Giornata Mondiale della Salute Mentale…un ricordo di vent’anni fa.

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Oggi si celebra la giornata mondiale della salute mentale.

I disturbi mentali riguardano 164 milioni di europei, vale a dire il 38,2% della popolazione totale. Numeri che fanno rabbrividire. In Italia la malattia mentale riguarda 17 milioni di persone. Siamo a circa un terzo della popolazione complessiva.

Probabilmente andrebbero fatte molte considerazioni in merito, la più ovvia è quella che la nostra è una società malata. E che, nonostante ciò, fa finta di non esserlo… Sarebbe anche interessante sapere se talvolta i veri malati siano quelli dentro le strutture psichiatriche oppure fuori.

Circa vent’anni fa fui destinato in provincia di Vicenza presso una comunità di malati mentali, come obiettore di coscienza. Lì trascorsi ben undici mesi. Da quell’esperienza scaturì il mio primo libro, intitolato “Sto malissimo”.

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Ecco un estratto, la storia di Rosa… “La rosa più bella”.

“Oggi Rosa è morta. L’hanno trovata sola in casa, stesa a terra, dissanguata con una siringa infilata nel braccio. Causa della morte, overdose.” Questa è la storia di Rosa, una donna calpestata dal peso della nostra società, che non ha tempo di fermarsi e aiutare chi, come lei, è affetto da grandi problemi. Nei suoi occhi si leggevano le umiliazioni e le frustrazioni subite nel corso di trentasette anni pieni di sofferenze, solitudine e abbandoni. I suoi occhi, bellissimi, grandi e scuri, esprimevano quello che Rosa non voleva raccontare. I suoi occhi, tanto intensi, rappresentavano la tristezza della sua esistenza. E il suo sorriso, raro a vedersi, come gli occhi era spento. Quando però la vedevo sorridere mi sentivo felice, nonostante fossi conscio della sua situazione mi illudevo per qualche istante che quel sorriso potesse donarle un po’ di felicità, giusto quel poco che le sarebbe servito in passato per farle evitare certe esperienze.

Sieropositiva, violentata dal padre dal quale ebbe due figli, Rosa si prostituì e chiese l’elemosina per mantenersi, ebbe una relazione con un tossicodipendente poi morto di Aids e lei stessa fece uso abituale di eroina, oltre a essere stata alcolista. Ma la sua presenza in comunità, secondo i medici, era da attribuire soltanto ai suoi gravi disturbi mentali e psichici. Fin dal primo giorno ebbi l’impressione che Rosa tendesse con facilità a mettersi in mostra, lamentandosi per ogni problema, anche inesistente. Era evidente che non amava vivere in comunità. Rosa era zingara rom ed era orgogliosa del suo atteggiamento libero e selvaggio. Tutto ciò rendeva difficile poter gestire le sue metamorfosi e la sua asprezza, considerando inoltre la mancanza di attrezzature compatibili con la sua sieropositività, che rendeva la comunità un luogo inadatto per poter pensare a programmi di reinserimento. Comunque la psicologa della comunità, insieme agli assistenti sociali, aveva progettato un suo reinserimento parziale nella società, con l’obiettivo di farla vivere in una casa tutta sua. La sua presenza era motivo costante di tensione. Se una persona le stava antipatica lei la provocava in ogni modo possibile, offendendola pesantemente e subito dopo, con inaudita sfrontatezza, si rivolgeva a quella stessa persona chiedendo una sigaretta o un caffè. Probabilmente era dovuto alla sua mancanza di memoria causata dal pesante uso di droghe che fece per anni. Facilmente dimenticava i nomi delle persone, aveva scarsa cognizione spazio temporale e, soprattutto, era incapace di concludere un discorso. A volte lo iniziava e dopo un po’ si rivolgeva a qualcuno chiedendo se anch’egli aveva visto la Madonna, oppure udito voci spettrali che la chiamavano…

Spesso l’accompagnavo a ritirare la pensione o per informarsi sul trasloco dei mobili dalla sua vecchia casa, in quella nuova promessa dalla psicologa (nonché coordinatrice della comunità). Talvolta ci si fermava al bar per bere un caffè, scambiando quattro chiacchiere, nonostante la sua reticenza nel confidarsi. Ricordo il giorno in cui, insieme all’assistente sociale, accompagnai Rosa nella vecchia casa per decidere cosa portare in quella nuova. Non era una casa, ma un immondezzaio dove topi e scarafaggi erano i veri padroni. Sinceramente mi risultava complicato credere che Rosa potesse essere autosufficiente dentro una casa nuova, viste le condizioni di quella vecchia, ma ero convinto che a differenza di prima non sarebbe stata più sola. Il Comune e la psicologa infatti l’avrebbero supportata. Almeno così credevo. Osservando l’assistente sociale non riuscivo a decifrare i suoi silenzi e la sua impassibilità alle domande e considerazioni di Rosa, notavo una sua totale indifferenza alla prospettiva che una donna con tali problemi potesse incontrare ostacoli insormontabili se lasciata sola. Sebbene i progetti fossero ormai definitivi, a me Rosa sembrava tutto tranne che una donna autosufficiente! Le colpe non erano certo dell’assistente sociale, semplice burattino manovrato da altri. Rosa, raggiante di felicità, lasciò la comunità e col consenso dei medici e della psicologa/coordinatrice si recò nel suo nuovo appartamento. Fu organizzata anche una prestigiosa cerimonia, e invitati numerosi giornalisti che riportarono sui quotidiani locali l’enfasi per quell’avvenimento che aveva del prodigioso: una donna sieropositiva con problemi mentali era diventata improvvisamente autonoma…

Dopo quindici giorni, a seguito di una grave crisi, Rosa fu trasferita in un ospedale psichiatrico e dopo un mese di degenza tornò definitivamente nella sua casa. Nessun medico o responsabile della comunità si ricordò più di lei. Purtroppo di questa vicenda si conosce soltanto il triste epilogo, scritto dagli stessi responsabili che decisero il trasferimento di Rosa nella nuova casa, lasciandola sola.

Dopo il “successo politico” non solo non interessò più, ma divenne probabilmente un peso troppo ingombrante da mantenere. E bisognava disfarsene.

Poco prima di finire il mio percorso da obiettore mi venne consegnato un foglio stropicciato, scritto da Rosa prima di morire. Era il suo testamento spirituale.

“E’ da tanto tempo che volevo una casa. Non vi sto qui a raccontare, vi dico solo che ho fatto un anno in comunità e soffrivo. Ora sono a casa e soffro ancora. Sono stanca di pregare…sono stanca di questa vita, io spero che il buon Dio mi porti presto con lui. Ciao, vi voglio bene anche se non vi conosco.”

Qui sotto un articolo molto interessante sulla situazione attuale della malattia mentale in Italia e in Europa, pubblicato su La Stampa.

http://www.lastampa.it/2016/10/10/scienza/benessere/giornata-della-salute-mentale-il-primo-aiuto-argina-i-traumi-6ey6NGMDFbGutOvtsJE17I/pagina.html

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