Un pensiero (e un Padre Nostro) per David Bowie

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David Bowie ha lasciato il segno. Come solo i più grandi sanno fare. Il suo ultimo disco, “Blackstar” è uscito l’8 gennaio, due giorni prima della sua morte. Il secondo singolo dell’album “Lazarus” inizia con queste parole:

“Look up here, I’m in heaven…”

“Alza lo sguardo, sono in paradiso. Ho ferite che non si possono vedere… Sai, sarò libero proprio come quell’uccello. Anzi, non è lui che assomiglia a me?”

L’ultimo suo concerto risale al 2004, in Germania, quando a causa di un infarto deve interrompere la sua esibizione e il tour mondiale. Da allora intraprende una scelta di vita più appartata, lontana dai riflettori dello spettacolo, decidendo di non rilasciare neppure interviste.

Ma chi era David Bowie? L’uomo che all’inizio della sua carriera aveva creato diversi alter ego di sé stesso. Un personaggio agli eccessi, in ogni comportamento e scelta di vita. Dall’uso spropositato della droga alla predilezione per l’immagine androgina della propria persona, in riferimento a una presunta bisessualità.

David Bowie era, nella sua complessità ed ecletticità, un uomo alla ricerca del senso di sé stesso. Un uomo alla ricerca del senso dell’essere, quel senso che conduce ad andare oltre la propria finitezza. Un cammino fatto di dolore e sofferenza, che lo ha portato a cercare un equilibrio, nella sobrietà e nella normalità. Prova ne è un’intervista che il 2 ottobre 2003 gli fece Vanity Fair Italia. Alla domanda di Luca Dini (attuale direttore di Vanity Fair) su come valutasse il suo passato, David Bowie rispose: “Quello che vede adesso è il vero David. Come se avessi lasciato cadere l’armatura, i travestimenti che usavo per proteggermi quando mi sentivo disperatamente solo. Tempi lontani. Non somiglio affatto all’uomo di vent’anni fa. Ero messo male, davvero. Ho volato da un pianeta all’altro cercando la realtà, oggi sono quello che ero all’inizio.”

Nell’intervista racconta quanto è stato decisivo l’incontro con la sua seconda moglie, la modella somala Imam, sposata a Firenze nel 1992, nella chiesa episcopale americana di St. James, e soprattutto la nascita della loro figlia Alexandria Zahra Jones. Bowie afferma che tutto quello che fa lo deve a sua figlia. “Se pensassi che non ci sono speranze, perché l’avrei messa al mondo? Devo volerle abbastanza bene da credere che esistono alternative a questo mondo dove ognuno si sente sempre più solo e impotente. Dove il surrogato della libertà è il reality show, che almeno ti dà la possibilità di esprimere un voto. Se non ci fosse Lexie sarebbe facile lasciarsi andare al nichilismo: la mia responsabilità di padre me lo proibisce.”

Personalmente ho iniziato ad appassionarmi alla sua musica e al suo genio artistico soltanto qualche anno fa, restando conquistato dagli album della rinascita, quelli composti nel 2002 (Heathen) e nel 2003 (Reality), scritti dopo la nascita di sua figlia. E poi nel 2013 il penultimo, The next day.

Scavando nel mio passato però mi viene in mente un episodio. Era il 1992 e in televisione veniva proposto il concerto in memoria di Freddie Mercury. Avevo 16 anni e sapevo appena chi fosse David Bowie. Ricordo che al termine di una canzone quel cantante fece qualcosa di unico e sorprendente. Dopo aver cantato Heroes, Bowie disse: “Qui vogliamo ricordare il nostro amico Freddie Mercury, ma vorrei che ci ricordassimo anche i nostri amici, i vostri amici, i miei amici, morti di recente o tempo fa, amici o parenti che ancora vivono ma che sono stati colpiti da questa malattia implacabile (l’Aids). E vorrei offrire qualcosa, in maniera molto semplice, la più semplice che mi viene in mente”. Finito di parlare si mise in ginocchio davanti alle 72mila persone riunite nello stadio di Wembley.

Pregando con le parole del Padre Nostro.

 

Grazie David, per essere andato oltre il muro della bellezza. Con la tua normalità…

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