Un estratto dal mio nuovo libro “La Piuma”

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24 agosto,

Mi alzai prestissimo, verso le cinque, lasciando Palas de Rey mezz’ora dopo. Riprendevo il cammino portando con me rinnovate motivazioni, desideroso di dare nuova linfa alla mia esperienza.

Per la prima volta iniziavo il Cammino ancora col buio. Seguendo uno dei tanti consigli di Riccardo avevo portato con me una pila frontale. Peccato che fosse senza pile! Per circa un’ora vagai nell’oscurità alla ricerca della strada giusta da percorrere. Ogni volta che mi trovavo davanti a un bivio andavo alla ricerca della provvidenziale «freccia gialla» del Cammino. Ma trovarla nell’oscurità non era semplice; così mi mettevo, con la luce del cellulare, a perlustrare sassi, cartelli e muri, sperando di trovare il segno della freccia o quello della conchiglia. Talvolta, non trovando alcun segno, mi mettevo in ascolto di qualsiasi suono fosse un richiamo alla vita: versi di uccelli notturni o di creature selvatiche, il rumore del vento che sbatteva contro gli alberi e che si confondeva col suono del mio respiro. Persino il rumore dei miei passi diventava un antidoto contro la paura.

Eravamo soltanto io e la natura, che mi avvolgeva nel suo mistero. In circostanze come quelle scatta qualcosa di non prevedibile, l’istinto di sopravvivenza, qualcosa che nessuno può insegnare. Il necessario bisogno di dare un senso alla speranza.

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Finalmente giunsero le prime luci del mattino, che iniziarono a filtrare tra i rami degli alberi, e potei vedere più facilmente le «frecce gialle» che nel frattempo non avevano mai smesso di accompagnare i miei passi.

Quella tappa si rivelò lunga e difficile; circa ventinove chilometri di strada, che percorsi senza mai fermarmi, a parte una piccola sosta. La sera prima Estefania mi aveva detto che in spagnolo questo tratto viene soprannominato rompepiernas, ovvero «rompigambe», a causa delle ripetute salite e discese che impediscono di mantenere un ritmo costante. E aveva ragione! Furono tanti i momenti difficili, però lo stupore nel vedere panorami tanto incantevoli mi incoraggiava ad andare avanti.

Verso l’una e mezza del pomeriggio arrivai ad Arzua, fisicamente distrutto. Trovai un ostello in centro e subito mi fiondai a pranzare in un ristorante, dove assaggiai una delle specialità della Galizia, il polpo. Era talmente buono che mi concessi il bis.

Verso le sei di sera mi vidi con Estefania per bere un caffè. Mi raccontò della sua tappa che, come per me, si era rivelata estenuante. Rispetto al giorno precedente, però, la trovai più distesa e sorridente. Ci accordammo per ritrovarci in serata alla celebrazione domenicale del pellegrino.

Tratto dal mio nuovo libro “La Piuma”

 

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