Hashim, il ragazzo con la telecamera

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Mentre il governo italiano e tutte le altre potenze occidentali con i loro affari milionari continuano a vendere armi all’Arabia Saudita, quest’ultima con i suoi aerei colpisce regolarmente la popolazione civile in Yemen, bombardando nuovamente le stesse aree per uccidere i soccorritori. Questa orrenda pratica si chiama “Dual Tap”, ed è considerata un crimine di guerra contro l’umanità.

Hashim, ragazzo yemenita di 17 anni, con la sua piccola telecamera ha documentato diversi attacchi sauditi, sino all’ultimo del 22 gennaio che gli è costato la vita. In quella circostanza Hashim stava filmando i terribili effetti di uno dei tanti bombardamenti a Dhayan, cittadina dello Yemen.

Nell’ultimo video si vede il giovane riprendere l’arrivo dei soccorsi che cercano di salvare i superstiti da sotto le macerie. A seguito di un nuovo bombardamento saudita, Hashim viene ferito gravemente, ma continua ugualmente a filmare. Riprende anche l’attacco ad una ambulanza di Medici Senza Frontiere arrivata nella zona degli attacchi.

A causa delle ferite riportate dai bombardamenti il ragazzo muore il giorno successivo.

C’è un video in rete che documenta, in parte, quanto accaduto. Ovviamente nessun media internazionale lo ha mandato in onda… Difficilmente notizie come questa troveranno eco… Troppo lontane forse, certamente non così coinvolgenti ed emozionali come l’attacco contro una città europea.

Articolo tratto da Famiglia Cristiana, di Luigi Grimaldi. Di seguito il link dell’articolo.

http://www.famigliacristiana.it/articolo/e-morto-hashim-il-ragazzo-con-la-telecamera-eroe-sconosciuto.aspx

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Una luce splende tra le divisioni

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L’anno scorso, ad agosto, sono stato una settimana in Israele. Si è trattato del mio secondo viaggio in Terrasanta. Tornato nel Santo Sepolcro volevo rivedere un luogo in particolare, il più dimenticato dell’intera basilica. La cappella detta “dei Siriani”, contesa tra questi ultimi e gli armeni nei diritti di custodia. Per via del disaccordo tra queste due confessioni cristiane la cappella risulta abbandonata a sé stessa, mal curata, sporca. Sembra incredibile eppure è così, per via di una contesa questo luogo non può essere toccato da nessuno! Eppure, nonostante questo vero e proprio scandalo, quella piccola stanza mi trasmetteva una pace misteriosa. In mezzo alle sue mura scrostate, annerite e sporche mi sentivo protetto. Tra le sue ferite e lacerazioni avvertivo la presenza di un amore che andava oltre le nostre misere divisioni e contese di parte.

Incomprensioni e voglia di potere, da cui nasce il rancore reciproco, l’odio e l’ostilità. Uno scatenarsi di male reciproco che esclude la gioia di crescere insieme nell’ardore di costruire “terre di mezzo”. Si tratta dell’idea di sé stessi, un’idea che diventa radicale, arrogante e totalitaria. Deformandosi in ideologia.

Io sono la mia idea, senza di essa non sono.

Quanto abbiamo bisogno di ritrovare la pace nei nostri cuori. Una riconciliazione che deve stabilirsi innanzitutto con noi stessi…cercando di generare un noi solidale. Per ritrovarci parte dello stesso cammino. Perché nonostante tutto una luce splende tra le divisioni.

L’unità, miracolo da tutelare e coltivare con pazienza e amore.

Da difendere da chi ne prova invidia e pregiudizio.

Dono di sé.

Bellezza infinita, scintilla d’eternità…

da “La piuma tra cielo e terra” di Simone Caruso

 

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La speranza a due passi dall’inferno: ricordi e considerazioni sui rifugiati siriani

Sorgente: La speranza a due passi dall’inferno: ricordi e considerazioni sui rifugiati siriani

Il mondo ha bisogno di testimoni di Verità. Soprattutto oggi, nella nostra società occidentale, ammorbata di individualismo, muri e indifferenza. Guardare “oltre” per scoprire l’Altro. Donare sé stessi fa scoprire la vera libertà.

Condivido il bellissimo articolo della blogger e cooperante Alessandra Contigiani sulla sua esperienza nel nord della Giordania al confine con la Siria, nel 2014, presso uno dei più grandi campi profughi siriani, insieme a un gruppo di bambini, perlopiù rimasti orfani.

Una testimonianza importante, da leggere e meditare.

Grazie Alessandra!

Un pensiero (e un Padre Nostro) per David Bowie

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David Bowie ha lasciato il segno. Come solo i più grandi sanno fare. Il suo ultimo disco, “Blackstar” è uscito l’8 gennaio, due giorni prima della sua morte. Il secondo singolo dell’album “Lazarus” inizia con queste parole:

“Look up here, I’m in heaven…”

“Alza lo sguardo, sono in paradiso. Ho ferite che non si possono vedere… Sai, sarò libero proprio come quell’uccello. Anzi, non è lui che assomiglia a me?”

L’ultimo suo concerto risale al 2004, in Germania, quando a causa di un infarto deve interrompere la sua esibizione e il tour mondiale. Da allora intraprende una scelta di vita più appartata, lontana dai riflettori dello spettacolo, decidendo di non rilasciare neppure interviste.

Ma chi era David Bowie? L’uomo che all’inizio della sua carriera aveva creato diversi alter ego di sé stesso. Un personaggio agli eccessi, in ogni comportamento e scelta di vita. Dall’uso spropositato della droga alla predilezione per l’immagine androgina della propria persona, in riferimento a una presunta bisessualità.

David Bowie era, nella sua complessità ed ecletticità, un uomo alla ricerca del senso di sé stesso. Un uomo alla ricerca del senso dell’essere, quel senso che conduce ad andare oltre la propria finitezza. Un cammino fatto di dolore e sofferenza, che lo ha portato a cercare un equilibrio, nella sobrietà e nella normalità. Prova ne è un’intervista che il 2 ottobre 2003 gli fece Vanity Fair Italia. Alla domanda di Luca Dini (attuale direttore di Vanity Fair) su come valutasse il suo passato, David Bowie rispose: “Quello che vede adesso è il vero David. Come se avessi lasciato cadere l’armatura, i travestimenti che usavo per proteggermi quando mi sentivo disperatamente solo. Tempi lontani. Non somiglio affatto all’uomo di vent’anni fa. Ero messo male, davvero. Ho volato da un pianeta all’altro cercando la realtà, oggi sono quello che ero all’inizio.”

Nell’intervista racconta quanto è stato decisivo l’incontro con la sua seconda moglie, la modella somala Imam, sposata a Firenze nel 1992, nella chiesa episcopale americana di St. James, e soprattutto la nascita della loro figlia Alexandria Zahra Jones. Bowie afferma che tutto quello che fa lo deve a sua figlia. “Se pensassi che non ci sono speranze, perché l’avrei messa al mondo? Devo volerle abbastanza bene da credere che esistono alternative a questo mondo dove ognuno si sente sempre più solo e impotente. Dove il surrogato della libertà è il reality show, che almeno ti dà la possibilità di esprimere un voto. Se non ci fosse Lexie sarebbe facile lasciarsi andare al nichilismo: la mia responsabilità di padre me lo proibisce.”

Personalmente ho iniziato ad appassionarmi alla sua musica e al suo genio artistico soltanto qualche anno fa, restando conquistato dagli album della rinascita, quelli composti nel 2002 (Heathen) e nel 2003 (Reality), scritti dopo la nascita di sua figlia. E poi nel 2013 il penultimo, The next day.

Scavando nel mio passato però mi viene in mente un episodio. Era il 1992 e in televisione veniva proposto il concerto in memoria di Freddie Mercury. Avevo 16 anni e sapevo appena chi fosse David Bowie. Ricordo che al termine di una canzone quel cantante fece qualcosa di unico e sorprendente. Dopo aver cantato Heroes, Bowie disse: “Qui vogliamo ricordare il nostro amico Freddie Mercury, ma vorrei che ci ricordassimo anche i nostri amici, i vostri amici, i miei amici, morti di recente o tempo fa, amici o parenti che ancora vivono ma che sono stati colpiti da questa malattia implacabile (l’Aids). E vorrei offrire qualcosa, in maniera molto semplice, la più semplice che mi viene in mente”. Finito di parlare si mise in ginocchio davanti alle 72mila persone riunite nello stadio di Wembley.

Pregando con le parole del Padre Nostro.

 

Grazie David, per essere andato oltre il muro della bellezza. Con la tua normalità…

Dopo un anno,”Je suis qui?”

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Je suis qui?

A distanza di un anno dai tragici fatti di Parigi, quando Je suoi Charlie diventò lo slogan planetario di solidarietà alla nazione francese colpita dagli attacchi terroristici del 7 gennaio 2015, sorgono spontanee alcune considerazioni e domande. Per comprendere soprattutto se qualcosa è cambiato, oppure se tutto è rimasto come prima. Imprigionato nei meandri di feroci (e inutili) polemiche e contrapposizioni ideologiche.

L’11 gennaio 2015 a Parigi si tenne la più grande manifestazione popolare contro il terrorismo: presenti due milioni di persone, oltre cinquanta capi di Stato e di Governo per dire no al terrore e alla paura. Le immagini di quella maestosa marcia repubblicana, evidente espressione di una volontà di rinascita e di fiducia nel futuro, lasciavano però aperti alcuni interrogativi. Senza i quali la manifestazione rischiava di ridursi a mero simbolo di un consolatorio rituale, utile soltanto per esorcizzare ogni forma di paura.

Quali sono le cause di così tanto odio?

Cosa sarebbe accaduto da lì a una settimana, un mese, un anno?

Dov’è finito l’essere umano?

La società occidentale nutre il bisogno compulsivo di catalogare idee, principi, esseri umani, omologandoli come fossero clichés; rischiando di non focalizzare il percorso che porta ogni persona alla scoperta del proprio sé.

L’emotività del fatto nega l’approfondimento dei suoi contenuti, trattati con estrema superficialità. La strategia mediatica dei mezzi di comunicazione, generalmente volta a pilotare l’opinione pubblica, annacqua ogni contestualizzazione logica e razionale per influenzare le masse: il pensiero critico viene sostituito dal sentimento...

La domanda iniziale, pertanto, si ripropone

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Chi sono io? Chi voglio essere?

Un “feticcio d’identità” utile al sistema, che all’interno della massa segue la moda del momento? Oppure un essere umano con la sua identità, unica e insostituibile, alla ricerca del compimento di sé stesso?

Occidente e Arabia Saudita, un rapporto ipocrita e schizofrenico.

Per comprendere quello che sta accadendo in Arabia Saudita. Due articoli che aiutano a leggere fatti a prima vista poco comprensibili e privi di logica razionale. Nel primo articolo di Kamel Daoud, pubblicato su The New York Times e tradotto sul sito di Internazionale, si delinea la radice comune tra Arabia Saudita e Is nel wahabismo sunnita, la versione dell’islam ultrapuritana di cui si nutre l’Is. Nella sua lotta al terrorismo, l’Occidente è in guerra con l’Is ma stringe la mano all’Arabia Saudita.

Il secondo articolo è di Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana. Scaglione evidenzia l’ipocrisia dell’Occidente dinanzi alle 47 condanne a morte eseguite in Arabia Saudita, tra cui l’uccisione dell’imam sciita Al Nimr, che ha scatenato violente minacce e ritorsioni da parte dell’Iran.

L’Occidente condanna il terrorismo, ma stringe accordi miliardari con uno Stato fondamentalista. Perché, come afferma Scaglione, fanno gola i miliardi in contratti, anche sotto forma di vendita di armi
Non un buon inizio d’anno per la geopolitica mediorientale.

 

Obama

Il re Salman bin Abdulaziz dell’Arabia Saudita e il presidente degli Stati Uniti ad Antalya, in Turchia, il 15 novembre 2015. (Jonathan Ernst, Reuters/Contrasto)

Le vere radici del gruppo Stato islamico sono in Arabia Saudita 

25 novembre 2015 10:09

Stato islamico nero, Stato islamico bianco. Il primo sgozza, uccide, lapida, taglia le mani, distrugge il patrimonio dell’umanità e detesta l’archeologia, le donne e gli stranieri non musulmani. Il secondo è meglio vestito e più pulito, ma non si comporta diversamente. Il gruppo Stato islamico (Is) e l’Arabia Saudita. Nella sua lotta al terrorismo, l’occidente è in guerra con l’uno ma stringe la mano all’altro.

È un meccanismo di negazione che ha un prezzo. Si vuole salvare la storica alleanza strategica con l’Arabia Saudita dimenticando che questo regno si fonda su un’altra alleanza, con una gerarchia religiosa che produce, legittima, diffonde, predica e difende il wahabismo, la versione dell’islam ultrapuritana di cui si nutre l’Is.

Il wahabismo, un movimento radicale messianico nato nel diciottesimo secolo, vuole restaurare un vagheggiato califfato intorno a un deserto, un libro sacro e due luoghi santi, la Mecca e Medina. È un puritanesimo figlio di massacri e del sangue, che si traduce oggi in un rapporto assurdo con le donne, in un divieto d’ingresso ai non musulmani nei luoghi sacri, in una legge religiosa intransigente, ma anche in un rapporto malato con le immagini, con la rappresentazione e, quindi, con l’arte, oltre che con il corpo, con la nudità e con la libertà. L’Arabia Saudita è un Is che ce l’ha fatta.

Le nuove generazioni estremiste non sono nate jihadiste. Sono state nutrite dalla Fatwa valley.

Colpisce la negazione che l’occidente opera nei confronti di questo paese: consideriamo questa teocrazia un alleato e fingiamo di non vedere che è il principale mecenate ideologico della cultura islamista. Le nuove generazioni estremiste del cosiddetto mondo “arabo” non sono nate jihadiste. Sono state nutrite dalla Fatwa valley, una sorta di Vaticano islamista dotato di una vasta industria che produce teologi, leggi religiose, libri e politiche editoriali e mediatiche aggressive.

Si potrebbe ribattere affermando che anche l’Arabia Saudita è un bersaglio potenziale dell’Is. È vero, ma insistere su questo punto significa trascurare l’importanza dei legami tra la famiglia regnante e le gerarchie religiose che ne assicurano la stabilità (ma anche, e in misura sempre maggiore, la precarietà). A trovarsi in trappola è una famiglia reale che, indebolita da regole di successione dinastica che accentuano il rinnovamento, si aggrappa dunque all’ancestrale alleanza tra re e religiosi. Il clero saudita produce l’estremismo islamico che minaccia il paese ma che assicura anche la legittimità del regime.

Bisogna vivere nel mondo musulmano per comprendere l’immenso potere esercitato dai canali televisivi religiosi sulla società attraverso i suoi anelli più deboli: le famiglie, le donne, gli ambienti rurali. La cultura islamista si è diffusa oggi in molti paesi: Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto, Mali, Mauritania. Vi sono qui migliaia di giornali e di canali televisivi islamisti (come Echourouk e Iqra), oltre che religiosi che impongono la loro visione unica del mondo, della tradizione e dell’abbigliamento nello spazio pubblico, così come nei testi legali e nei riti di una società che considerano corrotta.

Il gruppo Stato islamico ha una madre: l’invasione dell’Iraq. Ma anche un padre: l’Arabia Saudita e la sua industria ideologica.

Bisogna leggere alcuni giornali islamisti e le loro reazioni agli attentati di Parigi. In essi l’occidente è presentato come il luogo “dei paesi empi”, gli attentati sono la conseguenza degli attacchi all’islam, i musulmani e gli arabi sono diventati i nemici dei laici e degli ebrei. La questione palestinese, la distruzione dell’Iraq e il ricordo del trauma coloniale vengono usati per convincere le masse con discorsi dai toni messianici. Mentre questo discorso si impone nella società, più in alto i poteri politici presentano le loro condoglianze alla Francia e denunciano un crimine contro l’umanità. Una situazione di totale schizofrenia, parallela alla negazione operata dall’occidente nei confronti dell’Arabia Saudita.

Tutto ciò suscita qualche perplessità di fronte alle roboanti dichiarazioni delle democrazie occidentali sulla necessità di lottare contro il terrorismo. Si tratta di una “guerra” miope poiché prende di mira l’effetto e non la causa. L’Is è una cultura prima di essere una milizia: come impedire che le generazioni future scelgano il jihadismo se non sono stati arginati gli effetti della Fatwa valley, dei suoi religiosi, della sua cultura e della sua immensa industria editoriale?

Un equilibrio illusorio

Guarire questo male sarebbe dunque un compito facile? Non esattamente. L’Arabia Saudita, sorta di Is bianco, resta un alleato dell’occidente nel gioco delle alleanze mediorientali. Viene preferita all’Iran, un Is grigio. Ma si tratta di una trappola che, attraverso la negazione, produce un equilibrio illusorio: il jihadismo viene denunciato come il male del secolo ma non ci si concentra su ciò che lo ha creato e lo sostiene. Questo permette di salvare la faccia, ma non le vite umane.

Il gruppo Stato islamico ha una madre: l’invasione dell’Iraq. Ma anche un padre: l’Arabia Saudita e la sua industria ideologica. Se l’intervento occidentale ha fornito delle ragioni ai disperati del mondo arabo, il regno saudita gli ha offerto un credo e delle convinzioni. Se non lo capiamo, perderemo la guerra anche se dovessimo vincere delle battaglie. Uccideremo dei jihadisti ma questi rinasceranno nelle prossime generazioni, nutriti dagli stessi libri.

Gli attentati di Parigi rimettono in evidenza questa contraddizione. Ma come dopo l’11 settembre, rischiamo di cancellarla dalle analisi e dalle coscienze.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul New York Times il 25 novembre 2015.

http://www.internazionale.it/opinione/kamel-daoud/2015/11/25/terrorismo-stato-islamico-arabia-saudita

 

Arabia Saudita: i nostri amici ne ammazzano 47

La rara immagine di un'esecuzione per decapitazione in Arabia Saudita.

La rara immagine di un’esecuzione per decapitazione in Arabia Saudita.

Lo Stato canaglia per eccellenza del Medio Oriente, l’Arabia Saudita, ha iniziato il 2016 esattamente come aveva concluso il 2015: ammazzando gente. 47 esecuzioni capitali per decapitazione o fucilazione in un solo giorno. Il che vuol dire che il secondo giorno dell’anno il regime wahabita ha già messo a morte un terzo delle persone uccise nel 2015 (157, secondo il calcolo delle diverse organizzazioni umanitarie) e più di metà di quelle uccise nel 2014 (87).

La pena di morte, in Arabia Saudita, è sempre meno uno strumento, pure allucinante, della giustizia penale e sempre più uno strumento di controllo sociale, usato senza alcun ritegno dall’accoppiata re-muftì. Il re Salman al-Saud, sul trono da meno di un anno, e Sheikh Abdul Aziz Alal-Sheikh, gran muftì dal 1999, per il quale parlano certe fatwa: per esempio, nel 2012, l’invito a distruggere tutte le Chiese cattoliche della penisola arabica e, sempre quell’anno, la conferma della legittimità del matrimonio coatto per le bambine di 10 anni.

Vedremo se la stampa internazionale, domani, parlerà di “svolta storica” per l’Arabia Saudita, come si precipitò a fare, poco tempo fa, per l’elezione di 13 donne in una tornata elettorale disertata dagli elettori (25% di affluenza ai seggi) perché coreografica e ininfluente.

Nell’attesa, molti si sono concentrati sulla messa a morte dello sceicco Nimr al-Nimr, influente esponente della comunità sciita, minoritaria in Arabia Saudita (10-15% della popolazione) ma forte nella provincia del Qatif, affacciata sul Golfo Persico, ricca di riserve petrolifere (produce 500 mila barili al giorno dal 2004) e vicina al Bahrein. Con la Primavera araba del 2011, Nimr al-Nimr era diventato una figura di punta nella contestazione al regime e nella richiesta di maggiori diritti per le minoranze religiose. Gli sciiti del Qatif avevano anche cominciato a chiedere la separazione dall’Arabia Saudita e l’annessione al Bahrein, dove gli sciiti sono maggioranza (70% della popolazione) ma soggetti alla monarchia sunnita degli Al Khalifa.

Richiesta che aveva fatto scattare la repressione: gli Al Khalifa chiesero l’intervento dell’Arabia Saudita che mandò in Bahrein l’esercito, con tanto di forze corazzate. Morti, feriti, prigionieri politici e torture a seguire, senza alcuno scandalo internazionale. Al contrario, con la benevola approvazione del premio Nobel per la Pace Barack Obama.

Mettere a morte Al Nimr, oltre a molti altri personaggi che avevano come colpa soprattutto quella di opporsi agli Al Saud, non vuol dire tanto cercare lo scontro con gli sciiti, perché questo scontro va avanti da secoli e non saranno queste esecuzioni a cambiarne la natura o la radicalità. Vuol dire soprattutto ricordare all’Occidente che il patto col diavolo dev’essere rispettato. L’Occidente che sventola la bandiera della democrazia, e della sua diffusione in Medio Oriente, non deve impicciarsi della penisola arabica, dove pure la democrazia è fatta a pezzi. Le maggioranze controllate da minoranze possono farsi sentire altrove, tipo in Siria. Ed essere anche armate, finanziate, organizzate, sponsorizzate all’Onu e in ogni dove. Ma non in Bahrein.

E l’Arabia Saudita può fare ciò che vuole: appoggiarsi a una delle versioni dell’islam più retrive per giustificare la repressione politica, esportare il credo wahabita nel mondo, finanziare quasi tutti i movimenti islamisti più radicali, fomentare guerre civili, intervenire militarmente in altri Paesi, bombardare villaggi e città dello Yemen (quasi 6 mila morti, tra i quali tantissimi bambini, nella guerra contro i ribelli sciiti Houthi), appoggiare gli islamisti in Siria. Per noi va tutto bene.

Al momento in cui scrivo, Barack Obama non ha aperto bocca sulle 47 esecuzioni. Forse è meglio così: probabilmente direbbe “l’Arabia Saudita ha diritto di difendersi”, come se non bastassero i 27 mila soldati Usa sul Golfo Persico, le basi, le imponenti forniture di armi che da due anni fanno proprio dei sauditi i maggiori acquirenti e importatori di armi del mondo (primi, con 20 milioni di abitanti, davanti all’India, grande come un continente e con 1,3 miliardi di abitanti). Del resto, Obama portò la famiglia e mezzo Governo Usa a piangere ai funerali del re saudita Abdallah, un anno fa, e quindi non c’è molto da aspettarsi.

Nulla dirà anche il presidente francese Hollande, visto che solo due mesi fa il suo premier Manuel Valls andò a Riad e twittò orgoglioso per i 10 miliardi in contratti che riportava a casa, anche sotto forma di vendita di armi. Tacerà anche Matteo Renzi che pure non ama tacere: quando andò a Mosca si precipitò a portare fiori sul ponte dov’era stato ucciso Boris Nemtzov, oppositore di Vladimir Putin. Dubito che farà lo stesso gesto per Al Nimr:  anche Renzi è stato da poco in Arabia Saudita, anche lui ha firmato contratti, ha dispensato sorrisi ed è tornato a casa. In silenzio.

Articolo di Famiglia Cristiana, pubblicato il 2 gennaio 2016.

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