I campi di concentramento libici e la cultura dell’indifferenza

 

“Quella che ho visto in Libia è la forma più estrema di sfruttamento degli esseri umani” basata “sul sequestro, la violenza carnale, la tortura e la schiavitù” e “i leader europei sono complici” dello sfruttamento mentre “si congratulano del successo perché in Europa arriva meno gente” dall’Africa.

È con queste parole di dura accusa che la presidente internazionale di Médecins sans Frontieres, Joanne Liu, ha aperto una conferenza stampa tenuta a Bruxelles dopo la pubblicazione della lettera aperta inviata ai leader europei.

 

 

 

 

Nell’inferno libico l’essere umano viene annientato nella sua dignità. Il suo essere è dimenticato. Come accaduto con qualsiasi campo di concentramento, lager nazista e gulag comunista che fosse, il potere ideologico instaura una cultura dell’indifferenza, spalmando spessi strati di indifferenza sull’opinione pubblica.

Quell’opinione pubblica che, non vedendo il problema e sentendosi del tutto estranea, si ritiene tranquilla e con la coscienza a posto.

E invece è bene ricordarsi che chi tace acconsente, facendosi complice.

Le immagini dell’inferno in Libia, mostrate dal TG1

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Ieri sera alle 23.30 su Rai1 è andato in onda uno speciale del TG1 curato dal giornalista Amedeo Ricucci (davvero bravo e coraggioso!!), sulla Libia e i migranti che cercano di raggiungere l’Europa. Vale la pena guardarlo tutto, perché mostra chiaramente scene che normalmente non si vedono da nessuna parte.
Fanno particolarmente effetto le riprese dei centri di detenzione per migranti. Le immagini mostrano decine di persone ammassate e rinchiuse in stanze molto piccole…ambienti che ricordano veri e propri campi di concentramento.
Credo sia fondamentale conoscere questa dolorosa e sconcertante realtà, che aiuta a comprendere con oggettività la condizione disperata di chi tenta di raggiungere, dopo innumerevoli soprusi, ruberie, violenze e privazioni, le coste europee.

http://www.raiplay.it/video/2017/09/Speciale-Tg1-3c7aca8c-3f57-43c2-829d-4f98e29c6694.html

 

“Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti…
Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.”

Primo Levi
Se questo è un uomo

 

Quello che sta avvenendo nei campi di concentramento libici è qualcosa di vergognoso e agghiacciante…è la distruzione dell’essere umano. Vengono i brividi…esseri umani in trappole senza scampo…

Un giorno ci verrà chiesto che cosa abbiamo fatto dinanzi a tutto questo orrore…

 

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Viaggio in Gabon/4 #Africa…il neocolonialismo francese, una vergogna dell’umanità.

Rivisitando il mio viaggio in Gabon non posso certo tralasciare un aspetto determinante per comprenderne l’attualità, ovvero la dipendenza neocoloniale francese e le conseguenze che questa forma di sfruttamento pluridecennale arreca alla società gabonese (e africana).

Diciamolo subito, l’usurpazione di beni e di denaro della Francia nei confronti del Gabon (e degli altri Paesi africani da lei finanziariamente sfruttati – VEDI ARTICOLO SOTTO di Mawuna Remarque Koutonin) è uno scandalo, una vergogna dell’umanità di cui non si parla mai negli organi di informazione ufficiali. E, tra l’altro, andrebbe probabilmente analizzata la correlazione che c’è tra sfruttamento neocoloniale dell’Occidente (in particolare proprio quello della Francia) nei riguardi dei Paesi africani e mediorientali, con l’origine e lo sviluppo del terrorismo che, negli ultimi anni, colpisce in particolare proprio le città transalpine.

Si tratta di un aspetto che rappresenta la più grande tragedia di cui l’Occidente è principalmente responsabile nei confronti dell’Africa. Un vero e proprio sciacallaggio che sconcerta nella sua silente ordinarietà.

Per ciò che ho potuto constatare l’Africa è un continente sorprendente e pieno di contraddizioni. Il Gabon, come ogni Paese africano, è un microcosmo di ciò che sarebbe possibile se non dilagasse la corruzione, se al potere non ci fossero dittatori, se le potenze internazionali non pensassero ad altro se non a depredare le risorse ambientali ed energetiche. Ritengo che capendo il Gabon e l’Africa avremmo l’opportunità di diventare più preparati nell’affrontare i mutamenti socioculturali e geopolitici che ormai ci interessano quotidianamente.

Estesa come superficie poco meno dell’Italia (260 mila km2) ma con una popolazione poco numerosa, meno di 2 milioni di abitanti, il Gabon è un Paese dell’Africa occidentale ricco di legname pregiato, petrolio, enormi risorse naturali dalla foresta pluviale a un suolo fertilissimo, che potrebbero farne una ricca e prospera nazione anche per via dei pochi abitanti. Eppure non è così.

Le ricchezze del Gabon sono in mano a un’esigua élite di stampo massonico con a capo la famiglia Bongo, che governa il Paese ininterrottamente dal 1964 in seguito alla formale indipendenza dalla Francia. Bongo padre (dal 1964 al 2009), Ali Bongo figlio tuttora al potere. Una dittatura familista in piena regola, legata a vincoli di corruzione e interessi di mantenimento del potere con lo Stato francese.

Il secondo giorno della mia permanenza in Gabon mi sono recato presso la dogana portuale di Owendo, vicino Libreville, accompagnato da un missionario locale. Ovviamente i militari a guardia dell’ingresso non ci hanno autorizzato ad entrare. La dogana viene gestita dal gruppo francese Bolloré, il cui fondatore Vincent Bolloré viene accusato di essere intermediario del neocolonialismo francese e di calpestare i diritti umani dei lavoratori africani. Moltissime delle materie prime importate ed esportate dal continente africano passano attraverso Bolloré. Le merci arrivano nei porti, dove il gruppo gestisce i terminal per i container, e vengono trasferite alla logistica su gomma o su rotaia in tutto il continente.

Dal porto di Libreville vengono esportate enormi quantità di petrolio, manganese, uranio e legname. Mentre, per ciò che concerne le importazioni, tutti i prodotti e le merci provengono dalla Francia. Facile dunque dedurre due particolarità: la prima è che il Gabon dipende finanziariamente (e anche politicamente) dalla Francia, verso cui vengono obbligatoriamente versati gran parte dei ricavi derivanti dalle esportazioni; la seconda, conseguente, è che i prezzi d’acquisto delle merci importate vengono fissati da Bolloré, dunque dalla Francia, che strano a dirsi alza e non di poco i prezzi di immissione della merce giunta in dogana, arrecando l’impossibilità per gran parte della popolazione di potersi permettere l’acquisto di beni di prima necessità.

Qui sotto pubblico alcune foto scattate a Port d’Owendo e altre all’interno della Cittadella della Democrazia, un’area che in passato era centro nevralgico di ambascerie e diplomazia: qui siamo riusciti ad entrare grazie ad un’iniziale svista di uno dei guardiani. Al posto del centro diplomatico il Presidente Ali Bongo vuole far costruire (non si comprende il perché, forse per capriccio personale) un enorme campo di golf. All’interno sono depositati un numero incalcolabile di pullman nuovi, inutilizzati: il padre missionario che mi accompagnava mi ha raccontato che questi servivano l’anno prima per trasportare coloro che si recavano in Gabon per assistere alle partite della Coppa d’Africa, ora invece di utilizzarli per incentivare l’ordinario servizio di trasporto pubblico (del tutto inesistente) e dunque creare vantaggi alla popolazione, vengono lasciati a marcire all’interno di un’area dismessa.

Sempre all’interno dell’area siamo passati davanti a dei container bianchi con scritta UN (Nazioni Unite), quando improvvisamente tre militari armati di macete e mitragliatrice ci hanno fermato e, dopo averci controllato i passaporti, intimato di uscire. Ovviamente non ho ritenuto conveniente fare foto in quel momento…

Di seguito propongo un articolo molto interessante scritto dall’editore Mawuna Remarque Koutonin, che spiega nel dettaglio il rapporto di dipendenza di 14 paesi africani (compreso appunto il Gabon) alla Francia, costretti a pagare la tassa coloniale francese.

Concludo ponendomi questa domanda: come possiamo non considerare la stretta connessione tra i soprusi del colonialismo (e dell’attuale neocolonialismo) perpetrato ai danni di povere popolazioni che ci considerano sfruttatori delle loro terre e delle loro vite, e l’odio alimentato da queste ingiustizie, che ha generato rancore e rabbia, desiderio di vendetta nei confronti di noi “bianchi occidentali”?

 

 

 

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14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese

di Mawuna Remarque Koutonin

Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa TraoréInfatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:
  • – Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.
  • – Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
  • – il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

Numero dei Colpi di stato in Africa per paese

Ex colonie francesi
Altri paesi africani
Paese
Numero di colpi di stato
Paese Numero di colpi di stato
Togo 1 Egitto 1
Tunisia 1 Libia 1
Costa d’Avorio 1 Guinea Equatoriale 1
Madagascar 1 Guinea Bissau 2
Rwanda 1 Liberia 2
Algeria 2 Nigeria 3
Congo – RDC 2 Etiopia 3
Mali 2 Uganda 4
Guinea Conakry 2 Sudan 5
SUB-TOTALE 1 13
Congo 3
Ciad 3
Burundi 4
Repubblica centrafricana 4
Niger 4
Mauritania 4
Burkina Faso 5
Comores 5
SUB-TOTAL 2 32
TOTAL (1 + 2) 45 TOTALE 22

Come dimostrano questi numeri, la Francia è abbastanza disperata ma attiva nel tenere sotto controllo le sue colonie, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione.

Nel marzo del 2008, l’ex presidente francese Jacques Chirac disse:

“Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”

Il predecessore di Chirac, François Mitterand già nel 1957 profetizzava che:

“Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo”

Proprio in questo momento mentre scrivo quest’articolo, 14 paesi africani sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi. Finora, 2014, il Togo e altri 13 paesi africani dovranno pagare un debito coloniale alla Francia. I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione.

E’ un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno.

Spesso accusiamo i leader africani di corruzione e di servire gli interessi delle nazioni occidentali, ma c’è una chiara spiegazione per questo comportamento. Si comportano così perché hanno paura di essere uccisi o di restare vittime di un colpo di stato. Vogliono una nazione potente che li difenda in caso di aggressione o di tumulti. Ma, contrariamente alla protezione di una nazione amica, la protezione dell’occidente spesso viene offerta in cambio della rinuncia, da parte di quei leader, di servire il loro stesso popolo e i suoi interessi.

I leader africani lavorerebbero nell’interesse dei loro popoli se non fossero continuamente inseguiti e provocati dai paesi colonialisti.

Nel 1958, spaventato dalle conseguenze di scegliere l’indipendenza dalla Francia, Leopold Sédar Senghor dichiarò: “La scelta del popolo senegalese è l’indipendenza; vogliono che ciò accada in amicizia con la Francia, non in disaccordo.”

Da quel momento in poi la Francia accettò soltanto un’ “indipendenza sulla carta” per le sue colonie, siglando “Accordi di Cooperazione”, specificando la natura delle loro relazioni con la Francia, in particolare i legami con la moneta coloniale francese (il Franco), il sistema educativo francese, le preferenze militari e commerciali.

Qui sotto ci sono le 11 principali componenti del patto di continuazione della colonizzazione dagli anni 50:

 

#1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese

I neo “indipendenti” paesi dovrebbero pagare per l’infrastruttura costruita dalla Francia nel paese durante la colonizzazione.

Devo ancora trovare tutti i dati specifici circa le somme, la valutazione dei benefici della colonizzazione e i termini di pagamento imposti ai paesi africani, ma ci stiamo lavorando (aiutaci con più info).

#2. Confisca automatica delle riserve nazionali

I paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese.

La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.

“La politica monetaria che governa un gruppo di paesi così diversi non è complicato perché, di fatto, è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della CEDEAO [la comunità degli stati dell’Africa occidentale] o del CEMAC [Comunità degli stati dell’Africa centrale]. In base alle clausole dell’accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie estere in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.

Le banche centrali del CFA impongono anche un tappo sul credito esteso ad ogni paese membro equivalente al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Anche se la BEACe la BCEAO hanno un fido bancario col Tesoro francese, i prelievi da quel fido sono soggetti al consenso dello stesso ministero del Tesoro. L’ultima parola spetta al Tesoro francese che ha investito le riserve estere degli stati africani alla borsa di Parigi a proprio nome.

In breve, più dell’ 80% delle riserve valutarie straniere di questi paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, ma non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.

Gli introiti degli investimenti di questi fondi presso il Tesoro francese dovrebbero essere aggiunti al conteggio ma non c’è nessuna notizia che venga fornita al riguardo né alle banche né ai paesi circa i dettagli di questi scambi. Al ristretto gruppo di alti ufficiali del ministero del Tesoro francese che conoscono le cifre detenute negli “operations accounts”, sanno dove vengono investiti questi fondi e se esiste un profitto a partire da quegli investimenti, viene impedito di parlare per comunicare queste informazioni alle banche CFA o alle banche centrali degli stati africani.” Scrive Dr. Gary K. Busch

Si stima che la Francia detenga all’incirca 500 miliardi di monete provenienti dagli stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per combattere chiunque voglia fare luce su questo lato oscuro del vecchio impero.

Gli stati africani non hanno accesso a quel denaro.

La Francia permette loro di accedere soltanto al 15% di quel denaro all’anno. Se avessero bisogno di più, dovrebbero chiedere in prestito una cifra extra dal loro stesso 65% da Tesoro francese a tariffe commerciali.

Per rendere le cose ancora peggiori, la Francia impone un cappio sull’ammontare di denaro che i paesi possono chiedere in prestito da quella riserva. Il cappio è fissato al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Se i paesi volessero prestare più del 20% dei loro stessi soldi, la Francia ha diritto di veto.

L’ex presidente francese Jacques Chirac ha detto recentemente qualcosa circa i soldi delle nazioni africane detenuti nelle banche francesi. Questo qui sotto è un video in cui parla dello schema di sfruttamento francese. Parla in francese, ma questo è un piccolo sunto: “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano.”

 

#3. Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel paese

La Francia ha il primo diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovate nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo un “Non sono interessata” della Francia, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.

#4. Priorità agli interessi francesi e alle società negli appalti pubblici

Nei contratti governativi, le società francesi devono essere prese in considerazione per prime e solo dopo questi paesi possono guardare altrove. Non importa se i paesi africani possono ottenere un miglior servizio ad un prezzo migliore altrove.

Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti utilities – acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura.

Infine, come ho scritto in un precedente articolo, Africans now Live On A Continent Owned by Europeans! [Gli africani ora vivono in un continente di proprietà degli europei !]

#5. Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del paese

Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi.

La situazione nel continente adesso è che la Francia ha formato centinaia, anche migliaia di traditori e li foraggia. Restano dormienti quando non c’è bisogno di loro, e vengono riattivati quando è necessario un colpo di stato o per qualsiasi altro scopo!

#6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel paese per difendere i propri interessi

In base a qualcosa chiamato “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani e anche di stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi militari in quei paesi, gestiti interamente dai francesi.

Basi militari francesi in Africa

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Quando il presidente Laurent Gbagbo della Costa d’Avorio cercò di porre fine allo sfruttamento francese del paese, la Francia ha organizzato un colpo di stato. Durante il lungo processo per estromettere Gbagbo, i carri armati francesi, gli elicotteri d’attacco e le forze speciali intervennero direttamente nel conflitto sparando sui civili e uccidendone molti.

Per aggiungere gli insulti alle ingiurie, la Francia stima che la business community francese abbia perso diversi milioni di dollari quando, nella fretta di abbandonare Abidjan nel 2006, l’esercito francese massacrò 65 civili disarmati, ferendone altri 1200.

Dopo il successo della Francia con il colpo di stato, e il trasferimento di poteri ad Alassane Outtara, la Francia ha chiesto al governo Ouattara di pagare un compenso alla business community francese per le perdite durante la guerra civile.

Il governo Ouattara, infatti, pagò il doppio delle perdite dichiarate mentre scappavano.

#7. Obbligo di dichiarare il francese lingua ufficiale del paese e lingua del sistema educativo

Oui, Monsieur. Vous devez parlez français, la langue de Molière! [, signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière!]

Un’organizzazione per la diffusione della lingua e della cultura francese chiamata “Francophonie” è stata creata con diverse organizzazioni satellite e affiliati supervisionati dal Ministero degli esteri francese.

Come dimostrato in quest’articolo, se il francese è l’unica lingua che parli, hai accesso al solo 4% dell’umanità, del sapere e delle idee. Molto limitante.

#8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA

Questa è la vera mucca d’oro della Francia, tuttavia è un sistema talmente malefico che finanche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta all’incirca 500 miliardi di dollari africani nelle sue casse.

Durante l’introduzione dell’Euro in Europa, altri paesi europei scoprirono il sistema di sfruttamento francese. Molti, soprattutto i paesi nordici, furono disgustati e suggerirono che la Francia abbandoni quel sistema. Senza successo.

#9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve

Senza report, niente soldi.

In ogni caso il ministero della Banche centrali delle ex colonie, e il ministero dell’incontro biennale dei ministri delle finanze delle ex colonie è controllato dalla Banca Centrale francese/Ministero del Tesoro.

#10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia

I paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. La maggior parte dei paesi ha solo alleanze militari con gli ex colonizzatori! (divertente, ma si può fare di meglio!).

Nel caso delle ex colonie francesi, la Francia proibisce loro di cercare altre alleanze militari eccetto quelle che vengono offerte loro.

#11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali

Più di un milione di soldati africani hanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Il loro contributo è spesso ignorato o minimizzato, ma se si pensa che alla Germania furono sufficienti solo 6 settimane per sconfiggere la Francia nel 1940, quest’ultima sa che gli africani potrebbero essere utili per combattere per la “Grandeur de la France” in futuro.

C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa.

Primo, la Francia è molto dedita al saccheggio e allo sfruttamento dell’Africa sin dai tempi della schiavitù. Poi c’è questa mancanza di creatività e di immaginazione dell’elite francese a pensare oltre i confini del passato e della tradizione.

Infine, la Francia ha 2 istituzioni che sono completamente congelate nel passato, abitate da “haut fonctionnaires” paranoici e psicopatici che diffondono la paura dell’apocalisse se la Francia cambiasse, e il cui riferimento ideologico deriva dal romanticismo del 19° secolo: sono il Ministero delle Finanze e del Budget della Francia e il Ministero degli Affari esteri della Francia.

Queste 2 istituzioni non solo sono una minaccia per l’Africa ma anche per gli stessi francesi.

Tocca a noi africani liberarci, senza chiedere permesso, perché ancora non riesco a capire, per esempio, come possano 450 soldati francesi in Costa d’Avorio controllare una popolazione di 20 milioni di persone!?

La prima reazione della gente subito dopo aver saputo della tassa coloniale francese consiste in una domanda: “Fino a quando?”

Per paragone storico, la Francia ha costretto Haiti a pagare l’equivalente odierno di $21 miliardi dal 1804 al 1947 (quasi un secolo e mezzo) per le perdite subite dai commercianti di schiavi francesi dall’abolizione della schiavitù e la liberazione degli schiavi haitiani.

I paesi africani stanno pagando la tassa coloniale solo negli ultimi 50 anni, perciò penso che manchi un secolo di pagamenti!

di Mawuna Remarque KOUTONIN

Fonte: siliconafrica.com

http://www.africanews.it/14-paesi-africani-costretti-a-pagare-tassa-coloniale-francese/

Presentazione del libro “La Piuma tra Cielo e Terra” al Centro Civico di Segrate, 14 luglio 2017.

Ringrazio di vero cuore Roberto Spoldi, il Comune di Segrate e l’associazione “D come Donna” per la riuscita presentazione del mio libro “La Piuma tra Cielo e Terra”.

Grazie a Noemi Bigarella per le letture sublimi di alcuni estratti.

Una bellissima serata, piena di emozione, stupore e bellezza, dove c’è stata anche l’occasione di celebrare una storia, quella dei martiri di Soruc, di cui tratto nel libro.

Il 21 luglio 2015 una giovane donna kamikaze su mandato dell’Isis e con la complicità del governo turco, entrando in un centro culturale di Soruc in Turchia, si è fatta saltare in aria, causando la morte di 32 attivisti curdi e turchi (oltre al ferimento di altri cento) che avevano come unico scopo quello di superare il confine tra Turchia e Siria, per portare beni di prima necessità e giocattoli a Kobane, città siriana da qualche mese liberata dall’Isis, nel tentativo di ricostruire la pace.

Dedico a ognuno di loro la gioia di questa grande soddisfazione personale.

foto intervista La Piuma (1)foto intervista La Piuma (2)foto intervista La Piuma (3)Foto post intervista

E allora che fare? Non resta che camminare con coraggio in equilibrio sul filo, come un funambolo, pur rischiando di cadere nel vuoto.

Il Cammino di Santiago mi ha insegnato a restare appeso su quel filo, andando avanti un passo alla volta, depurando il cuore e la mente dalle ansie di dover volgere verso l’una o l’altra parte, percependo ogni passo con la speranza di trovare la mia identità e il senso del mio essere.

Camminare su un filo non significa cercare il compromesso con se stessi. Il funambolo sa che il suo percorso è unico e irripetibile, è anticonformista per natura e non accetta comode e applaudite mediazioni. Proprio per questo è consapevole che, per diventare più leggero, dovrà accettare di percorrere anche la via della sofferenza. Ma questa gli plasmerà il cuore donandogli la vera libertà.

Perché soltanto imparando a camminare sul filo può definitivamente spogliarsi delle sue barriere e degli antichi schemi mentali che, per la paura di cadere nel vuoto, ne hanno frenato il passo.

Il funambolo sa che il vero equilibrio è dato dal movimento, e non dall’immobilità.

Camminare su quel filo significa lasciarsi condurre verso nuovi itinerari, lungo spazi di libertà dove le persone possano incontrarsi per quello che sono, senza fardelli o dispiegamenti di armi. Scegliendo di agire in funzione di un bene comune che vada oltre le logiche egoiste di parte.

Utopia? Forse, ma per questo qualcuno ha donato la propria vita.

Camminare su quel filo significa, per esempio, operare come i trentadue ragazzi di Suruç, città a maggioranza curda nel sudest della Turchia, al confine con la Siria. Erano volontari della Federazione delle associazioni dei giovani socialisti, e volevano aiutare a ricostruire Kobane, città siriana a maggioranza curda distante solo una decina di chilometri da Suruç. Assediata dallo Stato islamico nell’autunno del 2014, essa era poi stata riconquistata dai combattenti dell’Ypg, le unità di protezione del popolo curdo, che ne avevano eroicamente respinto l’avanzata.

Ricostruire Kobane significava facilitare il ritorno dei duecentomila rifugiati, precedentemente fuggiti in Turchia dalle orde dei combattenti dell’Isis. Significava mettersi in prima linea per abbattere i muri dell’odio, facendo rinascere la vita e la speranza di un futuro migliore.

Quei ragazzi avevano un sogno, insomma: costruire ponti di pace tra Turchia e Siria.

Ma il 20 luglio 2015 un attacco suicida dello Stato islamico, probabilmente per mano di una ragazza di diciotto anni, li ha uccisi tutti, causando anche il ferimento di altre circa cento persone.

La vendetta dell’Isis nei confronti di Kobane si è scagliata contro un gruppo di giovani inermi, fautori di un mondo nuovo.

Per loro Gesù ha detto: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Estratto de “La Piuma tra Cielo e Terra”

Dall’Isis a Trump, passando per Guerre Stellari…

Non è mia presunzione voler esprimere un parere certo dopo gli ultimi avvenimenti in Siria, ho scarse conoscenze in materia di geopolitica e strategia militare per poterne discernere. E non credo sia comunque oggettivamente possibile inquadrare la verità dei fatti, prova ne sono le disparate opinioni dei più blasonati esperti di politica internazionale sulla legittimità o meno dell’attacco degli Stati Uniti alla base aerea di Al Shayrat in Siria. Probabilmente mai sapremo la verità sulla, per ora, ipotetica responsabilità di Assad nell’utilizzo di gas Sarin contro i civili… troppi intrighi, variabili e complessità in ballo, una miriade di interessi e ambiguità legati al potere che si alimentano in continuazione creando un panorama sempre più nebuloso e denso di inquietudine per il futuro. Un futuro incerto legato a un presente precario, privo di certezze, principi e valori, anche da parte dei suoi leader. Se non è dunque possibile trovare risposte, restano le domande. Una fra tutte è “dove vogliono arrivare?”

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Mentre Trump parlando ai cronisti sull’Air Force One, e alle sue spalle scorrevano le immagini di Guerre Stellari, lanciava l’attacco militare in Siria ritenendo (senza alcuna prova fondata) l’esercito di Bashar Al Assad responsabile dell’attacco con armi chimiche sui civili siriani (tra cui parecchi bambini), lo stesso Presidente americano gridava al mondo che “Nessun bambino deve soffrire più così”.

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Peccato che in Yemen in due anni di bombardamenti sauditi sulla popolazione yemenita sono morti 1500 bambini. E, va notato come non piccolo dettaglio, gli Stati Uniti hanno venduto ai sauditi miliardi di dollari in armi in due anni di guerra…
Come mai Trump allora non lancia un attacco missilistico anche all’Arabia Saudita ad esempio?

E come mai il mainstream europeo (primo fra tutti quello italiano…) fa di tutto per appoggiare Trump giustificando il suo attacco contro l’esercito del famigerato despota, tiranno e crudele Assad? Questa strategia di comunicazione univoca nel condannare il dittatore mediorientale di turno è guarda caso molto simile a quelle utilizzate con Saddam Hussein e Gheddafi… Telegiornali, quotidiani nazionali, opinionisti, esperti di medioriente…tutti stranamente concordi nel condannare Assad e nel motivare giustificando le ragioni di Trump. Con frasi ad effetto tipo “finalmente gli Stati Uniti tornano ad essere leader mondiali per ristabilire la pace”, oppure “il mondo temeva un’America barricata nei propri confini, e invece…”

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Anche l’Unione europea, dimostrando sempre più la pochezza che la contraddistingue,  e tutti i capi di governo nazionali danno all’unisono ragione a Trump, che ora è diventato il paladino della libertà. Addirittura il nostro Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, si è affrettato ad affermare che “L’azione di questa notte come noto si è sviluppata nella base aerea da cui erano partiti gli attacchi con uso di armi chimiche nei giorni scorsi. Contro un crimine di guerra il cui responsabile è il regime di Assad. Credo che le immagini di sofferenza che abbiamo dovuto vedere nei giorni scorsi in seguito all’uso delle armi chimiche non possiamo pensare di rivederle. Chi fa uso di armi chimiche non può contare su attenuanti e mistificazioni.”

Un atteggiamento, quello del governo italiano, che dimostra una volta di più il nostro totale e reiterato asservimento agli Stati Uniti. Siamo ne più ne meno l’eco di risonanza del Presidente americano.

Ma esistono le prove dell’attacco con utilizzo di armi chimiche da parte degli aerei dell’esercito siriano? A quanto pare no…

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Un’ultimissima domanda…e l’Isis che fine ha fatto?

Doveva essere la priorità assoluta per sconfiggere definitivamente il terrorismo a livello planetario, e invece evidentemente le priorità sono altre in questo momento…

“Penso che l’Europa meriti di essere costruita”. Il discorso di Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo dell’Unione europea.

Riprendendo le parole pronunciate in Campidoglio sessant’anni fa dall’allora primo ministro lussemburghese Joseph Bech, Papa Francesco sostiene che “l’Europa merita di essere costruita”, così da tracciare l’inizio di una nuova possibilità di rinascita. Rivolgendosi ai capi di Stato e di Governo dell’Unione europea in Vaticano per la ricorrenza della storica firma dei Trattati di Roma che diedero il via all’Europa unita, Francesco ha voluto partire dalla memoria di questi 60 anni, proponendo un cammino comune necessario per ritrovare una nuova giovinezza e una rinnovata speranza.

Un discorso intenso, in continuità con quello già rivolto ai leader europei a Strasburgo nel novembre 2014 e in occasione del Premio Carlo Magno nel maggio dello scorso anno (vedi l’articolo https://lapiumablog.com/2016/05/08/che-cosa-ti-e-successo-europa/), nel quale chiede oggi ai governati «di non aver paura di assumere decisioni efficaci, in grado di rispondere ai problemi reali delle persone», indicando la solidarietà, l’apertura al mondo, il perseguimento dello sviluppo e della pace,  per uscire dalle molte crisi che oggi rischiano di far implodere l’Europa.

Un discorso bellissimo, da leggere e meditare. Ripropongo qui sotto un estratto e il video completo.

 

Penso che l’Europa meriti di essere costruita. I padri fondatori hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore, non hanno mancato d’audacia e non hanno agito troppo tardi, hanno dato vita all’appassionato impegno per il bene comune che li ha caratterizzati, nella certezza di essere parte di un’opera più grande delle loro persone.

Dopo gli anni bui e cruenti della Seconda Guerra Mondiale il ricordo delle passate sventure e delle loro colpe sembra averli ispirati e donato loro il coraggio necessario per dimenticare le vecchie contese e pensare ed agire in modo veramente nuovo per realizzare la più grande trasformazione dell’Europa. E scelsero Roma per la firma dei Trattati perché con la sua vocazione all’universalità – come dissero il 25 marzo del 1957 il ministro degli Affari Esteri belga Spaak e quello olandese Lunk – è il simbolo di questa esperienza e qui furono gettate le basi politiche, giuridiche e sociali della nostra civiltà.

I Padri fondatori ci ricordano che l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire ma una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere, o di pretese da rivendicare.
Nei Padri fondatori era chiara la consapevolezza di essere parte di un’opera comune, che non solo attraversava i confini degli Stati, ma anche quelli del tempo così da legare le generazioni fra loro, tutte egualmente partecipi della edificazione della casa comune. Il loro denominatore comune era lo spirito di servizio, unito alla passione politica, e alla consapevolezza che all’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, senza il quale i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano per lo più incomprensibili. Nel nostro mondo multiculturale tali valori continueranno a trovare piena cittadinanza se sapranno mantenere il loro nesso vitale con la radice che li ha generati. Nella fecondità di tale nesso sta la possibilità di edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali trovano ugualmente posto l’oriundo e l’autoctono, il credente e il non credente.

Per non far rimanere lettera morta i Trattati il primo elemento della vitalità europea è la solidarietà. Restare fedele allo spirito di solidarietà europea che l’ha creata. Spirito quanto mai necessario oggi davanti alle spinte centrifughe come pure alla tentazione di ridurre gli ideali fondativi dell’Unione alle necessità produttive, economiche e finanziarie.
Dalla solidarietà nasce la capacità di aprirsi agli altri. Come affermò Adenauer «I nostri piani non sono di natura egoistica e quelli che stanno per unirsi non intendono isolarsi dal resto del mondo ed erigere intorno a loro barriere invalicabili».

L’Europa ritrova speranza nella solidarietà, che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi. La solidarietà comporta la consapevolezza di essere parte di un solo corpo. Se uno soffre, tutti soffrono. Così anche noi oggi piangiamo con il Regno Unito le vittime dell’attentato che ha colpito Londra due giorni fa. Invece i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante. Occorre dunque ricominciare a pensare in modo europeo, per scongiurare il pericolo opposto di una grigia uniformità, ovvero il trionfo dei particolarismi. I leader politici evitino di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ed elaborino piuttosto delle politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa.

In un mondo che conosceva bene il dramma di muri e divisioni, era ben chiara l’importanza di lavorare per un’Europa unita e aperta e la comune volontà di adoperarsi per rimuovere quell’innaturale barriera che dal Mar Baltico all’Adriatico divideva il continente. Tanto si faticò per far cadere quel muro! Eppure oggi si è persa la memoria della fatica. Si è persa pure la consapevolezza del dramma di famiglie separate, della povertà e della miseria che quella divisione provocò. Così là dove generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i “pericoli” del nostro tempo: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari. Spesso si dimentica anche un’altra grande conquista frutto della solidarietà sancita il 25 marzo 1957: il più lungo tempo di pace degli ultimi secoli. Un bene che per molti oggi sembra un bene scontato e così è facile finire per considerarla superflua. Al contrario, la pace è un bene prezioso ed essenziale, poiché senza di essa non si è in grado di costruire un avvenire per nessuno.

La «crisi», concetto che domina il nostro tempo – c’è quella economica, quella della famiglia, quella delle istituzioni, quella dei migranti – è un termine che non ha una connotazione di per sé negativa e non indica solo un brutto momento da superare: la parola in greco significa «investigare, vagliare, giudicare. Il nostro è dunque un tempo di discernimento, che ci invita a vagliare l’essenziale e a costruire su di esso, un tempo «di sfide e di opportunità».
Quali prospettive indicano Padri i fondatori per affrontare le sfide che ci attendono. Le risposte sono nei pilastri sui quali essi hanno inteso edificare la Comunità economica europea: la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro. A chi governa compete discernere le strade della speranza, identificare i percorsi concreti per far sì che i passi significativi fin qui compiuti non abbiano a disperdersi.

Non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza. La questione migratoria pone una domanda più profonda, che è anzitutto culturale. La paura spesso avvertita trova nella perdita d’ideali la sua causa più radicale. Senza una vera prospettiva ideale si finisce per essere dominati dal timore che l’altro ci strappi dalle abitudini consolidate, ci privi dei confort acquisiti, metta in qualche modo in discussione uno stile di vita fatto troppo spesso solo di benessere materiale. Al contrario la ricchezza dell’Europa è sempre stata la sua apertura spirituale e la capacità di porsi domande fondamentali sul senso dell’esistenza. Il benessere acquisito sembra invece averle tarpato le ali, e fatto abbassare lo sguardo. L’Europa ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo.

L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità «è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale. Per ritrovare speranza serve l’ascolto attento e fiducioso delle istanze che provengono dai singoli, dalla società e dai popoli europei. Purtroppo, si ha spesso la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, spesso percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione.
L’Europa è una famiglia di popoli e la Ue nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. I Padri fondatori scelsero proprio questo termine come cardine delle entità che nascevano dai Trattati. Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto “comunità” di persone e di popoli consapevole che bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti.
L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace. Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche. “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, affermava Paolo VI, “non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria”.
Non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria o là dove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso, o nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e violenza.
Ai giovani bisogna offrire prospettive serie di educazione, reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. L’Europa ritrova speranza quando investe nella famiglia, che è la prima e fondamentale cellula della società. Quando rispetta la coscienza e gli ideali dei suoi cittadini. Quando garantisce la possibilità di fare figli, senza la paura di non poterli mantenere. Quando difende la vita in tutta la sua sacralità.

Estratto dal discorso di Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo europei presenti per le celebrazioni del 60° anniversario dei “Trattati di Roma”.

 

 

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La speranza germoglia nonostante la distruzione

Aleppo, Siria

Un uomo anziano fuma serenamente la pipa, ascoltando musica da un giradischi, seduto nel suo letto cosparso e circondato dalle macerie.

L’uomo nella foto si chiama Mohammed Mohiedine Anis, ha 70 anni e vive da sempre ad Aleppo. Anis è rimasto solo nella sua casa dopo che le sue due mogli e i suoi otto figli sono riparati all’estero a causa dei bombardamenti.

La foto è stata scattata il 9 marzo da Joseph Eid, fotografo di Agence France-Presse, che insieme ad altri giornalisti hanno fatto visita ad Anis nella sua casa di Aleppo.

Uno dei giornalisti gli ha chiesto se il giradischi accanto al letto funzionasse ancora. «Certo», ha risposto lui, «ora ve lo mostro. Un attimo! Non posso ascoltare la musica prima di accendermi la pipa». Come il resto delle cose nella casa, anche la pipa era rotta e Anis l’ha aggiustata con dello scotch. Poi ha fatto partire la musica. Eid ha raccontato: «Quest’uomo era seduto lì, nella sua camera da letto dove ancora dorme, senza finestre, senza una porta. I muri potevano crollare in ogni momento. E stava ascoltando la musica. Stava fumando la sua pipa».

http://www.ilpost.it/2017/03/15/distruzione-aleppo-in-una-foto/

Joseph Eid è riuscito a trasmettere con questo scatto la dignità di un uomo dinanzi allo sconvolgimento che la guerra procura. È una foto di una potenza straordinaria, perché riesce incredibilmente a trasmettere pace e speranza, nonostante la devastazione dei bombardamenti. La forza dell’immagine sta proprio nei contrasti e nei paradossi in essa ben rappresentati.

La serenità di quest’uomo sembra infatti riflettere l’intero spazio, persino i calcinacci a terra e le finestre sventrate diventano particolari armoniosi intorno a lui. Guardando la foto non si può restare indifferenti, e viene da chiedersi quale musica stesse suonando il giradischi…

In fondo quella stanza rappresenta la Siria di oggi, a sei anni esatti dall’inizio della guerra (cominciata proprio il 15 marzo 2011), dove distruzione e morte hanno sconvolto (e continuano a farlo) un Paese e la vita dei suoi abitanti, ma dove la speranza continua a germogliare seppur in mezzo alla distruzione.

E dove, nonostante tutto, la musica continua a suonare.

 

 

 

La Russia e il gran sonno dell’Occidente

L’articolo del giornalista Fulvio Scaglione delinea molto bene il raffronto attuale tra Russia e Occidente; le cui dinamiche in realtà nascono e si sviluppano fin dal 1992 con la fine dell’Unione Sovietica (Urss).

Da una parte la Russia di Putin sta costruendo e solidificando coi fatti un’idea politica e una propria identità all’interno del panorama geopolitico internazionale. Dall’altra l’Occidente, intendendo l’Unione Europea e gli Stati Uniti, con atteggiamenti e stereotipi legati al passato, astrattamente ideologici, si rivela pericolosamente attendista e senza una propria identità politica e culturale.

Consiglio un libro fresco di stampa, “Putin e la ricostruzione della grande Russia” di Sergio Romano, ed.Longanesi, che tratta l’argomento partendo da una considerazione di base: “Dovremmo chiederci se all’origine dell’autoritarismo di Putin non vi sia anche la pessima immagine che le democrazie occidentali stanno dando di se stesse”.

 

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E la Russia che fa? Rovescia le sorti della guerra in Siria, decide chi debba diventare Presidente negli Usa, porta attacchi mortali alla Ue, invade l’Ucraina, alimenta e sostiene i più assortiti populismi, spinge gli inglesi a scegliere la Brexit. Pure gli “incidenti di percorso”, come un ambasciatore ammazzato in Turchia o un aereo carico di musicisti e giornalisti che s’inabissa nel Mar Nero, sembrano confermare: c’è Russia dappertutto.

Il che, datecene atto, venticinque anni e qualche ora dopo le dimissioni di Mikhail Gorbaciov da presidente dell’Urss, costituisce un formidabile paradosso. Niall Gerguson, lo storico inglese che insegna negli Usa a Harvard, ha scritto su Foreign Policy quanto segue: “La questione tedesca… era se la riunificazione sotto un unico potere di tutti coloro che parlavano tedesco sotto un unico potere avrebbe creato uno Stato pericoloso nel cuore dell’Europa… Due vaste e catastrofiche guerre… lasciarono infine la Germania sconfitta e divisa… All’epoca della riunificazione nel 1990 la minaccia costituita da una Germania unita era scomparsa… Lo stesso non può dirsi per la Russia, che è diventata più aggressiva anche se la sua importanza economica è diminuita. La grande domanda geopolitica del ventunesimo secolo sarà: che fare con Mosca?”.

Ferguson la mette giù bene, da storico gentiluomo. Ma non v’è chi non oda nell’aria il familiare suono del grande pernacchione, il verso di scherno che la Storia fa alle spalle di chi ha provato a seppellirla anzitempo. La verità è che ci avevamo creduto. Ci aveva proprio convinto il buon Francis Fukuyama, con quella sua idea della “fine della storia”, avvenuta guarda caso con il crollo del Muro di Berlino.
E chi ci poteva fermare, con la fine dell’Unione Sovietica? Non era la dimostrazione che eravamo i migliori, anzi: gli unici? Il saggio di Fukuyama, “La fine della storia” appunto, uscì nel 1992 e per qualche anno il crogiolamento fu generale. Dazvidania tovarisc, ciao ciao compagno! Tutto finito, solo un grande “buco nero”, come scriveva l’ex segretario di Stato Zbigniew Brzezinski (“La grande scacchiera”, 1997), che poteva forse elemosinare un po’ di comprensione presso gli Usa e intanto acconciarsi a dividersi in tre: “Una Russia europea, una repubblica siberiana e una dell’Estremo Oriente”.

Anche un Paese che produce solo gas, petrolio e armi può produrre, con i giusti stimoli e nelle giuste condizioni, la merce più appetita del mondo: un’idea politica. La partnership con l’Iran, la guerra in Siria, il confronto con gli interessi Usa in Ucraina… Tutto era già là, nell’idea russa che ogni Paese ha diritto a seguire una propria strada e che non esiste un modello universale.

Erano i favolosi anni Novanta. La Nato si allargava, i Balcani erano “liberati”, il Kosovo inventato, la Ue marciava verso Est, Boris Eltsin si accontentava di borbottare e nulla turbava i nostri sogni di onnipotenza. Poi venne il 2001, gli attentati alle Torri Gemelle e persino il buon Fukuyama concluse che sì, la storia universale aveva raggiunto il culmine con il trionfo delle democrazie liberali e oltre non si poteva andare, ma le storie nazionali magari erano in ritardo, si erano distratte o non avevano capito, e qualche sussulto poteva ancora intervenire.

C’è chi dorme ancora. Barack Obama, per esempio. Nell’ultima conferenza stampa alla Casa Bianca ha fatto di tutto per paragonare la Russia attuale all’Urss e ha chiamato Putin “ex capo del Kgb”. Poi ha aggiunto che la Russia “produce solo gas, petrolio e armi, nulla di ciò che la gente vuole”. Povero Barack, così ingenuo. Nessuno gli ha mai detto che la morte dell’Urss per nulla implicava, come già credeva Brzezinski ben prima di lui, anche la morte della Russia, che è cosa ben più ampia e profonda dei pur sconvolgenti tre quarti di secolo del potere sovietico. E perché anche un Paese che produce solo gas, petrolio e armi può produrre, con i giusti stimoli e nelle giuste condizioni, la merce più appetita del mondo: un’idea politica.

Nel 2005, con la fortuna tipica dei dilettanti, mi trovai a pubblicare un libro intitolato “La Russia è tornata” (Boroli Editore). Lo riapro e a pagina due scopro di aver scritto allora: “Molto semplicemente: la Russia rifiuta il ruolo secondario che in modo più o meno conscio le abbiamo assegnato dopo la fine dell’Urss… Dobbiamo quindi rassegnarci al fatto che una certa Russia, data con troppo anticipo per scomparsa, si è ripresentata sul mercato della politica e con lei dovremo fare i conti”.

La partnership con l’Iran, la guerra in Siria, il confronto con gli interessi Usa in Ucraina… Tutto era già là, nell’idea russa che ogni Paese ha diritto a seguire una propria strada e che non esiste un modello universale. Con tanti saluti ai becchini più o meno interessati della Storia, alla corte di Vladimir Putin viva e vegeta come non mai. Certo, finché erano quei testoni dei russi, pazienza. Ma ci sono anche i cinesi a pensarla così. Gli iraniani. I turchi. Un altro po’ di Paesi in Asia e in Medio Oriente.Il che fa pensare che quella di Ferguson, “Che fare con Mosca?”, sia la domanda giusta per il ventunesimo secolo solo se trasformata in “Che fare di noi?”. Oppure, certo, possiamo continuare a pensare che il mondo giri intorno ai nostri sogni. In quel caso, auguri a tutti!

Tratto dall’articolo di Fulvio Scaglione su Linkiesta http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/27/il-2017-e-lanno-della-russia-e-loccidente-non-sa-che-fare/32803/

 

 

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Buon Natale da Aleppo

Buon Natale da Aleppo, dove la speranza sta finalmente ricominciando a germogliare. E dove una luce ha squarciato il buio e l’orrore della guerra, portando in dono la pace.

Sentiamoci uniti al meraviglioso popolo siriano, idealmente legati da un sentimento di fratellanza e di bene comune.

Che questo nuovo inizio di speranza possa sorgere nei loro cuori, oltre le sofferenze e le divisioni, per ricostruire una strada comune nel perdono e nell’amore.

E che questa luce possa irradiare anche tutti noi!

 

Contributi video estrapolati dal web (con estrema difficoltà…) e in fondo l’articolo Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione pubblicato su INFOAUT – Informazione di parte, per comprendere e andare oltre la controinformazione occidentale…che è poi una vera e propria manipolazione dell’informazione corretta.

Buona lettura e ancora auguri di buon Natale a tutti!

Nel quartiere cristiano armeno di Aleppo, Aziziya, è stato innalzato un albero di Natale, il più alto della Siria, il primo dal 2012. Un segno di speranza, in una città diventato simbolo della crudeltà di tutte le guerre. Nel video tratto dal profilo Facebook di Sos Chretien d’Orient, rilanciato da Asia News, si vede una banda composta da giovani armeno vestiti da Babbo Natale; la loro esibizione è avvenuta martedì sera. Asia News commenta felicemente questa notizia, spiegando che Aleppo si è liberata in questi giorni da jihadisti e ribelli, che nonostante tutti gli sforzi, non sono riusciti a «uccidere lo spirito di tolleranza e convivenza tra religioni ed etnie».

In piazza, a festeggiare insieme la liberazione della città dai jihadisti e il Natale che si avvicina, c’erano musulmani e cristiani, in barba al proselitismo esercitato dai gruppi salafiti e jihadisti i quali per 4 anni «hanno cercato di imporre un islam takfiri e wahhabita».

Le persone originarie di Aleppo ritornate in città dopo la liberazione sono circa un milione.

Fonte: http://informazioneindipendente.com/la-festa-di-aleppo-intorno-allalbero-di-natale-il-primo-dopo-4-anni

 

 

 

 

Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione

 

In questi giorni abbiamo assistito a un vero e proprio tripudio di commozione e solidarietà per il destino di “migliaia di civili” di Aleppo e per i “ribelli” che hanno resistito per mesi contro il regime siriano ed oggi vengono  uccisi o evacuati dalla città. Tuttavia, se sui media e tra i vertici istituzionali europei tutti trattano la questione come se si trattasse di una realtà trasparente a tutti, il commento più comune è: “Mi spiace per quel che accade, ma non ci ho capito niente”. Laura Boldrini ha decretato lo spegnimento delle luci di Montecitorio “in segno di vicinanza e solidarietà” con “la gente che è ostaggio” nella città siriana. Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, ha deciso di spegnere la Tour Eiffel, mentre a Bruxelles sono state spente le luci del Grande Palace. Raramente si era visto una simile attenzione e un simile cordoglio per un evento di guerra, come ha fatto notare Fulvio Scaglione sul Post Internazionale, ricordando come le vittime civili in Iraq e in Afghanistan per mano di governi e forze armate legati all’Unione Europea, o quelle nella Striscia di Gaza per mano di Israele non soltanto non provocano un’analoga indignazione, ma sono minimizzate o occultate dalla nostra informazione.

Tanto più si infittisce questa “solidarietà” posticcia quanto più si inquina e distorce la descrizione della vicenda reale. Aleppo è stata, per quattro anni, divisa non in due, come dicono i giornalisti in queste ore, ma in tre: il regime a ovest, i movimenti islamisti ad est e le forze rivoluzionarie promosse dai curdi a nord. Questa situazione è stata il prodotto di due rivoluzioni tra loro parallele e antagoniste, quella teocratica (Aleppo est) e quella confederale (Aleppo nord). Per comprendere le premesse di questa situazione è necessario tenere presente che la lotta armata iniziata nel 2011, benchè connessa con la rivolta che l’ha preceduta, non è ad essa storicamente sovrapponibile, ed ha avuto bisogno, per sua stessa natura, di una pianificazione, un’organizzazione e un equipaggiamento che la popolazione civile non sarebbe stata in grado di procurarsi. Per questo la Siria è diventata non soltanto teatro di scontro sociale, ma anche internazionale. I milioni di dollari necessari alla logistica, all’armamento e alla propaganda dell’insurrezione, oltre che gli stipendi dei combattenti e il loro addestramento, sono arrivati ad Aleppo come altrove tra il 2011 e il 2012 dalle potenze regionali ostili all’asse siro-iraniano – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – e dai loro alleati europei e americani: Francia, Inghilterra, Stati Uniti.

Queste potenze hanno offerto nello stesso periodo la supervisione alla creazione di un’esercito ribelle (il Free Syrian Army o Fsa), la produzione di un’interfaccia politica di questo esercito (la Coalizione Nazionale Siriana, o Cns, espressione dei Fratelli Musulmani e di alcuni piccoli gruppi dissidenti) e una macchina propagandistica (l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, espressione della Cns e finanziato e ospitato dall’Inghilterra). Due elementi, però, hanno complicato da subito questo disegno. Da un lato, la popolazione siriana ostile al regime non ha accettato questa “Coalizione” come rappresentativa delle sue istanze, perchè costituita da ricchi transfughi residenti all’estero, considerati estranei alle vicende del paese e non dissimili dalle elite che già governano la Siria. In secondo luogo, tanto una parte della popolazione, quanto l’Arabia Saudita e la Turchia si sono mostrate pronte a sostenere movimenti armati orientati all’imposizione di uno stato islamico d’impronta sunnita su tutto il paese, laddove Usa e Ue avevano pensato di poter supportare forme di radicalismo religioso “moderato” (si fa per dire) come quello, appunto, dei Fratelli Musulmani.

Il tentativo di sottrarre Aleppo all’autorità del governo iniziò sotto gli auspici turchi ed europei il 19 luglio del 2012 con un assalto armato dell’Fsa che a ben vedere lasciò piuttosto fredda, se non ostile, la popolazione della città, segnando l’inizio di una serie estenuante di offensive e controffensive di cui vediamo l’esito in questi giorni. I combattimenti, tuttavia, vennero sempre meno portati avanti dall’Fsa, diretto da ex ufficiali dell’esercito visti dalla popolazione come mercenari prepotenti e corrotti, che furono surclassati nelle operazioni militari e nel reclutamento dei civili, tra il 2012 e il 2013, da un’organizzazione anti-Assad alternativa, Jabat al-Nusra (oggi il suo nome è Fatah al-Sham), filiale siriana di Al Qaeda il cui obiettivo è instaurare uno stato islamico sui territori conquistati, e in prospettiva un califfato globale. (Durante il 2013, in seno a questa organizzazione, si creò un dissidio tra chi voleva dichiarare immediatamente uno stato islamico e i suoi vertici, contrari all’idea, e più favorevoli a un’imposizione della legge coranica a macchia di leopardo, e alla proclamazione del califfato in una seconda fase. Fu così che i propugnatori del “califfato immediato” si staccarono da Al Qaeda e formarono l’Isis, conquistando una parte dell’Iraq e attaccando ripetutamente le città europee e statunitensi).

La Turchia e l’Arabia Saudita, supportate dall’Ue, hanno sostenuto negli anni l’allargamento della corrente teocratica della rivoluzione contro il regime, dirottando ad essa il denaro e le armi inizialmente orinetati all’Fsa, che cessò di esistere, ma  hanno anche promosso la formazione di gruppi che, sebbene orientati come Al Qaeda e l’Isis all’instaurazione di uno stato islamico, sono direttamente controllati da Ankara e Riad. Questi gruppi, che fecero di Aleppo est una loro base e, come Al Qaeda e l’Isis, contano migliaia di combattenti, possiedono armi pesanti e gestiscono fondi di milioni di dollari, si chiamano Arhar al-Sham e Jaish al-Islam. Questi eserciti jihadisti hanno annichilito ad Aleppo, grazie al loro potere economico e militare, tutti i movimenti e i gruppi con loro in dissenso. C’è stata anche una vera e propria guerra civile interna all’insurrezione islamica, che ha contrapposto nel 2013-2014 Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam da un lato, aiutate dalle ultime bande vicine ai Fratelli Musulmani, e l’Isis dall’altro. In questa guerra civile interna al jihad globale, i quartieri di Aleppo est sono finiti nel 2014 nelle mani di Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam, mentre l’Isis ne è stato espulso. Al Qaeda e Arhar al-Sham hanno allora fondato, con altri gruppi salafiti (ossia promotori della restaurazione della società islamica del VII sec. dc), l’alleanza per Aleppo “Ansar al-Sharia”; Jaish al-Islam (anch’essa organizzazione salafita), invece, ne ha creata un’altra con gruppi minori, il cui nome è “Fatah Halab”.

Queste due “cabine di comando”, alleate e coordinate tra loro, non hanno costituito soltanto la direzione armata delle migliaia di miliziani che si sono contrapposti al regime a ovest e ai curdi a nord in questi giorni, ma anche il potere brutale che ha controllato Aleppo est in questi ultimi due anni, provocando vessazioni, persecuzioni, discriminazioni e violenze inaudite sulla popolazione civile, la cui vita quotidiana è precipitata in un incubo inedito per la storia di Aleppo, città caratterizzata dalla sua profonda modernità, varietà sociale e diversità religiosa, ideologica e culturale. Questo incubo ha impedito la continuazione di qualsiasi rivoluzione o opposizione nella città e ha letteralmente gettato gran parte della sua popolazione tra le braccia del regime, la cui oppressione, se comparata con quella dei salafiti dei quartieri orientali, è considerata un sollievo. Quando si sente parlare di “ribelli” o “opposizione” ad Aleppo, quindi, è necessario sapere che di questo si tratta e si è trattato, per quanto tale realtà sia disturbante o scomoda.

La macchina di propaganda che nasconde in questi giorni tutto questo è stata orchestrata dal governo islamista della Turchia, da quello dello stato islamico saudita, e dall’Unione Europea, che ha in questi due regimi i suoi alleati nell’area, e considera suo interesse a qualsiasi costo il rovesciamento, o almeno l’indebolimento e, se possibile, lo smembramento dello stato siriano. Dal momento che la parte della rivoluzione siriana supportata dall’Ue ha preso una direzione così reazionaria, i media europei, come sempre servili verso le politiche estere dei nostri governi, hanno in questi giorni completamente oscurato questa circostanza, descrivendo, ad esempio, Aleppo est come un luogo di semplice “opposizione” e “resistenza”, tacendo sui crimini commessi dai movimenti salafiti che Francia e Inghilterra continuano a supportare senza ritegno, sebbene l’imposizione delle corti della sharia come unico riferimento giuridico ad Aleppo est abbia rappresentato in questi anni un fenomeno contrario ai tanto sbandierati “diritti umani” e che sarebbe considerato “terroristico” (anche a causa delle sue forme paramilitari) dall’Ue in tutti gli altri contesti (è simile, a ben vedere, ai fenomeni presi a giustificazione di guerre e bombardamenti in moltissime aree del mondo, compreso il vicino Iraq).

La battaglia per la riconquista di Aleppo da parte del governo siriano viene raccontata diversamente, infatti, da quella dell’esercito iracheno per la conquista di Mosul, è non è silenziata come il massacro che l’Arabia Saudita e l’Egitto stanno compiendo contro la popolazione in rivolta dello Yemen, benché tali governi non siano meno oppressivi verso i propri popoli e quelli che bombardano. Qualcuno potrebbe pensare che questa familiare logica dei “due pesi e due misure” abbia a che fare con il fatto che i paesi dell’Ue sono collocati, nel medio oriente ricco di risorse energetiche, su uno dei due grandi “assi” geopolitici che contrappongono gli stati della regione: quello saudita, che comprende paesi come Turchia, Egitto e monarchie del Golfo, con cui l’Ue organizza i suoi affari, che da decenni si oppone per questioni di egemonia economica all’altro “asse”, quello iraniano, che comprende lo stato siriano. Non è un caso che, mentre l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Samantha Power accusa la Russia di essere “senza vergogna” per ciò che le sue forze speciali hanno fatto ad Aleppo, la narrazione degli eventi di questi giorni in Russia e in Cina (schierate invece, sempre per interessi economici, con l’Iran e la Siria) è del tutto opposta, somigliando a quella occidentale su Mosul: Aleppo vive una giusta e necessaria “guerra al terrorismo”.

In questo scenario di disgustosa disinformazione, censura e ipocrisia, l’Italia non si distingue. Media tra loro anche lontani, come il Corriere della Sera, Repubblica o Popoff Quotidiano, spiegano in queste ore che “l’opposizione” di Aleppo andrebbe appoggiata, anche perchè sarebbe l’unica che ha “sconfitto lo stato islamico”. Ciò è vero, come detto, ma è anche ridicolo, perchè tale “opposizione” è a sua volta uno “stato islamico”. Ciò che distingue lo stato islamico meglio conosciuto, dichiarato a Raqqa e Mosul, da quello di cui non ci dovrebbe esser dato sapere, instaurato da Ansar al-Sharia e Fatah Halab ad Aleppo est, è da un lato una diversa interpretazione della strategia jihadista, dall’altro la scelta dell’Isis di attaccare le città occidentali (cosa che ha indotto Usa e Ue a scorporare questa organizzazione dall’opposizione etichettata come “legittima” ad Assad, e a bombardarla) ma non certo le conseguenze del potere di questi soggetti sulla popolazione che deve patirne le angherie. In secondo luogo non è affatto vero che questa è l’unica “opposizione” alternativa allo stato islamico ad Aleppo, perché le Ypg-Ypj, unità di protezione del popolo e delle donne, difendono da anni i quartieri nord di Aleppo, le campagne settentrionali della sua provincia e, oltre ad aver contribuito alla cacciata dalla città prima dell’Isis e ora di Ansar al Sharia e Fatah Halab, stanno avanzando su Raqqa e si oppongono al regime dal 2004, armi in pugno dal 2012.

La sventurata popolazione di Aleppo subisce così, in queste ore – grazie a personalità ineffabili come Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power – la beffa della “solidarietà” di stati che hanno per anni finanziato e armato i loro aguzzini, e che ora surrettiziamente li presentano come vittime per i loro sporchi calcoli politici. Che questo vergognoso e ipocrita tributo sia stato proclamato, in queste ore, da personalità femminili, è tanto più assurdo se si considera che proprio la corrente teocratica della rivoluzione siriana sconfitta ad Aleppo est aveva promosso e imposto da cinque anni il declassamento delle donne di quei quartieri a oggetti di arredamento della vita privata degli uomini e dei miliziani, imponendo l’annichilamento completo della loro esistenza e di ogni loro protagonismo sociale (ciò che ancora accade a Idlib, tuttora sotto il loro controllo). Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power non hanno mostrato la stessa contrizione quando le combattenti donne delle Ypj curde che difendono un genere ben diverso di rivoluzione nella stessa città, negli scorsi mesi e in queste settimane sono state attaccate, assieme alla popolazione civile dei loro e di altri quartieri, con bombardamenti e armi chimiche proprio da Ansar al-Sharia e Fatah Halab.

Le Ypg e le Ypj si difendono ad Aleppo nel silenzio e nell’isolamento internazionale tanto dal regime quanto dai salafiti e hanno creato un’alleanza ben più vasta e forte delle cabine di comando oscurantiste di Aleppo est e Idlib: le Forze Siriane Democratiche che comprendono curdi, arabi, turcomanni e inglobano da un anno le ultime forze Fsa ancora esistenti, prima allo sbando, che assieme alle Ypg si contrappongono oggi tanto ai salafiti dell’Isis quanto a quelli di Al Qaeda, Arhar al-Sham o Jaish al-Islam; eppure delle imprese delle donne e degli uomini che portano avanti questa rivoluzione – la rivoluzione confederale – non c’è traccia sui nostri giornali, probabilmente perchè sono il fumo negli occhi per gli alleati turchi e sauditi dei nostri governi, combattendo non soltato la teocrazia e il patriarcato, ma anche il capitalismo. I veri rivoluzionari di Aleppo nord hanno accolto in queste settimane, tra l’altro, migliaia di quei profughi in fuga dai quartieri est che tanto stanno a cuore ai nostri governi, mentre venivano bersagliati, va detto, non  dal regime, ma proprio dai miliziani asserragliati nei loro quartieri con armi automatiche come punizione per voler “abbandonare” e “tradire” i “guerrieri di Allah” (lo stesso che sta facendo l’Isis nelle campagne a nord di Raqqa e a Mosul).

Battersi per la fine del regime di Bashar al-Assad è giusto, e molti siriani continuano a desiderare il cambiamento, ma non qualsiasi forza che si oppone a un regime è meglio del regime stesso. Il governo siriano non si combatte, in ogni caso, con la commozione ipocrita da tastiera o con i like su facebook, o censurando la verità su ciò che accade ad Aleppo, nè in nome di interessi economici nuovamente coloniali che non sono rivolti contro un regime, ma contro una popolazione, la sua indipendenza, la sua storia e la sua dignità. Le uniche luci che i nostri governi hanno spento da tempo, in rapporto alle guerre e al mondo in cui viviamo, sono quelle dell’informazione corretta e dell’intelligenza. Il cordoglio e la commozione di questi giorni non sono sinceri o, se lo sono, purtroppo si basano su un’ignoranza colpevole: poichè nessun governo ha mai detto la verità sulla guerra alla sua popolazione, ed è preciso dovere della popolazione informarsi e ottenere conoscenza per rispetto a chi muore anche a causa della ragion di stato europea e delle inaccettabili menzogne dei nostri giornalisti; e infine occorre prendere parte e lottare, e non piangere, poiché delle nostre lacrime – raramente sincere, troppo spesso imbarazzanti – i civili di Aleppo non se ne potranno fare nulla.

 

Fonte: INFOAUT – Informazione di parte

http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/18008-aleppo-necessario-posizione

 

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La tregua di Natale del 1914

La notte di 102 anni fa accadde un evento sensazionale e incredibile, che da allora fu chiamato il miracolo della tregua di Natale. Era la notte del 24 dicembre 1914, nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Improvvisamente, senza che nulla fosse stato concordato, i soldati degli opposti schieramenti cessarono il fuoco. Si accesero candele, si cantarono inni di Natale. Iniziò un botta e risposta di auguri gridati da parte a parte, fino a che qualcuno si spinse fuori dalla propria trincea per incontrare il nemico e stringergli la mano. La “tregua di Natale” fu un atto straordinario e coraggioso che partì da semplici soldati mossi da sentimenti di profonda umanità e dal desiderio comune di andare oltre le profonde divisioni per costruire un tempo e uno spazio di pace.

Fu un evento per la sua straordinarietà unico, improbabile e irripetibile, nel contesto dell’odio degli esasperati nazionalismi che aveva già procurato un milione di morti. Una luce squarciò il buio dell’odio durante lo storico Armistizio di quella notte. Gli eserciti inglese e tedesco deposero le armi incontrandosi tra le due trincee, nella cosiddetta terra di nessuno, che si tramutò in una terra di fratellanza.

Questa storia ci pone dinanzi a una domanda, se è davvero impossibile costruire un mondo di pace.

La partita di calcio che venne giocata nel corso della tregua di Natale tra inglesi e tedeschi, vinta da questi ultimi 3-2.

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Soldati inglesi e tedeschi si scambiano doni. Nella foto un soldato tedesco accende una sigaretta a uno inglese.

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Il quotidiano inglese “Daily Mirror” l’8 Gennaio 1915 pubblicò una foto in prima pagina che fece molto scalpore, dove si vedono soldati inglesi e tedeschi insieme, col seguente titolo “An historic group: british and german soldiers photographed together”.

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«Mentre osservavo il campo ancora sognante, i miei occhi hanno colto un bagliore nell’oscurità. A quell’ora della notte una luce nella trincea nemica è una cosa così rara che ho passato la voce. Non avevo ancora finito che lungo tutta la linea tedesca è sbocciata una luce dopo l’altra. Subito dopo, vicino alle nostre buche, così vicino da farmi stringere forte il fucile, ho sentito una voce. Non si poteva confondere quell’accento, con il suo timbro roco. Ho teso le orecchie, rimanendo in ascolto, ed ecco arrivare lungo tutta la nostra linea un saluto mai sentito in questa guerra: Soldato inglese, soldato inglese, buon Natale! Buon Natale!
Frederick W. Healt