Estratto da “La Piuma.Tra Cielo e Terra”, sulla crisi dell’Occidente

In questo estratto dal mio nuovo libro provo ad analizzare, tra le altre cose, la condizione dell’Occidente a seguito degli attentati di Parigi del 9 e 10 gennaio 2015.

Dopo gli attacchi del terrorismo islamista alla metropolitana e all’aeroporto di ieri mattina a Bruxelles stiamo forse rivivendo le stesse paure di Parigi, come avvolti da un terrificante e angoscioso déjà vu. 

Ma ancora una volta, da quello che si percepisce dai media e dai messaggi di circostanza dei capi di governo europei, non vogliamo né vedere né sentire…Tutto ci passa dinanzi come qualcosa di estraneo e al di fuori delle nostre vite. Vite che restano radicate nell’effimero, come dentro una bolla di sapone che rappresenta la fragile, irreale e consolatoria idea di noi stessi.

L’Europa è una grande e vecchia casa senza fondamenta, volutamente estirpate da noi stessi europei, chiusa in se stessa. Come una casa con tanti piani e senza una propria struttura portante crolla, così un popolo senza radici identitarie prima o poi è destinato ad estinguersi.

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ESTRATTO DA “LA PIUMA. TRA CIELO E TERRA” DI SIMONE CARUSO

Un altro avvenimento che mi ha fatto molto riflettere sono i giorni di terrore di Parigi, del 9 e 10 gennaio 2015, quando dodici persone morirono a causa di attentati terroristici, primo fra tutti l’attacco alla sede del giornale satirico «Charlie Hebdo». La reazione che ne seguì si rivelò per lo più indirizzata a una manifestazione emotiva. Dinanzi alla minaccia del terrorismo islamico mi ritrovai ad aver paura soprattutto di noi occidentali, istericamente concentrati nella tutela dei nostri diritti acquisiti, di benessere e libertà.

Si disse che era un attacco ai valori dell’Occidente.

Ma quali sono i valori dell’Occidente?

Dimentichi di chi siamo e da dove proveniamo, corriamo dietro l’idea di noi stessi. Stiamo perdendo la nostra vera identità per costruire una fantomatica identità di genere, artificiosa nella sua essenza. Plasmati nell’inconsapevolezza e nell’inconsistenza della nostra identità, ci lasciamo permeare degli slogan del politically correct, panacea illusoria a difesa delle minacce del nostro quieto vivere. Un atteggiamento del genere, simile a quello degli struzzi che pur di non vedere il pericolo imminente ficcano la testa dentro la sabbia, rischia di innescare un cortocircuito identitario dalle imprevedibili conseguenze.

Je suis qui?

Chi sono io?

Questa è la domanda che mi posi prima di iniziare il Cammino di Santiago.

Dopo i tragici fatti di Parigi «Je suis Charlie» diventò lo slogan planetario di solidarietà alla Francia, colpita dagli attacchi terroristici, e una martellante campagna mediatica operò nei giorni a venire, mitizzando questo giornale satirico, ritenuto l’unico baluardo contro le angherie dell’intolleranza e dell’odio.

L’11 gennaio 2015 a Parigi si tenne la più grande manifestazione popolare contro il terrorismo: erano presenti due milioni di persone, oltre cinquanta capi di Stato e di Governo per dire no al terrore e alla paura. Le immagini di quella maestosa marcia repubblicana, evidente espressione di una volontà di rinascita e di fiducia nel futuro, lasciavano però aperti alcuni interrogativi, senza i quali la manifestazione rischiava di ridursi a mero simbolo di un consolatorio rituale, utile per esorcizzare ogni forma di paura.

Quali sono le cause di così tanto odio?

Cosa sarebbe accaduto da lì a una settimana, un mese, un anno?

Dov’è finito l’essere umano?  

La nostra società nutre il bisogno compulsivo di catalogare idee, principi, esseri umani, omologandoli come fossero cliché, rischiando di non focalizzare il percorso che porta ogni persona alla scoperta del proprio essere.

L’emotività del fatto nega l’approfondimento dei suoi contenuti, trattati con estrema superficialità. La strategia mediatica dei mezzi di comunicazione, generalmente volta a pilotare l’opinione pubblica, annacqua poi ogni contestualizzazione logica e razionale per influenzare le masse, spesso esasperando le contrapposizioni sia verbali che virtuali: il pensiero critico viene sostituito dal sentimento.

Chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando? Qual è il senso della mia vita?

«Essi avevano occhi e non vedevano» si legge nel Prometeo incatenato, «orecchie e non sentivano, ma, simili alle immagini dei sogni, vivevano la loro lunga esistenza nella confusione. Case non conoscevano di pietra, esposte al sole, né sapevano lavorare il legname. Vivevano una vita sotterranea, rintanati in anfratti di caverne senza un raggio di sole, come effimere formiche. E non sapevano alcun segno sicuro dell’inverno, né della primavera che dà fiori, né dell’estate che dà messi. Vivi di una vita insensata, senza regole.»

L’Occidente ha bandito i propri valori unificanti; li ha sostituiti con una fittizia e ipocrita cultura pluralista, che per evitare i conflitti ha scelto la via dell’omologazione. E, si badi bene, il problema non è certamente la cultura pluralista in sé, da ritenersi comunque una ricchezza. Il problema è la mancanza di senso critico della sua complessità, tale da generare un’esasperata «indifferenza globalizzata», all’interno della quale trovano spazio, come effetto opposto, pericolosi estremismi reazionari.

 

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