio Ranieri

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Poche ore fa si è compiuto un fatto sportivo che ha lasciato il mondo del calcio completamente esterrefatto: Claudio Ranieri, l’allenatore che solo qualche mese fa è riuscito a portare alla storica vittoria del campionato inglese il Leicester, è stato esonerato dalla dirigenza thailandese a fronte dei risultati estremamente deludenti di quest’anno, dove la squadra in campionato si trova a solo un punto dalla zona retrocessione.

La vittoria dello scorsa stagione è stata epica, un gruppo di giocatori semisconosciuti e una squadra che nella sua storia ha pressoché avuto come unico obiettivo quello di restare nella massima categoria ha compiuto qualcosa di stratosferico, vincendo uno dei campionati più difficili d’Europa. Per comprendere quanto straordinaria sia stata l’impresa delle Foxes basti pensare che per i bookmakers inglesi l’anno scorso il suo trionfo era quotato 5000 a 1. La classe e la genuinità di Claudio Ranieri hanno fatto breccia nel cuore dei tifosi inglesi, che non a torto lo hanno soprannominato “King Claudio”. Il suo atteggiamento umile e da vero comandante ha protetto la sua squadra, come a tutelare le fragilità di giocatori che non erano abituati ad affrontare le pressioni della stampa e gli attacchi continui di detrattori, scettici e invidiosi.

E nonostante l’intero starsystem del calcio, bookmakers e organi federali legati al potere finanziario, sperassero in una sua disfatta, il Leicester di Ranieri nel 2016 ha raggiunto le vette dell’impossibile, incarnando il mito di una realtà che è diventata storia per sempre. Per comprendere la popolarità che si è creata attorno a Claudio Ranieri e alla sua squadra basti pensare, ad esempio, che a seguito della vittoria del Leicester in Inghilterra sono aumentati a dismisura i neonati chiamati Claudio o Claudia!

Soltanto nove mesi dopo però l’idillio è finito, Ranieri è passato dall’essere idolo indiscusso e intoccabile a  diventare il capro espiatorio di una squadra allo sbando, che non riusciva più a ritrovarsi. Da diverse partite infatti la squadra non segna neppure un gol, perdendo partite su partite in campionato e uscendo dalla coppa di lega settimana scorsa, dopo aver perso 1-0 contro una squadra di quarta categoria, il Milwall. La decisione di licenziare Ranieri è arrivata dopo che la squadra ha perso a Siviglia 2-1 l’andata di Champions League, mantenendo peraltro ancora alte le speranze di passare il turno e arrivare ai quarti di finale (dunque tra le otto squadre più forti d’Europa).

Premier League, festa rimandata per i tifosi del Leicester City

Al di là di ogni giudizio credo che dietro questa storia si possa celare un insegnamento estremamente prezioso, quello cioè di vedere la vita come un’opportunità irripetibile per realizzare i nostri sogni, godendo dei successi, ben sapendo che comunque andrà noi non siamo i nostri successi (e i nostri insuccessi). Questi infatti sono come castelli di sabbia, che crollano non appena il sogno si è realizzato. La vita è ben altra cosa, ci chiama a guardare avanti senza fermarci a pensare troppo al passato, restandone condizionati. La vita cambia radicalmente le situazioni, persino quelle che consideravamo le più immutabili. Siamo chiamati a custodire e coltivare ciò che siamo, restando coi piedi ben radicati per terra, lavorando su noi stessi per mantenere un atteggiamento di umiltà, termine che proviene dalla radice latina humus, che richiama al “livello del terreno”. Nonostante la gloria e gli “osanna” ricevuti, appena un istante dopo tutto passa, e coloro che prima erano i tuoi più accaniti sostenitori ora possono diventare i tuoi più feroci detrattori. Se è vero che Claudio Ranieri è stato tradito proprio da quei giocatori che solo qualche mese fa sono entrati nell’olimpo del calcio grazie a lui, viene inevitabilmente da pensare a una situazione non dissimile, quella di Gesù nell’orto degli Ulivi tradito da Giuda, abbandonato dai suoi discepoli e condannato anche da chi soltanto una settimana prima lo considerava il Messia e il Re d’Israele.

Quello che conta dunque è cercare di coltivare sempre i nostri progetti, facendoli diventare dono, scoperta e opportunità di crescita per gli altri e per noi stessi. Insieme. E una volta realizzati lasciarli andare, distaccandoci da essi. Come morendo a noi stessi. Perché soltanto accettando di morire si può restare fedeli a ciò per cui abbiamo lottato. Questa è la vera libertà, lasciar andare ogni cosa, per scoprire chi realmente siamo. Senza mai aspettarsi certezze e sicurezze dagli altri: soltanto noi saremo garanti di quello in cui crediamo e per cui lottiamo. Il mondo passa, come le opinioni della gente, quello che resta e resterà per sempre è quanto abbiamo fatto col cuore nella fedeltà di ciò che siamo, andando al di là di noi stessi. In questa tensione si scorge la vera sfida, quella cioè di vedere anche nella sconfitta un segno di eternità.

Credo sia molto bello il tributo che Mourinho ha fatto a Ranieri il giorno dopo il suo licenziamento.