La Russia e il gran sonno dell’Occidente

L’articolo del giornalista Fulvio Scaglione delinea molto bene il raffronto attuale tra Russia e Occidente; le cui dinamiche in realtà nascono e si sviluppano fin dal 1992 con la fine dell’Unione Sovietica (Urss).

Da una parte la Russia di Putin sta costruendo e solidificando coi fatti un’idea politica e una propria identità all’interno del panorama geopolitico internazionale. Dall’altra l’Occidente, intendendo l’Unione Europea e gli Stati Uniti, con atteggiamenti e stereotipi legati al passato, astrattamente ideologici, si rivela pericolosamente attendista e senza una propria identità politica e culturale.

Consiglio un libro fresco di stampa, “Putin e la ricostruzione della grande Russia” di Sergio Romano, ed.Longanesi, che tratta l’argomento partendo da una considerazione di base: “Dovremmo chiederci se all’origine dell’autoritarismo di Putin non vi sia anche la pessima immagine che le democrazie occidentali stanno dando di se stesse”.

 

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E la Russia che fa? Rovescia le sorti della guerra in Siria, decide chi debba diventare Presidente negli Usa, porta attacchi mortali alla Ue, invade l’Ucraina, alimenta e sostiene i più assortiti populismi, spinge gli inglesi a scegliere la Brexit. Pure gli “incidenti di percorso”, come un ambasciatore ammazzato in Turchia o un aereo carico di musicisti e giornalisti che s’inabissa nel Mar Nero, sembrano confermare: c’è Russia dappertutto.

Il che, datecene atto, venticinque anni e qualche ora dopo le dimissioni di Mikhail Gorbaciov da presidente dell’Urss, costituisce un formidabile paradosso. Niall Gerguson, lo storico inglese che insegna negli Usa a Harvard, ha scritto su Foreign Policy quanto segue: “La questione tedesca… era se la riunificazione sotto un unico potere di tutti coloro che parlavano tedesco sotto un unico potere avrebbe creato uno Stato pericoloso nel cuore dell’Europa… Due vaste e catastrofiche guerre… lasciarono infine la Germania sconfitta e divisa… All’epoca della riunificazione nel 1990 la minaccia costituita da una Germania unita era scomparsa… Lo stesso non può dirsi per la Russia, che è diventata più aggressiva anche se la sua importanza economica è diminuita. La grande domanda geopolitica del ventunesimo secolo sarà: che fare con Mosca?”.

Ferguson la mette giù bene, da storico gentiluomo. Ma non v’è chi non oda nell’aria il familiare suono del grande pernacchione, il verso di scherno che la Storia fa alle spalle di chi ha provato a seppellirla anzitempo. La verità è che ci avevamo creduto. Ci aveva proprio convinto il buon Francis Fukuyama, con quella sua idea della “fine della storia”, avvenuta guarda caso con il crollo del Muro di Berlino.
E chi ci poteva fermare, con la fine dell’Unione Sovietica? Non era la dimostrazione che eravamo i migliori, anzi: gli unici? Il saggio di Fukuyama, “La fine della storia” appunto, uscì nel 1992 e per qualche anno il crogiolamento fu generale. Dazvidania tovarisc, ciao ciao compagno! Tutto finito, solo un grande “buco nero”, come scriveva l’ex segretario di Stato Zbigniew Brzezinski (“La grande scacchiera”, 1997), che poteva forse elemosinare un po’ di comprensione presso gli Usa e intanto acconciarsi a dividersi in tre: “Una Russia europea, una repubblica siberiana e una dell’Estremo Oriente”.

Anche un Paese che produce solo gas, petrolio e armi può produrre, con i giusti stimoli e nelle giuste condizioni, la merce più appetita del mondo: un’idea politica. La partnership con l’Iran, la guerra in Siria, il confronto con gli interessi Usa in Ucraina… Tutto era già là, nell’idea russa che ogni Paese ha diritto a seguire una propria strada e che non esiste un modello universale.

Erano i favolosi anni Novanta. La Nato si allargava, i Balcani erano “liberati”, il Kosovo inventato, la Ue marciava verso Est, Boris Eltsin si accontentava di borbottare e nulla turbava i nostri sogni di onnipotenza. Poi venne il 2001, gli attentati alle Torri Gemelle e persino il buon Fukuyama concluse che sì, la storia universale aveva raggiunto il culmine con il trionfo delle democrazie liberali e oltre non si poteva andare, ma le storie nazionali magari erano in ritardo, si erano distratte o non avevano capito, e qualche sussulto poteva ancora intervenire.

C’è chi dorme ancora. Barack Obama, per esempio. Nell’ultima conferenza stampa alla Casa Bianca ha fatto di tutto per paragonare la Russia attuale all’Urss e ha chiamato Putin “ex capo del Kgb”. Poi ha aggiunto che la Russia “produce solo gas, petrolio e armi, nulla di ciò che la gente vuole”. Povero Barack, così ingenuo. Nessuno gli ha mai detto che la morte dell’Urss per nulla implicava, come già credeva Brzezinski ben prima di lui, anche la morte della Russia, che è cosa ben più ampia e profonda dei pur sconvolgenti tre quarti di secolo del potere sovietico. E perché anche un Paese che produce solo gas, petrolio e armi può produrre, con i giusti stimoli e nelle giuste condizioni, la merce più appetita del mondo: un’idea politica.

Nel 2005, con la fortuna tipica dei dilettanti, mi trovai a pubblicare un libro intitolato “La Russia è tornata” (Boroli Editore). Lo riapro e a pagina due scopro di aver scritto allora: “Molto semplicemente: la Russia rifiuta il ruolo secondario che in modo più o meno conscio le abbiamo assegnato dopo la fine dell’Urss… Dobbiamo quindi rassegnarci al fatto che una certa Russia, data con troppo anticipo per scomparsa, si è ripresentata sul mercato della politica e con lei dovremo fare i conti”.

La partnership con l’Iran, la guerra in Siria, il confronto con gli interessi Usa in Ucraina… Tutto era già là, nell’idea russa che ogni Paese ha diritto a seguire una propria strada e che non esiste un modello universale. Con tanti saluti ai becchini più o meno interessati della Storia, alla corte di Vladimir Putin viva e vegeta come non mai. Certo, finché erano quei testoni dei russi, pazienza. Ma ci sono anche i cinesi a pensarla così. Gli iraniani. I turchi. Un altro po’ di Paesi in Asia e in Medio Oriente.Il che fa pensare che quella di Ferguson, “Che fare con Mosca?”, sia la domanda giusta per il ventunesimo secolo solo se trasformata in “Che fare di noi?”. Oppure, certo, possiamo continuare a pensare che il mondo giri intorno ai nostri sogni. In quel caso, auguri a tutti!

Tratto dall’articolo di Fulvio Scaglione su Linkiesta http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/27/il-2017-e-lanno-della-russia-e-loccidente-non-sa-che-fare/32803/

 

 

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Da quello squarcio nasce la vera luce

Per la prima volta dopo cinque anni ad Aleppo si è celebrata la tradizionale messa di Natale, presso la chiesa maronita di Sant’Elia, dopo la liberazione dai ribelli che ne avevano obbligato la chiusura. Una parte del tetto della chiesa e le panche in legno sono state distrutte dai bombardamenti ma i fedeli hanno potuto riunirsi all’interno e partecipare alla funzione seduti su sedie di plastica, insieme ad alcuni mussulmani con cui hanno intonato canti di Natale in arabo, inglese e francese.

Fa effetto vedere le foto della chiesa col tetto crollato, come fosse il simbolo di una Siria lacerata e dilaniata. Ma ancora viva.

Penso colpiscano alcune cose…in particolare la stella che sembra accompagnare i fedeli oltre le macerie. E lo squarcio nel tetto, come a unire indissolubilmente Cielo e Terra in un abbraccio. E mi fa anche un po’ provare vergogna verso me stesso e la nostra società occidentale quella minoranza cristiana del Medio Oriente costantemente sotto attacco, ma nonostante tutto serena e determinata nel difendere la propria fede in Gesù Cristo, a costo di mettere a rischio la propria vita.

Forse, al di là di tutto, dovremmo ritrovare quella semplicità e quella purezza, abbandonando le logiche materialiste del consumo che ha colonizzato anche il vero Natale, per ritrovare quelle di un Dio che si è fatto bambino per essere semplicemente accolto e amato.

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Buon Natale da Aleppo

Buon Natale da Aleppo, dove la speranza sta finalmente ricominciando a germogliare. E dove una luce ha squarciato il buio e l’orrore della guerra, portando in dono la pace.

Sentiamoci uniti al meraviglioso popolo siriano, idealmente legati da un sentimento di fratellanza e di bene comune.

Che questo nuovo inizio di speranza possa sorgere nei loro cuori, oltre le sofferenze e le divisioni, per ricostruire una strada comune nel perdono e nell’amore.

E che questa luce possa irradiare anche tutti noi!

 

Contributi video estrapolati dal web (con estrema difficoltà…) e in fondo l’articolo Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione pubblicato su INFOAUT – Informazione di parte, per comprendere e andare oltre la controinformazione occidentale…che è poi una vera e propria manipolazione dell’informazione corretta.

Buona lettura e ancora auguri di buon Natale a tutti!

Nel quartiere cristiano armeno di Aleppo, Aziziya, è stato innalzato un albero di Natale, il più alto della Siria, il primo dal 2012. Un segno di speranza, in una città diventato simbolo della crudeltà di tutte le guerre. Nel video tratto dal profilo Facebook di Sos Chretien d’Orient, rilanciato da Asia News, si vede una banda composta da giovani armeno vestiti da Babbo Natale; la loro esibizione è avvenuta martedì sera. Asia News commenta felicemente questa notizia, spiegando che Aleppo si è liberata in questi giorni da jihadisti e ribelli, che nonostante tutti gli sforzi, non sono riusciti a «uccidere lo spirito di tolleranza e convivenza tra religioni ed etnie».

In piazza, a festeggiare insieme la liberazione della città dai jihadisti e il Natale che si avvicina, c’erano musulmani e cristiani, in barba al proselitismo esercitato dai gruppi salafiti e jihadisti i quali per 4 anni «hanno cercato di imporre un islam takfiri e wahhabita».

Le persone originarie di Aleppo ritornate in città dopo la liberazione sono circa un milione.

Fonte: http://informazioneindipendente.com/la-festa-di-aleppo-intorno-allalbero-di-natale-il-primo-dopo-4-anni

 

 

 

 

Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione

 

In questi giorni abbiamo assistito a un vero e proprio tripudio di commozione e solidarietà per il destino di “migliaia di civili” di Aleppo e per i “ribelli” che hanno resistito per mesi contro il regime siriano ed oggi vengono  uccisi o evacuati dalla città. Tuttavia, se sui media e tra i vertici istituzionali europei tutti trattano la questione come se si trattasse di una realtà trasparente a tutti, il commento più comune è: “Mi spiace per quel che accade, ma non ci ho capito niente”. Laura Boldrini ha decretato lo spegnimento delle luci di Montecitorio “in segno di vicinanza e solidarietà” con “la gente che è ostaggio” nella città siriana. Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, ha deciso di spegnere la Tour Eiffel, mentre a Bruxelles sono state spente le luci del Grande Palace. Raramente si era visto una simile attenzione e un simile cordoglio per un evento di guerra, come ha fatto notare Fulvio Scaglione sul Post Internazionale, ricordando come le vittime civili in Iraq e in Afghanistan per mano di governi e forze armate legati all’Unione Europea, o quelle nella Striscia di Gaza per mano di Israele non soltanto non provocano un’analoga indignazione, ma sono minimizzate o occultate dalla nostra informazione.

Tanto più si infittisce questa “solidarietà” posticcia quanto più si inquina e distorce la descrizione della vicenda reale. Aleppo è stata, per quattro anni, divisa non in due, come dicono i giornalisti in queste ore, ma in tre: il regime a ovest, i movimenti islamisti ad est e le forze rivoluzionarie promosse dai curdi a nord. Questa situazione è stata il prodotto di due rivoluzioni tra loro parallele e antagoniste, quella teocratica (Aleppo est) e quella confederale (Aleppo nord). Per comprendere le premesse di questa situazione è necessario tenere presente che la lotta armata iniziata nel 2011, benchè connessa con la rivolta che l’ha preceduta, non è ad essa storicamente sovrapponibile, ed ha avuto bisogno, per sua stessa natura, di una pianificazione, un’organizzazione e un equipaggiamento che la popolazione civile non sarebbe stata in grado di procurarsi. Per questo la Siria è diventata non soltanto teatro di scontro sociale, ma anche internazionale. I milioni di dollari necessari alla logistica, all’armamento e alla propaganda dell’insurrezione, oltre che gli stipendi dei combattenti e il loro addestramento, sono arrivati ad Aleppo come altrove tra il 2011 e il 2012 dalle potenze regionali ostili all’asse siro-iraniano – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – e dai loro alleati europei e americani: Francia, Inghilterra, Stati Uniti.

Queste potenze hanno offerto nello stesso periodo la supervisione alla creazione di un’esercito ribelle (il Free Syrian Army o Fsa), la produzione di un’interfaccia politica di questo esercito (la Coalizione Nazionale Siriana, o Cns, espressione dei Fratelli Musulmani e di alcuni piccoli gruppi dissidenti) e una macchina propagandistica (l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, espressione della Cns e finanziato e ospitato dall’Inghilterra). Due elementi, però, hanno complicato da subito questo disegno. Da un lato, la popolazione siriana ostile al regime non ha accettato questa “Coalizione” come rappresentativa delle sue istanze, perchè costituita da ricchi transfughi residenti all’estero, considerati estranei alle vicende del paese e non dissimili dalle elite che già governano la Siria. In secondo luogo, tanto una parte della popolazione, quanto l’Arabia Saudita e la Turchia si sono mostrate pronte a sostenere movimenti armati orientati all’imposizione di uno stato islamico d’impronta sunnita su tutto il paese, laddove Usa e Ue avevano pensato di poter supportare forme di radicalismo religioso “moderato” (si fa per dire) come quello, appunto, dei Fratelli Musulmani.

Il tentativo di sottrarre Aleppo all’autorità del governo iniziò sotto gli auspici turchi ed europei il 19 luglio del 2012 con un assalto armato dell’Fsa che a ben vedere lasciò piuttosto fredda, se non ostile, la popolazione della città, segnando l’inizio di una serie estenuante di offensive e controffensive di cui vediamo l’esito in questi giorni. I combattimenti, tuttavia, vennero sempre meno portati avanti dall’Fsa, diretto da ex ufficiali dell’esercito visti dalla popolazione come mercenari prepotenti e corrotti, che furono surclassati nelle operazioni militari e nel reclutamento dei civili, tra il 2012 e il 2013, da un’organizzazione anti-Assad alternativa, Jabat al-Nusra (oggi il suo nome è Fatah al-Sham), filiale siriana di Al Qaeda il cui obiettivo è instaurare uno stato islamico sui territori conquistati, e in prospettiva un califfato globale. (Durante il 2013, in seno a questa organizzazione, si creò un dissidio tra chi voleva dichiarare immediatamente uno stato islamico e i suoi vertici, contrari all’idea, e più favorevoli a un’imposizione della legge coranica a macchia di leopardo, e alla proclamazione del califfato in una seconda fase. Fu così che i propugnatori del “califfato immediato” si staccarono da Al Qaeda e formarono l’Isis, conquistando una parte dell’Iraq e attaccando ripetutamente le città europee e statunitensi).

La Turchia e l’Arabia Saudita, supportate dall’Ue, hanno sostenuto negli anni l’allargamento della corrente teocratica della rivoluzione contro il regime, dirottando ad essa il denaro e le armi inizialmente orinetati all’Fsa, che cessò di esistere, ma  hanno anche promosso la formazione di gruppi che, sebbene orientati come Al Qaeda e l’Isis all’instaurazione di uno stato islamico, sono direttamente controllati da Ankara e Riad. Questi gruppi, che fecero di Aleppo est una loro base e, come Al Qaeda e l’Isis, contano migliaia di combattenti, possiedono armi pesanti e gestiscono fondi di milioni di dollari, si chiamano Arhar al-Sham e Jaish al-Islam. Questi eserciti jihadisti hanno annichilito ad Aleppo, grazie al loro potere economico e militare, tutti i movimenti e i gruppi con loro in dissenso. C’è stata anche una vera e propria guerra civile interna all’insurrezione islamica, che ha contrapposto nel 2013-2014 Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam da un lato, aiutate dalle ultime bande vicine ai Fratelli Musulmani, e l’Isis dall’altro. In questa guerra civile interna al jihad globale, i quartieri di Aleppo est sono finiti nel 2014 nelle mani di Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam, mentre l’Isis ne è stato espulso. Al Qaeda e Arhar al-Sham hanno allora fondato, con altri gruppi salafiti (ossia promotori della restaurazione della società islamica del VII sec. dc), l’alleanza per Aleppo “Ansar al-Sharia”; Jaish al-Islam (anch’essa organizzazione salafita), invece, ne ha creata un’altra con gruppi minori, il cui nome è “Fatah Halab”.

Queste due “cabine di comando”, alleate e coordinate tra loro, non hanno costituito soltanto la direzione armata delle migliaia di miliziani che si sono contrapposti al regime a ovest e ai curdi a nord in questi giorni, ma anche il potere brutale che ha controllato Aleppo est in questi ultimi due anni, provocando vessazioni, persecuzioni, discriminazioni e violenze inaudite sulla popolazione civile, la cui vita quotidiana è precipitata in un incubo inedito per la storia di Aleppo, città caratterizzata dalla sua profonda modernità, varietà sociale e diversità religiosa, ideologica e culturale. Questo incubo ha impedito la continuazione di qualsiasi rivoluzione o opposizione nella città e ha letteralmente gettato gran parte della sua popolazione tra le braccia del regime, la cui oppressione, se comparata con quella dei salafiti dei quartieri orientali, è considerata un sollievo. Quando si sente parlare di “ribelli” o “opposizione” ad Aleppo, quindi, è necessario sapere che di questo si tratta e si è trattato, per quanto tale realtà sia disturbante o scomoda.

La macchina di propaganda che nasconde in questi giorni tutto questo è stata orchestrata dal governo islamista della Turchia, da quello dello stato islamico saudita, e dall’Unione Europea, che ha in questi due regimi i suoi alleati nell’area, e considera suo interesse a qualsiasi costo il rovesciamento, o almeno l’indebolimento e, se possibile, lo smembramento dello stato siriano. Dal momento che la parte della rivoluzione siriana supportata dall’Ue ha preso una direzione così reazionaria, i media europei, come sempre servili verso le politiche estere dei nostri governi, hanno in questi giorni completamente oscurato questa circostanza, descrivendo, ad esempio, Aleppo est come un luogo di semplice “opposizione” e “resistenza”, tacendo sui crimini commessi dai movimenti salafiti che Francia e Inghilterra continuano a supportare senza ritegno, sebbene l’imposizione delle corti della sharia come unico riferimento giuridico ad Aleppo est abbia rappresentato in questi anni un fenomeno contrario ai tanto sbandierati “diritti umani” e che sarebbe considerato “terroristico” (anche a causa delle sue forme paramilitari) dall’Ue in tutti gli altri contesti (è simile, a ben vedere, ai fenomeni presi a giustificazione di guerre e bombardamenti in moltissime aree del mondo, compreso il vicino Iraq).

La battaglia per la riconquista di Aleppo da parte del governo siriano viene raccontata diversamente, infatti, da quella dell’esercito iracheno per la conquista di Mosul, è non è silenziata come il massacro che l’Arabia Saudita e l’Egitto stanno compiendo contro la popolazione in rivolta dello Yemen, benché tali governi non siano meno oppressivi verso i propri popoli e quelli che bombardano. Qualcuno potrebbe pensare che questa familiare logica dei “due pesi e due misure” abbia a che fare con il fatto che i paesi dell’Ue sono collocati, nel medio oriente ricco di risorse energetiche, su uno dei due grandi “assi” geopolitici che contrappongono gli stati della regione: quello saudita, che comprende paesi come Turchia, Egitto e monarchie del Golfo, con cui l’Ue organizza i suoi affari, che da decenni si oppone per questioni di egemonia economica all’altro “asse”, quello iraniano, che comprende lo stato siriano. Non è un caso che, mentre l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Samantha Power accusa la Russia di essere “senza vergogna” per ciò che le sue forze speciali hanno fatto ad Aleppo, la narrazione degli eventi di questi giorni in Russia e in Cina (schierate invece, sempre per interessi economici, con l’Iran e la Siria) è del tutto opposta, somigliando a quella occidentale su Mosul: Aleppo vive una giusta e necessaria “guerra al terrorismo”.

In questo scenario di disgustosa disinformazione, censura e ipocrisia, l’Italia non si distingue. Media tra loro anche lontani, come il Corriere della Sera, Repubblica o Popoff Quotidiano, spiegano in queste ore che “l’opposizione” di Aleppo andrebbe appoggiata, anche perchè sarebbe l’unica che ha “sconfitto lo stato islamico”. Ciò è vero, come detto, ma è anche ridicolo, perchè tale “opposizione” è a sua volta uno “stato islamico”. Ciò che distingue lo stato islamico meglio conosciuto, dichiarato a Raqqa e Mosul, da quello di cui non ci dovrebbe esser dato sapere, instaurato da Ansar al-Sharia e Fatah Halab ad Aleppo est, è da un lato una diversa interpretazione della strategia jihadista, dall’altro la scelta dell’Isis di attaccare le città occidentali (cosa che ha indotto Usa e Ue a scorporare questa organizzazione dall’opposizione etichettata come “legittima” ad Assad, e a bombardarla) ma non certo le conseguenze del potere di questi soggetti sulla popolazione che deve patirne le angherie. In secondo luogo non è affatto vero che questa è l’unica “opposizione” alternativa allo stato islamico ad Aleppo, perché le Ypg-Ypj, unità di protezione del popolo e delle donne, difendono da anni i quartieri nord di Aleppo, le campagne settentrionali della sua provincia e, oltre ad aver contribuito alla cacciata dalla città prima dell’Isis e ora di Ansar al Sharia e Fatah Halab, stanno avanzando su Raqqa e si oppongono al regime dal 2004, armi in pugno dal 2012.

La sventurata popolazione di Aleppo subisce così, in queste ore – grazie a personalità ineffabili come Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power – la beffa della “solidarietà” di stati che hanno per anni finanziato e armato i loro aguzzini, e che ora surrettiziamente li presentano come vittime per i loro sporchi calcoli politici. Che questo vergognoso e ipocrita tributo sia stato proclamato, in queste ore, da personalità femminili, è tanto più assurdo se si considera che proprio la corrente teocratica della rivoluzione siriana sconfitta ad Aleppo est aveva promosso e imposto da cinque anni il declassamento delle donne di quei quartieri a oggetti di arredamento della vita privata degli uomini e dei miliziani, imponendo l’annichilamento completo della loro esistenza e di ogni loro protagonismo sociale (ciò che ancora accade a Idlib, tuttora sotto il loro controllo). Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power non hanno mostrato la stessa contrizione quando le combattenti donne delle Ypj curde che difendono un genere ben diverso di rivoluzione nella stessa città, negli scorsi mesi e in queste settimane sono state attaccate, assieme alla popolazione civile dei loro e di altri quartieri, con bombardamenti e armi chimiche proprio da Ansar al-Sharia e Fatah Halab.

Le Ypg e le Ypj si difendono ad Aleppo nel silenzio e nell’isolamento internazionale tanto dal regime quanto dai salafiti e hanno creato un’alleanza ben più vasta e forte delle cabine di comando oscurantiste di Aleppo est e Idlib: le Forze Siriane Democratiche che comprendono curdi, arabi, turcomanni e inglobano da un anno le ultime forze Fsa ancora esistenti, prima allo sbando, che assieme alle Ypg si contrappongono oggi tanto ai salafiti dell’Isis quanto a quelli di Al Qaeda, Arhar al-Sham o Jaish al-Islam; eppure delle imprese delle donne e degli uomini che portano avanti questa rivoluzione – la rivoluzione confederale – non c’è traccia sui nostri giornali, probabilmente perchè sono il fumo negli occhi per gli alleati turchi e sauditi dei nostri governi, combattendo non soltato la teocrazia e il patriarcato, ma anche il capitalismo. I veri rivoluzionari di Aleppo nord hanno accolto in queste settimane, tra l’altro, migliaia di quei profughi in fuga dai quartieri est che tanto stanno a cuore ai nostri governi, mentre venivano bersagliati, va detto, non  dal regime, ma proprio dai miliziani asserragliati nei loro quartieri con armi automatiche come punizione per voler “abbandonare” e “tradire” i “guerrieri di Allah” (lo stesso che sta facendo l’Isis nelle campagne a nord di Raqqa e a Mosul).

Battersi per la fine del regime di Bashar al-Assad è giusto, e molti siriani continuano a desiderare il cambiamento, ma non qualsiasi forza che si oppone a un regime è meglio del regime stesso. Il governo siriano non si combatte, in ogni caso, con la commozione ipocrita da tastiera o con i like su facebook, o censurando la verità su ciò che accade ad Aleppo, nè in nome di interessi economici nuovamente coloniali che non sono rivolti contro un regime, ma contro una popolazione, la sua indipendenza, la sua storia e la sua dignità. Le uniche luci che i nostri governi hanno spento da tempo, in rapporto alle guerre e al mondo in cui viviamo, sono quelle dell’informazione corretta e dell’intelligenza. Il cordoglio e la commozione di questi giorni non sono sinceri o, se lo sono, purtroppo si basano su un’ignoranza colpevole: poichè nessun governo ha mai detto la verità sulla guerra alla sua popolazione, ed è preciso dovere della popolazione informarsi e ottenere conoscenza per rispetto a chi muore anche a causa della ragion di stato europea e delle inaccettabili menzogne dei nostri giornalisti; e infine occorre prendere parte e lottare, e non piangere, poiché delle nostre lacrime – raramente sincere, troppo spesso imbarazzanti – i civili di Aleppo non se ne potranno fare nulla.

 

Fonte: INFOAUT – Informazione di parte

http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/18008-aleppo-necessario-posizione

 

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La tregua di Natale del 1914

La notte di 102 anni fa accadde un evento sensazionale e incredibile, che da allora fu chiamato il miracolo della tregua di Natale. Era la notte del 24 dicembre 1914, nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Improvvisamente, senza che nulla fosse stato concordato, i soldati degli opposti schieramenti cessarono il fuoco. Si accesero candele, si cantarono inni di Natale. Iniziò un botta e risposta di auguri gridati da parte a parte, fino a che qualcuno si spinse fuori dalla propria trincea per incontrare il nemico e stringergli la mano. La “tregua di Natale” fu un atto straordinario e coraggioso che partì da semplici soldati mossi da sentimenti di profonda umanità e dal desiderio comune di andare oltre le profonde divisioni per costruire un tempo e uno spazio di pace.

Fu un evento per la sua straordinarietà unico, improbabile e irripetibile, nel contesto dell’odio degli esasperati nazionalismi che aveva già procurato un milione di morti. Una luce squarciò il buio dell’odio durante lo storico Armistizio di quella notte. Gli eserciti inglese e tedesco deposero le armi incontrandosi tra le due trincee, nella cosiddetta terra di nessuno, che si tramutò in una terra di fratellanza.

Questa storia ci pone dinanzi a una domanda, se è davvero impossibile costruire un mondo di pace.

La partita di calcio che venne giocata nel corso della tregua di Natale tra inglesi e tedeschi, vinta da questi ultimi 3-2.

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Soldati inglesi e tedeschi si scambiano doni. Nella foto un soldato tedesco accende una sigaretta a uno inglese.

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Il quotidiano inglese “Daily Mirror” l’8 Gennaio 1915 pubblicò una foto in prima pagina che fece molto scalpore, dove si vedono soldati inglesi e tedeschi insieme, col seguente titolo “An historic group: british and german soldiers photographed together”.

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«Mentre osservavo il campo ancora sognante, i miei occhi hanno colto un bagliore nell’oscurità. A quell’ora della notte una luce nella trincea nemica è una cosa così rara che ho passato la voce. Non avevo ancora finito che lungo tutta la linea tedesca è sbocciata una luce dopo l’altra. Subito dopo, vicino alle nostre buche, così vicino da farmi stringere forte il fucile, ho sentito una voce. Non si poteva confondere quell’accento, con il suo timbro roco. Ho teso le orecchie, rimanendo in ascolto, ed ecco arrivare lungo tutta la nostra linea un saluto mai sentito in questa guerra: Soldato inglese, soldato inglese, buon Natale! Buon Natale!
Frederick W. Healt

Promo gratuita #ebook “La Piuma tra Cielo e Terra”

Da oggi fino al giorno di Natale, 25 dicembre, scatta la promozione gratuita di tutti gli ebook del catalogo di Lettere Animate Editore.
E’ possibile scaricare gratis anche il mio, attualmente primo in classifica nelle sezioni “Letteratura di Viaggio” e “Viaggi” 

https://www.amazon.it/Piuma-tra-cielo-terra-ebook/dp/B01AU78F68/ref=tmm_kin_swatch_0?_encoding=UTF8&qid=&sr=

 

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Nuova recensione per La Piuma tra Cielo e Terra, di Monika M Writer

Di seguito la recensione del mio libro fatta da Monika M e pubblicata sul suo bellissimo blog letterario… un Diario di Viaggio tutto da scoprire 🙂 https://autricemonikamblog.wordpress.com/

Grazie Monika!!!

Come un vero testimone si limitò a trasmettermi soltanto la gioia per la bellezza incontrata. Salutandomi mi fece un augurio.

«Buon cammino, pellegrino, custodisci nel cuore tutte le scoperte che incontrerai lungo la strada, perché saranno uniche e inimmaginabili. Qualsiasi cosa ti accadrà non aver paura perché non sarai solo.»

da “La piuma tra cielo e terra”

Ritengo che scrivere questo libro sia stato un vero atto di coraggio da parte dell’autore Simone Caruso .

Coraggio perché inevitabilmente ogni lettore paragonerà , in modo erroneo , tale libro al più celebre ” Il cammino di Santiago di Paulo Coelho ” aspettandosi poi quel tipo di narrazione , ma ancor più coraggio richiede rivelare se stessi . In questo racconto “il cammino” è una metafora che l’autore usa per narrarci un viaggio intimo , il suo ritrovarsi .

Quello che forse accomuna tutti noi è arrivare ad un certo punto della nostra vita e tirare le somme ,ed inevitabilmente  il disagio arriva se ci rendiamo conto di esser insoddisfatti . Giunti a questo bivio si hanno due scelte , accettare passivamente e autocommiserarsi o mettere in atto un cambiamento : divenire ciò che vogliamo essere .

La piuma tra cielo e terra è un cammino interiore , introspettivo , che l’autore narra partendo dal pellegrinaggio che è l’avvio del cambiamento , la decisione di evolvere il proprio io , in un noi .

Molto bella , a mio avviso , è la parte onirica a cui l’autore ricorre per esprimere il malessere dovuto ai falsi Idoli  oggi fulcro della vita : fama , ricchezza , successo , gloria , individualismo . Disagio a cui l’anima si ribella cercando , appunto, il suo cammino …

Non rivelerò altro ed a  questo punto vi auguro …buona lettura !

Avvertenze :

Non è un libro di viaggio , non narra il cammino di Santiago ma quello che il cammino ha donato all’autore .

Controindicazioni :

Molti potrebbero , non essendo credenti , trovare il libro una sorta di catechizzazione … personalmente non credo questo , pur essendo io pagana , profondamente convinta che ogni fede riconduca ad un ‘unica entità … chiamatelo poi come volete .

Lo consiglio ? Assolutamente SI   se lo leggerete con l’anima vi arricchirà !

Monika M .

Sorgente: Oggi vi parlo di … #13

Buon Natale da La Piuma tra Cielo e Terra!

A Natale un libro da leggere non è per niente una cattiva idea 
“La Piuma, tra cielo e terra” è disponibile su ordinazione in tutte le librerie e tutti gli store online (Mondadori, Feltrinelli, Amazon, IBS, ecc.) dove è possibile ordinarlo e riceverlo comodamente a casa.

 

Buona lettura a tutti e buon Natale!!

 

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Ultime notizie da Aleppo liberata

È di poche ore fa la notizia che l’esercito siriano ha riconquistato Aleppo dopo aver cacciato le ultime sacche di resistenza jihadiste dalla parte orientale della città.

Gli abitanti di Aleppo sono scesi nelle strade. La battaglia per Aleppo è durata più di 4 anni, da quando il 19 giugno 2012 sono scoppiate le ostilità. Ora sembrerebbe finalmente giunta alla conclusione.

Davanti alla consueta pochezza dei media nostrani e al loro generale schieramento di parte filo americano (dunque filo Arabia Saudita e filo ribelli, in particolare Repubblica), anche oggi mi ha incuriosito confrontare le diverse anime che compongono il variegato scenario siriano, dove da una parte c’è chi si professa pro Assad ed esercito siriano, dall’altra chi è fermamente anti Assad.

Ho trovato su twitter tre video di Sarah Abdallah, scrittrice libanese, analista di geopolitica, che descrivono in modo inequivocabile l’irrefrenabile clima di euforia e di festa in queste ore ad Aleppo.

Rana Harbi, giornalista libanese di Beirut, posta una foto su twitter dove in mezzo alla distruzione di Aleppo un gruppo di giovani rappresenta la speranza per un futuro di pace e di ricostruzione, negli edifici e nei cuori di ogni siriano.

Ma c’è anche chi come Monther Etaky, attivista anti Assad di Aleppo Est, sottolinea con fierezza il suo non voler lasciare la città e chiede l’intervento dell’Onu, perché la guerra a suo dire non sarebbe ancora terminata. In un’altra foto denuncia l’esercito siriano di costringere i civili rimasti nella zona est di Aleppo, a combattere contro i ribelli.

Oppure come il giornalista indipendente filo ribelli Bilar Abdul Kareem, che ieri nel suo messaggio ha raccontato con fierezza quello che sarebbe stato il suo ultimo twit, prima dell’ingresso ad Aleppo dell’esercito siriano. Non è chiaro se Bilar Abdul Kareem,sia ancora vivo.

Dinanzi a una lacerazione così profonda, con centinaia di migliaia di morti in cinque anni e violenze di ogni tipo subite dal popolo siriano, ci si chiede dove possa risiedere la verità. E dove la menzogna. Ieri nel corso dell’Angelus Papa Francesco ha ribadito che “purtroppo ci siamo ormai abituati alla guerra, che è un cumulo di soprusi e di falsità.”

Non può nascere la verità dove si sviluppa odio e divisione. E dove ogni forma di terrorismo e ideologia prendono il sopravvento.

La verità in Siria scaturirà soltanto dentro cuori disposti a perdonarsi reciprocamente, nonostante le tante violenze compiute e patite. E come dice il Papa dentro cuori capaci di rigettare ogni forma di abitudine al male e all’indifferenza, per volgere lo sguardo verso la speranza di costruire insieme un mondo nuovo.

Cominciando da Aleppo.

 

 

 

Estratto de “La Piuma tra Cielo e Terra”

Mi svegliai tardi, intorno alle sette e mezza.

Alle otto ripresi il Cammino, lasciando Monte do Gozo, per concludere i sospirati cinque chilometri che mi separavano da Santiago. Il clima era inclemente, quel giorno, pioveva e tirava molto vento; forse qualcuno lassù voleva ripulire la sporcizia dei pellegrini, sia nel fisico che nell’anima, prima dell’ingresso nella cattedrale.

Ero comunque sereno e rilassato. Una pace interiore che purtroppo nei giorni precedenti in tante occasioni mi era venuta a mancare.

Il Cammino aveva fatto emergere la consapevolezza delle zone d’ombra della mia personalità, che evidentemente mi appartenevano e non potevo cancellare. Ma conoscere sì. E quello poteva diventare un ottimo punto di partenza per dare nuova linfa alla mia vita.

Innanzitutto non volevo più soffermarmi sulle mie negatività, bensì sui miei talenti, da alimentare e mettere al servizio degli altri. Se la vita mi era stata donata, non potevo bastare a me stesso. Volevo condividerla insieme agli altri.

Ma lì, su quell’ultimo tratto del Cammino, pensai anche che volevo qualcos’altro, e sarebbe stata quella la richiesta che avrei espresso davanti alla statua di san Giacomo: comprendere, una volta tornato a casa, i doni ricevuti durante quel viaggio.

Una luce interiore, insomma, che rischiarasse i lati oscuri della mia anima. Più che una guerra contro ogni mia malvagità interiore, iniziavo a desiderare un bene più grande per la mia vita: la riconciliazione prima di tutto con me stesso.

Nel frattempo il cielo si era parzialmente schiarito e aveva smesso di piovere. Anche la temperatura si era fatta più mite. Iniziavo ad avere caldo, così tolsi il k-way e la maglia termica.

Mi dirigevo verso la meta guardando gli sprazzi di azzurro nel cielo. Un cammino sulla terra che sembrava dunque congiungersi al cielo. Seguendo la via indicata. Nel Cammino nulla era identico all’inizio, eppure quel legame con le origini si manteneva indissolubile. E necessario.

Camminavo cercando di osservare con attenzione gli ultimi passi che mi separavano dalla piazza della cattedrale di Santiago. Li volevo custodire dentro di me.

Assaporavo ogni particolare, abituando il mio cuore e la mia mente a cercare una sintonia con la libertà.

Estratto de La Piuma tra Cielo e Terra

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Ultime notizie da Aleppo, nel frattempo in Italia i media (come al solito) guardano altrove.

Mentre in Italia le notizie si concentrano sulla politica interna, e precisamente su cosa deciderà Mattarella domani, dopo la crisi del governo Renzi, nel mondo accadono fatti la cui portata andrebbe perlomeno osservata. E invece niente, i media continuano a ignorare ciò che accade nella città di Aleppo in Siria, ma anche a Palmira, dove oggi l’Isis ha tentato una contro offensiva per riprendere la città conquistata dall’esercito siriano mesi fa, fortunatamente senza riuscirvi.

Ma torniamo ad Aleppo, dove la condizione  degli abitanti resta terribile, in particolare nella zona est che sta per essere riconquistata dagli eserciti siriano e russo. Non è per niente semplice conoscere ciò che sta realmente accadendo in Siria, anche per colpa di un’informazione interna nettamente contrapposta tra pro e anti Assad. Un’informazione che riflette lo stato di un Paese, lacerato e violentato nella sua anima, il cui futuro resta drammatico e denso di nubi.

Oggi mi hanno colpito alcuni interventi, molto diversi tra loro; da una parte Anthony Samrani, giornalista libanese dell’Orient-le-Jour, che con un articolo tradotto dalla rivista Internazionale denuncia i crimini compiuti da Assad e Putin contro il popolo siriano, e il caos che seguirà dopo la caduta di Aleppo. Samrani minimizza la presenza di ribelli anti Assad affiliati ad Al Fatah e Al Nusra (fazioni vicine all’Isis).

Dall’altra parte invece Sarah Abdallah, scrittrice e analista politica libanese, che considera l’intervento militare dell’esercito siriano coadiuvato da quello russo per la liberazione di Aleppo est, provvidenziale e giustificato dalla necessità di estirpare i terroristi. Posta sul suo profilo Twitter un video dove si vede la gente in festa dopo essere uscita da Aleppo est.

Interessante anche il video (sempre da lei postato) dove il Segretario di Stato americano Kerry confermerebbe l’ipotesi che i ribelli siriani tengano in trappola i civili ad Aleppo est, respingendo gli aiuti umanitari esterni.

Schierato con Assad e con la Russia anche il giornalista siriano Naman Tarcha, che posta alcune foto in un tweet dove si vedrebbero civili evacuati dall’esercito siriano uscire da Aleppo est.

Di parere opposto il tweet di Monther Etaky, abitante di Aleppo est, postando la foto di un uomo senza vita sostiene che i civili preferiscano morire sotto le bombe piuttosto che andare nelle zone riconquistate dall’esercito di Assad.

Ho trovato infine un video su facebook di AMC (Aleppo Media Center – filo ribelli), che documenta l’impressionante stato attuale del quartiere est di Aleppo, si può dire completamente distrutto.

Non voglio esprimere giudizi di parte, anche perché da quel poco che si può comprendere molte dichiarazioni e immagini fanno parte di una feroce guerra di propaganda che serve a condizionare emotivamente l’opinione pubblica mondiale. Resta il fatto che oltre al pari di questa emotività vi è soprattutto una tragica pochezza di contenuti nell’informazione occidentale, un’indifferenza generalizzata che serve a non focalizzare la complessità di una guerra iniziata cinque anni fa, che purtroppo sta lasciando e lascerà dietro di sé una serie drammatica di conseguenze. Una guerra civile, scaturita e fomentata dall’interferenza e dalle logiche di potere di noi potenze occidentali.

E’ sempre utile ricordarcelo.

La caduta di Aleppo servirà solo ad alimentare il caos siriano

Non potremo dire che non sapevamo, che era “troppo complicato” e che non potevamo farci niente. Nessuno può ignorare quello che succede oggi ad Aleppo est. L’orrore è trasmesso dai mezzi d’informazione e dagli stessi abitanti della città, che pubblicano sui social network foto e video della loro vita quotidiana. Immagini che si tende a ignorare per non vedere che nel ventunesimo secolo si può ancora uccidere il proprio popolo in tutta impunità nascondendosi dietro ad argomentazioni geopolitiche.

La narrazione del conflitto fatta da Siria, Russia e Iran ha finito per imporsi. Oggi in Medio Oriente come in occidente chi denuncia la sorte dei civili ad Aleppo è accusato di difendere “i terroristi”. Il fatto che Teheran abbia mobilitato migliaia di combattenti libanesi, iracheni, pachistani e afgani, che costituiscono la gran parte delle forze fedeli a Damasco, non ha cambiato la percezione del conflitto. Dei mercenari reclutati in nome della difesa degli sciiti stanno guidando la “lotta contro il terrorismo” del regime e dei suoi alleati, eppure questo non basta a seminare dubbi sulle loro intenzioni e sulla realtà del conflitto.

Una minaccia esagerata
Tra i ribelli che combattono ad Aleppo est qualche centinaio è affiliato ad Al Fatah al sham (l’ex Fronte al nusra), gli altri appartengono a gruppi salafiti, jihadisti o all’Esercito siriano libero. Che alcuni di loro siano considerati una minaccia da varie potenze regionali e internazionali è comprensibile. Ma questa minaccia è stata esagerata dal regime siriano e dai suoi alleati per giustificare la distruzione di ogni forma di opposizione moderata. Inoltre le prime vittime di questa cosiddetta operazione antiterroristica sono i 25omila civili sopravvissuti, in un modo o nell’altro, ad Aleppo est.

Damasco, Mosca e Teheran hanno colpito con una barbarie così metodica da non avere più nulla di umano. Le considerazioni di ordine morale hanno perso ogni valore. Ma anche solo dal punto di vista strategico e della sicurezza, era necessario radere al suolo parte di una città plurimillenaria e distruggere la vita di migliaia di persone per colpire poche centinaia di terroristi? Non ci sarà da stupirsi se dopo una simile esplosione di violenza, che non rispetta alcuna norma del diritto internazionale umanitario, la Siria rimarrà a lungo il più grande covo di jihadisti al mondo.

Aleppo finirà per cadere. L’esercito siriano ha già riconquistato molti quartieri ribelli e nulla sembra in grado di fermarlo

Ad Aleppo la comunità internazionale ha fallito. La soluzione del conflitto siriano è complessa, ma in questa città la priorità doveva essere proteggere i civili. I paesi occidentali, Stati Uniti in testa, avrebbero potuto fare di più per esigere un cessate il fuoco e farlo rispettare.

Aleppo finirà per cadere. L’esercito siriano ha già riconquistato più del 60 per cento dei quartieri ribelli e nulla sembra in grado di fermarlo. Per Damasco la vittoria di Donald Trump alle presidenziali degli Stati Uniti e quella di François Fillon alle primarie del centrodestra in Francia rappresentano un successo sulla scena diplomatica. Presto Bashar al Assad avrà come unica opposizione, a parte i curdi, gruppi jihadisti con cui è impossibile negoziare.

In mancanza di un’alternativa credibile, si affretterà a sedere al tavolo delle trattative per imporre la sua riabilitazione. Ma non sarà una vittoria totale. La riconquista del territorio e l’isolamento dei ribelli nascondono una realtà diversa: è il caos attuale che permette ad Assad, più che mai dipendente dai russi e dagli iraniani, di restare attaccato a un’illusione di potere. E finché ci resterà, il caos non cesserà.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale l’8 dicembre 2016 a pagina 16 con il titolo “La caduta di Aleppo servirà solo ad alimentare il caos siriano”.

Fonte: http://www.internazionale.it/opinione/anthony-samrani/2016/12/09/aleppo-conquista-governo

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