“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”

Venerdì 28 marzo 2020, alle ore 18 è avvenuto un momento straordinario.

Papa Francesco sul sagrato di Piazza San Pietro prega e chiede a Dio di far cessare la pandemia del Coronavirus. Probabilmente è stato uno di quei momenti in cui ti rendi conto che ciò che vedi sta per entrare nella Storia. Papa Francesco alla fine ha impartito la benedizione Urbi et Orbi e l’indulgenza plenaria per la remissione dei peccati.

Diciamo che solo un mese fa un’adorazione eucaristica su Rai 1 sarebbe stato qualcosa di assolutamente inimmaginabile. Ma ciò che più ha colpito è stata l’empatia del Papa, un’empatia a cui ci ha abituato da anni, ma che stavolta è stata ancora più evidente nel vuoto di una piazza immensa, un vuoto che ha contribuito a creare un misto di sensazioni, stupore e sacralità, senso di smarrimento ma anche di fiducia per quell’uomo vestito di bianco che è sembrato quasi farsi carico di tutto il dolore del mondo. Le sue parole sono riecheggiate poderose in quella piazza vuota, diramandosi e raggiungendo tutte le parti del mondo. Un’empatia fatta di gesti e parole, certo affaticati pieni di determinazione. Commuove la sua capacità nitida, profondissima e semplice al tempo stesso, di essere entrato nel cuore di milioni di persone che lo hanno seguito in TV: Il popolo di Dio, da lui spesso citato e guardato con forte rispetto. E dopo la lettura del Vangelo (la tempesta sedata Mc 4,35) il Papa ha detto la sua omelia.

Parole di fuoco che hanno riecheggiato con potenza il vuoto di piazza San Pietro e del mondo intero. Papa Francesco si è fatto carico della paura e della sofferenza globale per portare il conforto di Colui che ha vinto la morte per sempre. Sono parole che danno pace nella tempesta di questo tempo. E mai come oggi in quelle parole ci siamo dentro tutti, sì proprio tutti, credenti, dubbiosi, atei convinti. In quelle parole ci ritroviamo misteriosamente tutti figli di uno stesso Padre e ci sentiamo custoditi, protetti, rassicurati. Perché quelle parole infondono speranza e danno un senso, una prospettiva, un cammino e una meta cui poter giungere insieme.

Insomma un discorso che è risuonato come una Magna Carta per il futuro. Parole incise nella roccia che evocano un rinnovamento necessario. Volgendo al futuro nulla sarà più come prima. E forse già adesso dobbiamo orientarci verso un cambiamento radicale, che possa sostituire il noi all’io.

 

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Omelia del Santo Padre

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

Realtà o immaginazione…cosa preferite?

Che strano tempo il nostro…rifugge il reale e cerca illogiche scappatoie verso l’irrazionalità del suo essere. Un po’ come un gatto che continua a mordersi la coda senza sapere perché lo fa…Siamo immersi in questa specie di frullatore che tutto mescola, tutto confonde, tutto cela sotto una fitta nebbia: realtà e immaginazione diventano un’unica cosa difficile da separare. Diventa difficile dare un nome alle cose (qualcuno ricorda 1984 di George Orwell e il significato di neolingua?). Soprattutto quando c’è un sistema di potere che strumentalizza e giustifica questo corto circuito, si insinua nell’alimentare il metodo del divide et impera per renderci una massa indistinta e avulsa. E così aderiamo al pensiero unico dell’ideologia di parte per non avere neanche il disturbo di pensare. Come tifosi che vivono per il successo della propria squadra… conta soltanto quello nella vita. Perché ormai è tutto pronto, basta un like o un mi piace per farci sentire vivi. E non ci rendiamo conto che in realtà siamo soltanto utili al sistema, pronti per essere indirizzati verso un potere globale che tutto vuole, tranne che la nostra felicità.

Se non fosse tragica la situazione verrebbe pure da ridere, perché siamo talmente assuefatti da stereotipi irrazionali che le stesse idee che ci vengono proposte (e imposte) negano di per sé ciò che (ci dicono) vorrebbero difendere! E questo ha del surreale…significa che possono dirci tutto e il contrario di tutto, ma noi restiamo lì, inermi come se nulla fosse. Stranamente abbiamo raggiunto un grado di assuefazione cronico proprio nell’epoca in cui dovremmo avere più strumenti per far valere il nostro diritto alla libertà.

E questo accade da qualsiasi prospettiva ci poniamo, da destra come da sinistra il risultato alla fine è identico: distorsione tra reale e finzione, il confine sfuma sino a comporre un corpo unico, una bolla che ci ingloba e rende assordante, innocuo, impotente qualsiasi pensiero critico.

Esempi? Ne bastano due, avvenuti sia da destra che da sinistra. Da una parte il tweet del Ministro dell’Interno Matteo Salvini (e non solo lui, basti pensare ciò che ha scritto Giorgia Meloni sui presunti omicidi compiuti da due magrebini…) sulla foto di Gabriel Christian Natale Hjorth, amico del reo confesso Finnegan Lee Elder, per l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ammanettato e bendato, scattata in caserma evidentemente da un carabiniere e diffusa sul web. Nel tweet il Ministro Salvini propone ai suoi centinaia di migliaia di followers un sondaggio: “voi pensate che si tratti di una foto choc?”

Prima premessa, la stessa Arma dei Carabinieri ha aperto un’indagine interna considerata l’azione compiuta in caserma “inconcepibile”. Seconda premessa, come confermato da diversi avvocati il danno d’immagine è palese, tant’è che la confessione del giovane americano potrebbe essere dichiarata nulla. Terza premessa, le norme dell’ordinamento italiano e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sanciscono il divieto di violenza e di tortura nei confronti dell’arrestato, considerati tra l’altro i diritti di un cittadino straniero. Quarta premessa, a fronte dei precedenti (Cermis e Amanda Knox) non è assurdo ritenere che la narrazione mediatica statunitense “spingerà” per lo stravolgimento dei fatti, con conseguenti “spinte geopolitiche”… Fatte queste dovute premesse passo al secondo tweet del Ministro Salvini, che in modo allusivo si chiede chi sia la vittima in tutta questa storia, e a chiare lettere da la risposta “l’unica vittima è un uomo, un figlio, un marito, un carabiniere, un servitore della patria!”

Capite bene che in questa risposta manchi qualcosa di fondamentale…ovvero il rispetto della verità e la caduta nell’irrazionalità. Innanzitutto perché qualcuno all’interno della caserma ha sbagliato, nel compiere quel gesto, nello scattare la foto e nel divulgarla. E un Ministro degli Interni non può non esternare pubblicamente questi fatti acclarati, ponendosi addirittura in contrasto coi vertici dell’Arma. Ovvio che la vittima di tutto questo sia il carabiniere Mario Cerciello Rega, non ci sono dubbi al riguardo, ovvio che la giustizia debba fare di tutto per trovare e punire i colpevoli, ma proprio per questo motivo quella foto deturpa e offende la memoria di Mario, come uomo e come carabiniere. E soprattutto calpesta il dolore dei suoi familiari. Creando peraltro gravi conseguenze nel proseguo delle indagini. Resta poi incredibile che un Ministro della Repubblica riduca in questo modo la complessità (e la gravità) di quanto accaduto diffondendo un linguaggio gretto e banale, infischiandosene delle regole e delle logiche istituzionali. Quello che si percepisce è un messaggio stereotipato e dunque lontano dalla complessità del reale, perché in un certo senso delegittima la stessa figura del Ministro degli Interni, che ricordiamolo resta pur sempre una carica a garanzia di tutela dello stato di diritto, soprattutto super partes. O almeno dovrebbe…

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Sull’altra sponda ideologica le nubi restano altrettanto fitte. A seguito di un articolo del quotidiano Libero che criticava Carola Rackete per essersi presentata in procura ad Agrigento a chiarire la vicenda della Sea Watch senza reggiseno, due ragazze torinesi di sinistra (Nicoletta Nobile e Giulia Trivero) hanno promosso la “giornata dei capezzoli liberi”, che siccome in italiano suona parecchio strano è stata tramutata in inglese (e anche qui si dovrebbe aprire un capitolo lunghissimo…) nella più glamour #freenipplesday. Una giornata di protesta e denuncia contro “l’ennesimo atto di prevaricazione sul corpo femminile”.

Cosa c’entri questo gesto simbolico, peraltro strumentale ai propri interessi di parte, rispetto al coraggio e alla grandezza di Carola Rackete nel compiere quello che ha fatto per salvare la vita dei migranti resta un mistero. La tendenza a banalizzare qualsiasi grande ideale o gesto coraggioso con il lancio di “campagne” e slogan propagandistici rende quel gesto virtuale, lontano dalla sua dirompente realtà. Insomma la realtà dalla sua straordinarietà diventa ordinaria, cliccabile, conformista, affine alle logiche del consumo…dunque destinata ad essere dimenticata.

Anche in questo caso ci troviamo dinanzi a un cortocircuito tra la complessità del problema (reale) e lo strumento banalissimo che mi viene chiesto per cambiare le cose (stereotipo del reale).

La sinistra contemporanea è priva di ardore per la lotta, quel desiderio che un tempo scaturiva per la difesa del popolo, in antitesi alla logica del consumo. Ora invece l’assorbimento di un pensiero liberal-consumista (che va oltre il suo essere progressista) è radicato nel suo DNA e porta a una deriva verso l’egoismo individuale di Stato, alimentato da un sempre più violento desiderio di tramutare il desiderabile in reale, l’impossibile in possibile… creando così dei vuoti che sempre qualcuno cercherà di riempire. Ieri come oggi.

Credo sussistano analogie specifiche tra queste due culture, seppur ideologicamente distanti in maniera siderale, ma così fortemente speculari nell’irrazionalità del loro essere.

E voi, dinanzi a realtà e immaginazione, che cosa preferite?

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La nostra identità dinanzi ai tre bambini morti annegati nel Mediterraneo

3 bambini migranti morti nel mare

Se possiamo accettare tutto questo senza provare dolore e rabbia significa che abbiamo perso definitivamente la nostra dignità di esseri umani.

L’abbiamo calpestata e svenduta per trenta denari…il prezzo della vergogna, che ci rende responsabili della morte e del sangue di tante persone.

Perché si tratta di persone innanzitutto.

Quelli che si vedono nella foto sono infatti più di tre bambini morti annegati a causa del naufragio dell’imbarcazione dove si trovavano.

Questi bambini rappresentano la morte delle nostre coscienze, sono un grido violento e assordante contro la nostra tranquillità ostentata, contro il nostro trattare le persone come merce, contro la nostra indifferenza.

Sono lo specchio della nostra identità, ormai morta.

Ma tranquilli, perché questa ingiustizia non rimarrà senza conseguenze.

Prepariamoci a una prossima e legittima invasione, perché non è coi porti chiusi, con gli slogan populisti e con i muri che si costruisce il proprio futuro, lo si fa soltanto custodendo e proteggendo il senso dell’umano. 


L’alternativa è soltanto la morte.

“Shemà Israel!”

Svegliati Israele, dal sonno della ragione, schiavitù del potere, da questo delirio di onnipotenza che è penetrato nella tua anima.
Svegliati prima che tu ti possa rendere conto del senso di profonda vergogna da cui non ti sarà più possibile liberarti.
Svegliati dalla paura che condiziona ogni tua scelta e che erge muri sul futuro, facendo morire la speranza in un mondo nuovo.
Svegliati dall’odio, perché l’odio genera odio e prima o poi tutto il sangue che scorre a causa tua si rivolgerà contro di te.
Svegliati Israele e ritrova la tua coscienza, il desiderio di sentirti un popolo che accoglie un altro popolo, lo tutela e lo protegge.
Ascolta Israele…Shemà Israel! Prima che sia troppo tardi, e forse già lo è.
Perché soltanto riscoprendo e coltivando l’amore potrai continuare a vivere e sperare, diversamente sarà per te la fine.

 

Svegliati Israele...

Opponiamoci alla “cosificazione della vita umana”

Il giurista Ugo Mattei, professore di diritto internazionale e comparato all’Università della California di San Francisco e professore di diritto privato all’Università di Torino, spiega le conseguenze dell’interconnessione globale degli oggetti e, molto presto, degli uomini (l’internet delle cose, “the internet of things”), delinea la fine dell’epoca basata sul diritto amministrato dai giuristi, e la fine stessa dei nostri diritti.
Probabilmente il titolo del servizio rischia di essere limitante e fuorviante in quella che invece è un’analisi assolutamente acuta e di elevato spessore culturale, che spazia su moltissimi aspetti e tematiche. Un’analisi che necessita di essere ascoltata più di una volta e approfondita, vista la complessità degli argomenti trattati.
Mattei spiega molto bene il progressivo stravolgimento dello status attribuito alla persona umana, che da individuo è diventato merce, “soggetto umano come categoria merceologica” fino a mera “cosificazione della vita umana”.
Stiamo attraversando una fase storica di processo di dissolvimento dell’individuo e della sua libertà, attraverso l’omologazione massiccia e standardizzata imposta dal potere: è l’ideologia iperliberista del capitalismo, che pianifica, controlla e impone tutto. Come qualsiasi dittatura. E l’individuo è morto, perché al posto dell’anima ha sostituito il profitto. In base a quanto vali tu sei, se non vali vieni scartato…”per il tuo maggiore interesse” ti viene detto.
Come sostiene Mattei è urgente rispondere e opporsi a questa nuova deriva totalitaria (a ben guardare molto più pericolosa di nazifascismo e comunismo, perché si presenta come subdola proposta di felicità terrena, la soluzione immediata ai bisogni emotivi e irrazionali dell’individuo), creando “obblighi collettivi di resistenza”.
Riscoprendo l’unità, la solidarietà e la condivisione. Coltivando spazi di appartenenza, che come dice Gaber sono connaturati nel “noi”, e riflettono quel desiderio ardente di eternità custodito in ogni cuore.

 

 

Grazie Alfie, per la forza manifestata nella tua fragilità.

Grazie perché in te si è rispecchiata la Vita, al di là delle futili contrapposizioni ideologiche della nostra miseria umana.

Grazie perché nel tuo silenzio hai parlato alle coscienze di tutti, hai smosso le coscienze di molti, hai interrogato sul senso del nostro vivere.

Grazie per averci lasciato tanto e per essere stato una fiammella di luce nella notte.

Una scintilla di eternità, che risplenderà per sempre.

 

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Syria sotto attacco delle fake news di USA, Francia e Gran Bretagna (con l’appoggio servile italiano)

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#Siria Alle ore 3.55 di stanotte è iniziata la tripla aggressione criminale di Usa, Francia e Gb con 100 missili tomahawk su diversi zone nei pressi della Capitale #Damasco La produzione di ognuno di essi ha un costo di $1.87Milioni, per un totale di $224M. Un atto non autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e in piena violazione di norme e principi del diritto internazionale.

Tutti i media occidentali hanno dato e continuano a dare per certo che i missili avrebbero colpito arsenali chimici vicino Damasco e Homs, giustificando l’azione promossa da Trump. Nessun organo di informazione però si chiede le conseguenze del lancio di questi missili sulla popolazione, dopo aver colpito i citati depositi di stoccaggio di armi chimiche…anche soltanto un plausibile disastro ambientale ad esempio.
Quasi in contemporanea ai missili lanciati dagli Alleati occidentali, la zona a sud di Damasco è stata attaccata da milizie jahidiste affiliate con l’Isis…
Forse è il caso di aprire gli occhi, dopo aver tappato la bocca.
Abbiamo idea delle gravi conseguenze che porterà con sé questo attacco scellerato? Come sostiene il bravissimo giornalista Alberto Negri (uno dei pochi ancora libero di dire ciò che pensa) “si tratta dell’ennesima tragica commedia mediorientale che non porterà benefici ai siriani e ai popoli mediorientali”.

E’ inoltre bene ricordare che oggi è iniziato il lavoro dell’OPCW – Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche con sede all’Aia, nei Paesi Bassi – da tutti considerata seria e affidabile. Questa organizzazione internazionale aveva già certificato nel 2013 la completa distruzione dell’arsenale chimico di Assad. Valeva forse la pena di attendere i risultati delle analisi sul terreno prima di lanciare missili su Damasco e Homs.

MISSILI USA

Non esiste alcuna prova fondata delle responsabilità del governo siriano nell’attacco con uso di armi chimiche del 7 aprile (anch’esso da dimostrare) sui civili. È gravissimo quello che sta avvenendo, tra l’altro con l’appoggio dei media nostrani (Rai e Sky stanno facendo una propaganda vergognosa a favore dei bombardamenti USA, Francia e GB). Ritengo che i nostri politici (veramente patetico il Presidente del Consiglio Gentiloni che come un cagnolino ripete il mantra delle armi chimiche di Assad e al tempo stesso invoca operazioni di pace, pur concedendo le basi di Sigonella agli aerei alleati…mah!) come rappresentanti del popolo dovrebbero battersi per difendere la verità. Una escalation militare causerebbe un’ulteriore destabilizzazione in Syria, con un conseguente aumento dei flussi migratorio anche verso l’Italia…proprio per questo mi chiedo, ma non sa di vergognosa ipocrisia prima bombardare uno Stato sovrano e indipendente del Medioriente (o essere dalla parte di chi bombarda, poco cambia) violando la Carta delle Nazioni Unite che vieta l’uso della forza contro i paesi membri, e poi voler chiudere le porte con sdegno ai migranti che, nel tentativo di fuggire da una guerra causata dai nostri missili, cercheranno rifugio anche in Italia?
In questo momento storico è soprattutto da questo principio basilare di difesa della Verità che si sviluppa la credibilità e l’importanza del nostro Paese nel panorama internazionale. E questo viene ancora prima della necessità legittima di formare un governo.
Altrimenti siamo destinati a restare sempre e comunque un Paese “al servizio” delle fake news di altri. Un Paese che dipende dalla menzogna di comodo è destinato a morire.

Missili sulla Siria

La propaganda mediatica a senso unico dell’Occidente per bombardare nuovamente la Siria: la mano sulla bocca di Saviano…

Quello che sta avvenendo in Syria è molto più complesso di quanto vogliono farci credere i media collusi col potere politico/finanziario statunitense ed europeo. Campagne mediatiche come quella di Saviano, contro il fantomatico e non provato gas nervino usato dal governo siriano sui civili, fanno estremamente comodo ai governi occidentali per accaparrarsi il consenso dell’opinione pubblica e bombardare nuovamente la Syria, così da invadere e spartirsi il territorio. Ovviamente chi paga in tutto questo? I civili siriani, i bambini innanzitutto.
Forse sarebbe utile ricordare a Saviano che i Paesi Occidentali da decenni sfruttano il Medioriente causando tragedie immani tra i poveri civili inermi.
Ma su questo i media e i personaggi famosi come Saviano vergognosamente tacciono!
In Syria i morti civili li hanno sulle coscienze tutti, non solo Russia e il governo di Assad. Il mainstream occidentale ovviamente non si scandalizza del terrore perpetrato dai ribelli jahidisti legati all’Isis in Siria, o dalle stragi dell’esercito turco contro i curdi siriani ad Afrin, sempre in Siria. E gli Stati Uniti? Quanti morti hanno sulla coscienza le bombe a stelle e strisce lanciate in questi anni sui civili siriani?
Più che risposte emotive e irrazionali avremmo bisogno di capire, approfondire, porci domande per analizzare la realtà del nostro tempo. Una realtà terribilmente complessa, che non può essere spiegata da slogan o gesti simbolici che non hanno nulla a che fare con la realtà…

“La nostra società nutre il bisogno compulsivo di catalogare idee, principi, esseri umani, omologandoli come fossero cliché, rischiando di non focalizzare il percorso che porta ogni persona alla scoperta del proprio essere.

L’emotività del fatto nega l’approfondimento dei suoi contenuti, trattati con estrema superficialità.

La strategia mediatica dei mezzi di comunicazione, generalmente volta a pilotare l’opinione pubblica, annacqua poi ogni contestualizzazione logica e razionale per influenzare le masse, spesso esasperando le contrapposizioni sia verbali che virtuali: il pensiero critico viene sostituito dal sentimento.”

Estratto del libro “La Piuma tra cielo e terra”

 

Consiglio di guardare con molta attenzione l’analisi dello storico e ricercatore svizzero Daniele Ganser, sulle vere cause della guerra in Syria. Aiuta ad andare oltre il politicamente corretto presentato da tg e stampa nostrani, con necessario equilibrio e senso critico.

 

La giornalista indipendente Canadese Eva Bartlett, durante la conferenza stampa del 9 Dicembre 2016 della missione siriana dell’ONU, fa fare una figuraccia al giornalista norvegese Christopher Rothenberg, spiegando su cosa si basano le insulse menzogne che i media mainstream occidentali raccontato sulla Syria.

 

Contributi di questo spessore, se messi a confronto con la propaganda faziosa di Roberto Saviano, fanno un certo effetto. Quest’ultimo cerca volutamente in maniera ipocrita di non far comprendere il reale, banalizzandolo, sostituendo la ricerca della verità con simbolismi irrazionali e omologanti.

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La popolazione siriana è vittima di eserciti che combattono una guerra con metodi criminali: i soldati di Assad, le forze jihadiste, l'esercito di Erdogan e l'aviazione russa commettono atrocità che non risparmiano i civili. Nonostante continui a negare e accusare la stampa e gli attivisti di manipolare le informazioni, Assad sta usando armi chimiche sulla popolazione. Gas che uccide lasciando soffocare le persone nella propria saliva. A morire sono soprattutto bambini. Le armi chimiche sono vietate da quasi cento anni, ma nella guerra civile siriana continuano ad essere utilizzate. Muhammad Najem è un ragazzo siriano di 15 anni che sta raccontando la guerra e denunciando la morte di migliaia di bambini per soffocamento da gas. Fotografarsi coprendosi bocca e naso con la mano è solo un gesto simbolico, ma può essere utile per diffondere la consapevolezza di questo crimine. Invito tutti a fotografarsi così contro l'uso dei gas come arma mortale.

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Dunque la soluzione di Saviano contro le fantomatiche armi chimiche utilizzate dal governo siriano sarebbe il bombardamento della Syria? E chi andrebbero a colpire le bombe se non i civili siriani?

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Passi verso casa

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“Forse il cielo non lo sa, ma la terra è coperta di passi, i passi riluttanti di chi parte per cercare una casa. Perché la casa non è solo là dove sei nato, ma è dove l’uomo che è in te può guardare il cielo finalmente grato per il giorno che finisce e può sperare nel giorno che verrà.”

Kossi Komla-Ebri, Vado a casa, in Parole oltre i confini

 

I giovani e la Chiesa…verso il Sinodo

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«La Chiesa è in cammino verso il Sinodo e volge lo sguardo ai giovani di tutto il mondo»: sono queste le parole con cui Papa Francesco ha iniziato la preghiera per il Sinodo, affidando al Signore il discernimento dei giovani. Nel mese di ottobre 2018 si celebrerà infatti il Sinodo dei Vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale».
Questo significa che la Chiesa si vuole mettere in ascolto, e per farlo si rivolge ai giovani di tutto il mondo, verso coloro che rappresentano il futuro. La Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi ha dedicato la creazione del sito http://www.synod2018.va/content/synod2018/it.html, proponendo un questionario attraverso il quale i giovani possono far sentire la loro voce, la loro sensibilità, la loro fede, ma anche i loro dubbi e critiche, affinché la loro richiesta di comprensione e di aiuto giunga sino ai Pastori, così come sono stati invitati a fare da Papa Francesco nella Lettera che ha indirizzato loro all’inizio del cammino sinodale.
Anche noi come chiesa locale siamo di conseguenza chiamati a metterci in ascolto dei nostri giovani, per conoscere il loro pensiero. Tutti i giovani, quelli che frequentano e si dicono credenti, ma anche coloro che da poco o tanto tempo non mettono più piede in chiesa e in oratorio. Ho così cercato, partendo dalle domande del questionario, di declinarne alcune e di rivolgerle inizialmente a chi frequenta il nostro oratorio, ovvero i ragazzi e i giovani tra i 18 e i 35 anni, che comprendono il Gruppo Giovani, il gruppo 18/19enni e il gruppo educatori. Ho ritenuto basilare porre i quesiti anche a chi ha smesso di frequentare l’oratorio e la Chiesa.
Le domande sono le seguenti:
1) Ti senti di fare parte della tua parrocchia?
2) Perchè a tuo parere un numero consistente di ragazzi della tua età decide di non frequentare più l’oratorio?
3) Secondo te ci sono degli aspetti che si potrebbero migliorare nella chiesa? Se pensi di sì puoi specificarli? Come si potrebbero migliorare?
4) Vai a messa la domenica? Puoi spiegare anche con una semplice frase il tuo sì o il tuo no?

 

Su circa centocinquanta ragazzi e giovani raggiunti, hanno deciso di rispondere alle domande soltanto il 10%, circa quindici. Certamente pochi. Una stragrande maggioranza ha infatti scelto il silenzio, forse per timidezza o anche a causa di una radicata indifferenza nei confronti della Chiesa (e questo, va detto, soprattutto da parte di chi la frequenta). Se da un punto di vista numerico i risultati sino ad ora sono stati deludenti, non certo si può dire per la qualità di chi ha risposto, scegliendo di mettersi in gioco, fornendo un prezioso contributo; devo dire che sono rimasto personalmente stupito da tutte le risposte lette, sia perché dimostrano maturità e vivo interesse per il bene della Chiesa, ma anche perché alcune descrivono con occhio critico, a volte scandito da una certa punta d’amarezza e delusione, l’urgente necessità di creare nuova linfa e nuovi itinerari nella comunità ecclesiale.
Partendo da queste poche risposte ricevute ritengo sia già possibile giungere a una prima conclusione, che poi diventa una domanda, stavolta rivolta a noi adulti: “Ma noi conosciamo davvero i nostri giovani?”
Credo che questa domanda imponga necessariamente la necessità di fermarsi per trovare una nuova riparenza: dal desiderio di metterci in gioco come comunità educante, uscendo dalla comodità di schemi prefissati che tante volte ci conducono a trattare i giovani con una certa superficialità, relegandoli a uno stereotipo. A volte accettiamo come dato di fatto la loro apparente apatia e banalità, un’apatia che può però celare il desiderio di capire e scoprire nel bene, forse in modo ancora immaturo e scostante, se stessi e il mondo circostante. È nostro compito quello di intercettare e accompagnare questo germoglio di desiderio.
Abbiamo così pensato che questa analisi non debba assolutamente terminare qui, vogliamo portarla avanti e raccogliere altre testimonianze e riflessioni da parte dei nostri giovani. Siamo infatti certi che tanti desiderano mettersi in gioco, per cercare un nuovo itinerario, che imprima nei loro cuori la voglia di dire a se stessi e al mondo intero: “È tempo di un cambiamento!”
Nel prossimo numero dedicheremo spazio a tutte le risposte ricevute, analizzandole e tentando di presentare i diversi punti di vista emersi.
Voglio concludere questa prima parte della nostra inchiesta, riportando estratti di due risposte. La prima è quella di una ragazza che frequenta l’oratorio, la seconda di una che si è allontanata da qualche anno.
Credo che entrambe possano costituire un prezioso punto di ri-partenza.

 

“Secondo me molti ragazzi adesso non frequentano più la Chiesa perché in essa risultano più evidenti i dogmi e le regole rigide del rito rispetto al lato caritatevole ed educativo, che personalmente è il motivo principale per cui frequento l’oratorio. Infatti devo tantissimo al cammino del dopocresima perché mi ha mostrato e coinvolto concretamente nell’esperienza dell’aiuto verso il prossimo. Inoltre essendo giovani credere nelle Verità di Fede risulta più difficile in quanto non ci sono prove e secondo me non si sono ancora vissute come esperienze che la fanno crescere e fanno sentire il bisogno di appellarsi a qualcosa di più grande. E quindi ritenendo che per vivere la Chiesa bisogna credere profondamente e immediatamente a tutto ciò che essa professa, molti giovani scelgono di allontanarsi.”

 

“Penso che la Chiesa debba semplicemente continuare a fare il bene che fa ogni giorno, aiutando le persone a creare luoghi “protetti” e dei valori importanti come ha sempre fatto. Le attività volte alla comunità dovrebbero rimanere sempre aggiornate insieme a linguaggi nuovi, ormai non solo giovane, del web, per promuovere iniziative e raggiungere il maggior numero di persone. Per quanto riguarda la Fede invece si tratta di qualcosa di talmente unico e personale che sta alla persona coltivarla. Di certo la Chiesa deve rimanere aperta a tutte le domande e per fare chiarezza al credente, in questi tempi in cui tutto cambia velocemente, dev’essere la prima a essere aggiornata sui “problemi” della società moderna, per capire e farsi capire.”

 

Oltre il muro la speranza

 

To match WITNESS-WALLS/BERLIN

Migliaia di tedeschi dell’Est si recarono ai posti di confine per trasferirsi oltre il muro, rendendo la situazione in breve tempo ingestibile e costringendo le guardie di frontiera ad aprire i posti di blocco. Dall’altra parte del muro, i tedeschi dell’ovest accolsero i loro fratelli a braccia aperte.
Il muro aveva perso così ogni sua funzione, e fu una liberazione per migliaia di tedeschi poter iniziare ad avvicinarsi, abbattere quel muro che da decenni solcava in modo innaturale la città. 
Era il 9 novembre 1989, la caduta del Muro di Berlino.

Qualsiasi muro, fisico e ideologico, scaturisce dalla paura dell’altro e dall’incapacità di crescere insieme, accettandosi nelle differenze.

Forse, oltre a impegnarsi perché ogni muro venga abbattuto, è necessario anche chiedersi da dove nasca l’esigenza della sua costruzione. A mio parere questo bisogno di erigere un muro ha origine da un vuoto identitario, che genera odio e divisione. Un vuoto che alimenta la paura e che in nome di una sua fittizia identità vuole distruggere qualsiasi altra forma di diversità.

Un vuoto che in particolar modo nella storia contemporanea si è alimentato per colpa di una cultura che inneggia alla libertà nella diversità, ma che vuole invece rendere tutti omologati al sistema. Creando appunto cortocircuiti di violenza repressa.

mur_berlin

L’unica alternativa è quella di aiutarsi l’un l’altro, cercando di andare sempre oltre ogni muro, con lo sguardo fisso verso la speranza…