Finis Terrae – Estratto da “La Piuma, tra cielo e terra”

 

27 agosto, ore 22.00

Arrivai a Finisterre in pullman.

Un anno dopo, al mio secondo Cammino di Santiago, ci sarei andato a piedi partendo da La Coruña, attraverso il Cammino inglese e passando per Santiago de Compostela.

Era sera. Mi recai al molo a contemplare il tramonto, accompagnato dal silenzio. Davanti l’oceano Atlantico, dietro uno spettacolo meraviglioso: il cielo nuvoloso e il contrasto cromatico, sovrapposto alle luci della città, rendevano il panorama affascinante e misterioso al tempo stesso.

Cielo e terra si congiungevano come in un abbraccio. Dalla punta più estrema del molo osservavo in lontananza Finisterre. Le luci illuminavano lo scorrere delle persone sul lungomare. Sagome infinitamente piccole che formavano una linea sottile, come una giuntura, la cornice di un grandioso specchio riflettente. L’uomo è il collegamento tra il Cielo e la Terra, Dio lo ha posto nel mezzo.

Quale pace si respirava… mi sentivo cullato dal soave rumore delle onde che dolcemente andavano a sbattere contro il molo. Non avevo bisogno d’altro, era quella la vera pace; volevo custodirla e portarla fino a Milano.

Finisterre, dal latino Finis Terrae, la fine della terra: in quella parte estrema a ovest della Spagna gli antichi pensavano finisse la crosta terrestre. Ora, al termine del Cammino di Santiago, quella tappa esalava l’aroma nostalgico della conclusione di un viaggio. Affiorava nel mio cuore un misto di gioia e malinconia. Osservavo la meraviglia del panorama dinanzi alla mia piccolezza, e nutrivo un sentimento di fiducia mai avvertito prima.

Ma anche di tristezza.

Chiusi gli occhi, inebriato dal desiderio di infinito, e subito mi rattristai per la miseria della condizione umana.

L’infinito – ciò che l’uomo mai avrebbe potuto raggiungere – aveva attraversato i meandri del mio cuore, e già ne provavo nostalgia.

Giungendo al termine del viaggio mi accorsi di aver ricevuto come dono un cuore ardente di eternità.

Scrutai l’orizzonte come per cercarne il punto più estremo, ma avvertii che quella fine rispondeva al bisogno di un nuovo inizio.

Era come una scintilla d’infinito. Dovevo affidarmi e lasciarmi condurre dal desiderio di un ritorno a casa.

Un istante di eterno dimorò nella mia anima.

Mi convinsi che quel miracolo era pura grazia ricevuta. Non era dovuto a meriti o capacità, che tra l’altro sentivo di non possedere. Si trattava esclusivamente di un dono di Dio, la consapevolezza del cammino della mia anima.

La nostalgia di quell’istante mi pervase il cuore.

Ero chiamato a farne dono.

 

Beato te, pellegrino, se ti rendi conto che il vero cammino comincia dove finisce la strada.

Beatitudini del Pellegrino

 

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