“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”

Venerdì 28 marzo 2020, alle ore 18 è avvenuto un momento straordinario.

Papa Francesco sul sagrato di Piazza San Pietro prega e chiede a Dio di far cessare la pandemia del Coronavirus. Probabilmente è stato uno di quei momenti in cui ti rendi conto che ciò che vedi sta per entrare nella Storia. Papa Francesco alla fine ha impartito la benedizione Urbi et Orbi e l’indulgenza plenaria per la remissione dei peccati.

Diciamo che solo un mese fa un’adorazione eucaristica su Rai 1 sarebbe stato qualcosa di assolutamente inimmaginabile. Ma ciò che più ha colpito è stata l’empatia del Papa, un’empatia a cui ci ha abituato da anni, ma che stavolta è stata ancora più evidente nel vuoto di una piazza immensa, un vuoto che ha contribuito a creare un misto di sensazioni, stupore e sacralità, senso di smarrimento ma anche di fiducia per quell’uomo vestito di bianco che è sembrato quasi farsi carico di tutto il dolore del mondo. Le sue parole sono riecheggiate poderose in quella piazza vuota, diramandosi e raggiungendo tutte le parti del mondo. Un’empatia fatta di gesti e parole, certo affaticati pieni di determinazione. Commuove la sua capacità nitida, profondissima e semplice al tempo stesso, di essere entrato nel cuore di milioni di persone che lo hanno seguito in TV: Il popolo di Dio, da lui spesso citato e guardato con forte rispetto. E dopo la lettura del Vangelo (la tempesta sedata Mc 4,35) il Papa ha detto la sua omelia.

Parole di fuoco che hanno riecheggiato con potenza il vuoto di piazza San Pietro e del mondo intero. Papa Francesco si è fatto carico della paura e della sofferenza globale per portare il conforto di Colui che ha vinto la morte per sempre. Sono parole che danno pace nella tempesta di questo tempo. E mai come oggi in quelle parole ci siamo dentro tutti, sì proprio tutti, credenti, dubbiosi, atei convinti. In quelle parole ci ritroviamo misteriosamente tutti figli di uno stesso Padre e ci sentiamo custoditi, protetti, rassicurati. Perché quelle parole infondono speranza e danno un senso, una prospettiva, un cammino e una meta cui poter giungere insieme.

Insomma un discorso che è risuonato come una Magna Carta per il futuro. Parole incise nella roccia che evocano un rinnovamento necessario. Volgendo al futuro nulla sarà più come prima. E forse già adesso dobbiamo orientarci verso un cambiamento radicale, che possa sostituire il noi all’io.

 

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Omelia del Santo Padre

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

Syria sotto attacco delle fake news di USA, Francia e Gran Bretagna (con l’appoggio servile italiano)

Trump missili in Syria.png

#Siria Alle ore 3.55 di stanotte è iniziata la tripla aggressione criminale di Usa, Francia e Gb con 100 missili tomahawk su diversi zone nei pressi della Capitale #Damasco La produzione di ognuno di essi ha un costo di $1.87Milioni, per un totale di $224M. Un atto non autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e in piena violazione di norme e principi del diritto internazionale.

Tutti i media occidentali hanno dato e continuano a dare per certo che i missili avrebbero colpito arsenali chimici vicino Damasco e Homs, giustificando l’azione promossa da Trump. Nessun organo di informazione però si chiede le conseguenze del lancio di questi missili sulla popolazione, dopo aver colpito i citati depositi di stoccaggio di armi chimiche…anche soltanto un plausibile disastro ambientale ad esempio.
Quasi in contemporanea ai missili lanciati dagli Alleati occidentali, la zona a sud di Damasco è stata attaccata da milizie jahidiste affiliate con l’Isis…
Forse è il caso di aprire gli occhi, dopo aver tappato la bocca.
Abbiamo idea delle gravi conseguenze che porterà con sé questo attacco scellerato? Come sostiene il bravissimo giornalista Alberto Negri (uno dei pochi ancora libero di dire ciò che pensa) “si tratta dell’ennesima tragica commedia mediorientale che non porterà benefici ai siriani e ai popoli mediorientali”.

E’ inoltre bene ricordare che oggi è iniziato il lavoro dell’OPCW – Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche con sede all’Aia, nei Paesi Bassi – da tutti considerata seria e affidabile. Questa organizzazione internazionale aveva già certificato nel 2013 la completa distruzione dell’arsenale chimico di Assad. Valeva forse la pena di attendere i risultati delle analisi sul terreno prima di lanciare missili su Damasco e Homs.

MISSILI USA

Non esiste alcuna prova fondata delle responsabilità del governo siriano nell’attacco con uso di armi chimiche del 7 aprile (anch’esso da dimostrare) sui civili. È gravissimo quello che sta avvenendo, tra l’altro con l’appoggio dei media nostrani (Rai e Sky stanno facendo una propaganda vergognosa a favore dei bombardamenti USA, Francia e GB). Ritengo che i nostri politici (veramente patetico il Presidente del Consiglio Gentiloni che come un cagnolino ripete il mantra delle armi chimiche di Assad e al tempo stesso invoca operazioni di pace, pur concedendo le basi di Sigonella agli aerei alleati…mah!) come rappresentanti del popolo dovrebbero battersi per difendere la verità. Una escalation militare causerebbe un’ulteriore destabilizzazione in Syria, con un conseguente aumento dei flussi migratorio anche verso l’Italia…proprio per questo mi chiedo, ma non sa di vergognosa ipocrisia prima bombardare uno Stato sovrano e indipendente del Medioriente (o essere dalla parte di chi bombarda, poco cambia) violando la Carta delle Nazioni Unite che vieta l’uso della forza contro i paesi membri, e poi voler chiudere le porte con sdegno ai migranti che, nel tentativo di fuggire da una guerra causata dai nostri missili, cercheranno rifugio anche in Italia?
In questo momento storico è soprattutto da questo principio basilare di difesa della Verità che si sviluppa la credibilità e l’importanza del nostro Paese nel panorama internazionale. E questo viene ancora prima della necessità legittima di formare un governo.
Altrimenti siamo destinati a restare sempre e comunque un Paese “al servizio” delle fake news di altri. Un Paese che dipende dalla menzogna di comodo è destinato a morire.

Missili sulla Siria

I campi di concentramento libici e la cultura dell’indifferenza

 

“Quella che ho visto in Libia è la forma più estrema di sfruttamento degli esseri umani” basata “sul sequestro, la violenza carnale, la tortura e la schiavitù” e “i leader europei sono complici” dello sfruttamento mentre “si congratulano del successo perché in Europa arriva meno gente” dall’Africa.

È con queste parole di dura accusa che la presidente internazionale di Médecins sans Frontieres, Joanne Liu, ha aperto una conferenza stampa tenuta a Bruxelles dopo la pubblicazione della lettera aperta inviata ai leader europei.

 

 

 

 

Nell’inferno libico l’essere umano viene annientato nella sua dignità. Il suo essere è dimenticato. Come accaduto con qualsiasi campo di concentramento, lager nazista e gulag comunista che fosse, il potere ideologico instaura una cultura dell’indifferenza, spalmando spessi strati di indifferenza sull’opinione pubblica.

Quell’opinione pubblica che, non vedendo il problema e sentendosi del tutto estranea, si ritiene tranquilla e con la coscienza a posto.

E invece è bene ricordarsi che chi tace acconsente, facendosi complice.

Le immagini dell’inferno in Libia, mostrate dal TG1

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Ieri sera alle 23.30 su Rai1 è andato in onda uno speciale del TG1 curato dal giornalista Amedeo Ricucci (davvero bravo e coraggioso!!), sulla Libia e i migranti che cercano di raggiungere l’Europa. Vale la pena guardarlo tutto, perché mostra chiaramente scene che normalmente non si vedono da nessuna parte.
Fanno particolarmente effetto le riprese dei centri di detenzione per migranti. Le immagini mostrano decine di persone ammassate e rinchiuse in stanze molto piccole…ambienti che ricordano veri e propri campi di concentramento.
Credo sia fondamentale conoscere questa dolorosa e sconcertante realtà, che aiuta a comprendere con oggettività la condizione disperata di chi tenta di raggiungere, dopo innumerevoli soprusi, ruberie, violenze e privazioni, le coste europee.

http://www.raiplay.it/video/2017/09/Speciale-Tg1-3c7aca8c-3f57-43c2-829d-4f98e29c6694.html

 

“Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti…
Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.”

Primo Levi
Se questo è un uomo

 

Quello che sta avvenendo nei campi di concentramento libici è qualcosa di vergognoso e agghiacciante…è la distruzione dell’essere umano. Vengono i brividi…esseri umani in trappole senza scampo…

Un giorno ci verrà chiesto che cosa abbiamo fatto dinanzi a tutto questo orrore…

 

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Viaggio in Gabon/4 #Africa…il neocolonialismo francese, una vergogna dell’umanità.

Rivisitando il mio viaggio in Gabon non posso certo tralasciare un aspetto determinante per comprenderne l’attualità, ovvero la dipendenza neocoloniale francese e le conseguenze che questa forma di sfruttamento pluridecennale arreca alla società gabonese (e africana).

Diciamolo subito, l’usurpazione di beni e di denaro della Francia nei confronti del Gabon (e degli altri Paesi africani da lei finanziariamente sfruttati – VEDI ARTICOLO SOTTO di Mawuna Remarque Koutonin) è uno scandalo, una vergogna dell’umanità di cui non si parla mai negli organi di informazione ufficiali. E, tra l’altro, andrebbe probabilmente analizzata la correlazione che c’è tra sfruttamento neocoloniale dell’Occidente (in particolare proprio quello della Francia) nei riguardi dei Paesi africani e mediorientali, con l’origine e lo sviluppo del terrorismo che, negli ultimi anni, colpisce in particolare proprio le città transalpine.

Si tratta di un aspetto che rappresenta la più grande tragedia di cui l’Occidente è principalmente responsabile nei confronti dell’Africa. Un vero e proprio sciacallaggio che sconcerta nella sua silente ordinarietà.

Per ciò che ho potuto constatare l’Africa è un continente sorprendente e pieno di contraddizioni. Il Gabon, come ogni Paese africano, è un microcosmo di ciò che sarebbe possibile se non dilagasse la corruzione, se al potere non ci fossero dittatori, se le potenze internazionali non pensassero ad altro se non a depredare le risorse ambientali ed energetiche. Ritengo che capendo il Gabon e l’Africa avremmo l’opportunità di diventare più preparati nell’affrontare i mutamenti socioculturali e geopolitici che ormai ci interessano quotidianamente.

Estesa come superficie poco meno dell’Italia (260 mila km2) ma con una popolazione poco numerosa, meno di 2 milioni di abitanti, il Gabon è un Paese dell’Africa occidentale ricco di legname pregiato, petrolio, enormi risorse naturali dalla foresta pluviale a un suolo fertilissimo, che potrebbero farne una ricca e prospera nazione anche per via dei pochi abitanti. Eppure non è così.

Le ricchezze del Gabon sono in mano a un’esigua élite di stampo massonico con a capo la famiglia Bongo, che governa il Paese ininterrottamente dal 1964 in seguito alla formale indipendenza dalla Francia. Bongo padre (dal 1964 al 2009), Ali Bongo figlio tuttora al potere. Una dittatura familista in piena regola, legata a vincoli di corruzione e interessi di mantenimento del potere con lo Stato francese.

Il secondo giorno della mia permanenza in Gabon mi sono recato presso la dogana portuale di Owendo, vicino Libreville, accompagnato da un missionario locale. Ovviamente i militari a guardia dell’ingresso non ci hanno autorizzato ad entrare. La dogana viene gestita dal gruppo francese Bolloré, il cui fondatore Vincent Bolloré viene accusato di essere intermediario del neocolonialismo francese e di calpestare i diritti umani dei lavoratori africani. Moltissime delle materie prime importate ed esportate dal continente africano passano attraverso Bolloré. Le merci arrivano nei porti, dove il gruppo gestisce i terminal per i container, e vengono trasferite alla logistica su gomma o su rotaia in tutto il continente.

Dal porto di Libreville vengono esportate enormi quantità di petrolio, manganese, uranio e legname. Mentre, per ciò che concerne le importazioni, tutti i prodotti e le merci provengono dalla Francia. Facile dunque dedurre due particolarità: la prima è che il Gabon dipende finanziariamente (e anche politicamente) dalla Francia, verso cui vengono obbligatoriamente versati gran parte dei ricavi derivanti dalle esportazioni; la seconda, conseguente, è che i prezzi d’acquisto delle merci importate vengono fissati da Bolloré, dunque dalla Francia, che strano a dirsi alza e non di poco i prezzi di immissione della merce giunta in dogana, arrecando l’impossibilità per gran parte della popolazione di potersi permettere l’acquisto di beni di prima necessità.

Qui sotto pubblico alcune foto scattate a Port d’Owendo e altre all’interno della Cittadella della Democrazia, un’area che in passato era centro nevralgico di ambascerie e diplomazia: qui siamo riusciti ad entrare grazie ad un’iniziale svista di uno dei guardiani. Al posto del centro diplomatico il Presidente Ali Bongo vuole far costruire (non si comprende il perché, forse per capriccio personale) un enorme campo di golf. All’interno sono depositati un numero incalcolabile di pullman nuovi, inutilizzati: il padre missionario che mi accompagnava mi ha raccontato che questi servivano l’anno prima per trasportare coloro che si recavano in Gabon per assistere alle partite della Coppa d’Africa, ora invece di utilizzarli per incentivare l’ordinario servizio di trasporto pubblico (del tutto inesistente) e dunque creare vantaggi alla popolazione, vengono lasciati a marcire all’interno di un’area dismessa.

Sempre all’interno dell’area siamo passati davanti a dei container bianchi con scritta UN (Nazioni Unite), quando improvvisamente tre militari armati di macete e mitragliatrice ci hanno fermato e, dopo averci controllato i passaporti, intimato di uscire. Ovviamente non ho ritenuto conveniente fare foto in quel momento…

Di seguito propongo un articolo molto interessante scritto dall’editore Mawuna Remarque Koutonin, che spiega nel dettaglio il rapporto di dipendenza di 14 paesi africani (compreso appunto il Gabon) alla Francia, costretti a pagare la tassa coloniale francese.

Concludo ponendomi questa domanda: come possiamo non considerare la stretta connessione tra i soprusi del colonialismo (e dell’attuale neocolonialismo) perpetrato ai danni di povere popolazioni che ci considerano sfruttatori delle loro terre e delle loro vite, e l’odio alimentato da queste ingiustizie, che ha generato rancore e rabbia, desiderio di vendetta nei confronti di noi “bianchi occidentali”?

 

 

 

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14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese

di Mawuna Remarque Koutonin

Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa TraoréInfatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:
  • – Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.
  • – Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
  • – il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

Numero dei Colpi di stato in Africa per paese

Ex colonie francesi
Altri paesi africani
Paese
Numero di colpi di stato
Paese Numero di colpi di stato
Togo 1 Egitto 1
Tunisia 1 Libia 1
Costa d’Avorio 1 Guinea Equatoriale 1
Madagascar 1 Guinea Bissau 2
Rwanda 1 Liberia 2
Algeria 2 Nigeria 3
Congo – RDC 2 Etiopia 3
Mali 2 Uganda 4
Guinea Conakry 2 Sudan 5
SUB-TOTALE 1 13
Congo 3
Ciad 3
Burundi 4
Repubblica centrafricana 4
Niger 4
Mauritania 4
Burkina Faso 5
Comores 5
SUB-TOTAL 2 32
TOTAL (1 + 2) 45 TOTALE 22

Come dimostrano questi numeri, la Francia è abbastanza disperata ma attiva nel tenere sotto controllo le sue colonie, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione.

Nel marzo del 2008, l’ex presidente francese Jacques Chirac disse:

“Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”

Il predecessore di Chirac, François Mitterand già nel 1957 profetizzava che:

“Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo”

Proprio in questo momento mentre scrivo quest’articolo, 14 paesi africani sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi. Finora, 2014, il Togo e altri 13 paesi africani dovranno pagare un debito coloniale alla Francia. I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione.

E’ un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno.

Spesso accusiamo i leader africani di corruzione e di servire gli interessi delle nazioni occidentali, ma c’è una chiara spiegazione per questo comportamento. Si comportano così perché hanno paura di essere uccisi o di restare vittime di un colpo di stato. Vogliono una nazione potente che li difenda in caso di aggressione o di tumulti. Ma, contrariamente alla protezione di una nazione amica, la protezione dell’occidente spesso viene offerta in cambio della rinuncia, da parte di quei leader, di servire il loro stesso popolo e i suoi interessi.

I leader africani lavorerebbero nell’interesse dei loro popoli se non fossero continuamente inseguiti e provocati dai paesi colonialisti.

Nel 1958, spaventato dalle conseguenze di scegliere l’indipendenza dalla Francia, Leopold Sédar Senghor dichiarò: “La scelta del popolo senegalese è l’indipendenza; vogliono che ciò accada in amicizia con la Francia, non in disaccordo.”

Da quel momento in poi la Francia accettò soltanto un’ “indipendenza sulla carta” per le sue colonie, siglando “Accordi di Cooperazione”, specificando la natura delle loro relazioni con la Francia, in particolare i legami con la moneta coloniale francese (il Franco), il sistema educativo francese, le preferenze militari e commerciali.

Qui sotto ci sono le 11 principali componenti del patto di continuazione della colonizzazione dagli anni 50:

 

#1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese

I neo “indipendenti” paesi dovrebbero pagare per l’infrastruttura costruita dalla Francia nel paese durante la colonizzazione.

Devo ancora trovare tutti i dati specifici circa le somme, la valutazione dei benefici della colonizzazione e i termini di pagamento imposti ai paesi africani, ma ci stiamo lavorando (aiutaci con più info).

#2. Confisca automatica delle riserve nazionali

I paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese.

La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.

“La politica monetaria che governa un gruppo di paesi così diversi non è complicato perché, di fatto, è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della CEDEAO [la comunità degli stati dell’Africa occidentale] o del CEMAC [Comunità degli stati dell’Africa centrale]. In base alle clausole dell’accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie estere in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.

Le banche centrali del CFA impongono anche un tappo sul credito esteso ad ogni paese membro equivalente al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Anche se la BEACe la BCEAO hanno un fido bancario col Tesoro francese, i prelievi da quel fido sono soggetti al consenso dello stesso ministero del Tesoro. L’ultima parola spetta al Tesoro francese che ha investito le riserve estere degli stati africani alla borsa di Parigi a proprio nome.

In breve, più dell’ 80% delle riserve valutarie straniere di questi paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, ma non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.

Gli introiti degli investimenti di questi fondi presso il Tesoro francese dovrebbero essere aggiunti al conteggio ma non c’è nessuna notizia che venga fornita al riguardo né alle banche né ai paesi circa i dettagli di questi scambi. Al ristretto gruppo di alti ufficiali del ministero del Tesoro francese che conoscono le cifre detenute negli “operations accounts”, sanno dove vengono investiti questi fondi e se esiste un profitto a partire da quegli investimenti, viene impedito di parlare per comunicare queste informazioni alle banche CFA o alle banche centrali degli stati africani.” Scrive Dr. Gary K. Busch

Si stima che la Francia detenga all’incirca 500 miliardi di monete provenienti dagli stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per combattere chiunque voglia fare luce su questo lato oscuro del vecchio impero.

Gli stati africani non hanno accesso a quel denaro.

La Francia permette loro di accedere soltanto al 15% di quel denaro all’anno. Se avessero bisogno di più, dovrebbero chiedere in prestito una cifra extra dal loro stesso 65% da Tesoro francese a tariffe commerciali.

Per rendere le cose ancora peggiori, la Francia impone un cappio sull’ammontare di denaro che i paesi possono chiedere in prestito da quella riserva. Il cappio è fissato al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Se i paesi volessero prestare più del 20% dei loro stessi soldi, la Francia ha diritto di veto.

L’ex presidente francese Jacques Chirac ha detto recentemente qualcosa circa i soldi delle nazioni africane detenuti nelle banche francesi. Questo qui sotto è un video in cui parla dello schema di sfruttamento francese. Parla in francese, ma questo è un piccolo sunto: “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano.”

 

#3. Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel paese

La Francia ha il primo diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovate nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo un “Non sono interessata” della Francia, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.

#4. Priorità agli interessi francesi e alle società negli appalti pubblici

Nei contratti governativi, le società francesi devono essere prese in considerazione per prime e solo dopo questi paesi possono guardare altrove. Non importa se i paesi africani possono ottenere un miglior servizio ad un prezzo migliore altrove.

Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti utilities – acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura.

Infine, come ho scritto in un precedente articolo, Africans now Live On A Continent Owned by Europeans! [Gli africani ora vivono in un continente di proprietà degli europei !]

#5. Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del paese

Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi.

La situazione nel continente adesso è che la Francia ha formato centinaia, anche migliaia di traditori e li foraggia. Restano dormienti quando non c’è bisogno di loro, e vengono riattivati quando è necessario un colpo di stato o per qualsiasi altro scopo!

#6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel paese per difendere i propri interessi

In base a qualcosa chiamato “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani e anche di stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi militari in quei paesi, gestiti interamente dai francesi.

Basi militari francesi in Africa

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Quando il presidente Laurent Gbagbo della Costa d’Avorio cercò di porre fine allo sfruttamento francese del paese, la Francia ha organizzato un colpo di stato. Durante il lungo processo per estromettere Gbagbo, i carri armati francesi, gli elicotteri d’attacco e le forze speciali intervennero direttamente nel conflitto sparando sui civili e uccidendone molti.

Per aggiungere gli insulti alle ingiurie, la Francia stima che la business community francese abbia perso diversi milioni di dollari quando, nella fretta di abbandonare Abidjan nel 2006, l’esercito francese massacrò 65 civili disarmati, ferendone altri 1200.

Dopo il successo della Francia con il colpo di stato, e il trasferimento di poteri ad Alassane Outtara, la Francia ha chiesto al governo Ouattara di pagare un compenso alla business community francese per le perdite durante la guerra civile.

Il governo Ouattara, infatti, pagò il doppio delle perdite dichiarate mentre scappavano.

#7. Obbligo di dichiarare il francese lingua ufficiale del paese e lingua del sistema educativo

Oui, Monsieur. Vous devez parlez français, la langue de Molière! [, signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière!]

Un’organizzazione per la diffusione della lingua e della cultura francese chiamata “Francophonie” è stata creata con diverse organizzazioni satellite e affiliati supervisionati dal Ministero degli esteri francese.

Come dimostrato in quest’articolo, se il francese è l’unica lingua che parli, hai accesso al solo 4% dell’umanità, del sapere e delle idee. Molto limitante.

#8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA

Questa è la vera mucca d’oro della Francia, tuttavia è un sistema talmente malefico che finanche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta all’incirca 500 miliardi di dollari africani nelle sue casse.

Durante l’introduzione dell’Euro in Europa, altri paesi europei scoprirono il sistema di sfruttamento francese. Molti, soprattutto i paesi nordici, furono disgustati e suggerirono che la Francia abbandoni quel sistema. Senza successo.

#9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve

Senza report, niente soldi.

In ogni caso il ministero della Banche centrali delle ex colonie, e il ministero dell’incontro biennale dei ministri delle finanze delle ex colonie è controllato dalla Banca Centrale francese/Ministero del Tesoro.

#10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia

I paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. La maggior parte dei paesi ha solo alleanze militari con gli ex colonizzatori! (divertente, ma si può fare di meglio!).

Nel caso delle ex colonie francesi, la Francia proibisce loro di cercare altre alleanze militari eccetto quelle che vengono offerte loro.

#11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali

Più di un milione di soldati africani hanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Il loro contributo è spesso ignorato o minimizzato, ma se si pensa che alla Germania furono sufficienti solo 6 settimane per sconfiggere la Francia nel 1940, quest’ultima sa che gli africani potrebbero essere utili per combattere per la “Grandeur de la France” in futuro.

C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa.

Primo, la Francia è molto dedita al saccheggio e allo sfruttamento dell’Africa sin dai tempi della schiavitù. Poi c’è questa mancanza di creatività e di immaginazione dell’elite francese a pensare oltre i confini del passato e della tradizione.

Infine, la Francia ha 2 istituzioni che sono completamente congelate nel passato, abitate da “haut fonctionnaires” paranoici e psicopatici che diffondono la paura dell’apocalisse se la Francia cambiasse, e il cui riferimento ideologico deriva dal romanticismo del 19° secolo: sono il Ministero delle Finanze e del Budget della Francia e il Ministero degli Affari esteri della Francia.

Queste 2 istituzioni non solo sono una minaccia per l’Africa ma anche per gli stessi francesi.

Tocca a noi africani liberarci, senza chiedere permesso, perché ancora non riesco a capire, per esempio, come possano 450 soldati francesi in Costa d’Avorio controllare una popolazione di 20 milioni di persone!?

La prima reazione della gente subito dopo aver saputo della tassa coloniale francese consiste in una domanda: “Fino a quando?”

Per paragone storico, la Francia ha costretto Haiti a pagare l’equivalente odierno di $21 miliardi dal 1804 al 1947 (quasi un secolo e mezzo) per le perdite subite dai commercianti di schiavi francesi dall’abolizione della schiavitù e la liberazione degli schiavi haitiani.

I paesi africani stanno pagando la tassa coloniale solo negli ultimi 50 anni, perciò penso che manchi un secolo di pagamenti!

di Mawuna Remarque KOUTONIN

Fonte: siliconafrica.com

http://www.africanews.it/14-paesi-africani-costretti-a-pagare-tassa-coloniale-francese/

Presentazione del libro “La Piuma tra Cielo e Terra” al Centro Civico di Segrate, 14 luglio 2017.

Ringrazio di vero cuore Roberto Spoldi, il Comune di Segrate e l’associazione “D come Donna” per la riuscita presentazione del mio libro “La Piuma tra Cielo e Terra”.

Grazie a Noemi Bigarella per le letture sublimi di alcuni estratti.

Una bellissima serata, piena di emozione, stupore e bellezza, dove c’è stata anche l’occasione di celebrare una storia, quella dei martiri di Soruc, di cui tratto nel libro.

Il 21 luglio 2015 una giovane donna kamikaze su mandato dell’Isis e con la complicità del governo turco, entrando in un centro culturale di Soruc in Turchia, si è fatta saltare in aria, causando la morte di 32 attivisti curdi e turchi (oltre al ferimento di altri cento) che avevano come unico scopo quello di superare il confine tra Turchia e Siria, per portare beni di prima necessità e giocattoli a Kobane, città siriana da qualche mese liberata dall’Isis, nel tentativo di ricostruire la pace.

Dedico a ognuno di loro la gioia di questa grande soddisfazione personale.

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E allora che fare? Non resta che camminare con coraggio in equilibrio sul filo, come un funambolo, pur rischiando di cadere nel vuoto.

Il Cammino di Santiago mi ha insegnato a restare appeso su quel filo, andando avanti un passo alla volta, depurando il cuore e la mente dalle ansie di dover volgere verso l’una o l’altra parte, percependo ogni passo con la speranza di trovare la mia identità e il senso del mio essere.

Camminare su un filo non significa cercare il compromesso con se stessi. Il funambolo sa che il suo percorso è unico e irripetibile, è anticonformista per natura e non accetta comode e applaudite mediazioni. Proprio per questo è consapevole che, per diventare più leggero, dovrà accettare di percorrere anche la via della sofferenza. Ma questa gli plasmerà il cuore donandogli la vera libertà.

Perché soltanto imparando a camminare sul filo può definitivamente spogliarsi delle sue barriere e degli antichi schemi mentali che, per la paura di cadere nel vuoto, ne hanno frenato il passo.

Il funambolo sa che il vero equilibrio è dato dal movimento, e non dall’immobilità.

Camminare su quel filo significa lasciarsi condurre verso nuovi itinerari, lungo spazi di libertà dove le persone possano incontrarsi per quello che sono, senza fardelli o dispiegamenti di armi. Scegliendo di agire in funzione di un bene comune che vada oltre le logiche egoiste di parte.

Utopia? Forse, ma per questo qualcuno ha donato la propria vita.

Camminare su quel filo significa, per esempio, operare come i trentadue ragazzi di Suruç, città a maggioranza curda nel sudest della Turchia, al confine con la Siria. Erano volontari della Federazione delle associazioni dei giovani socialisti, e volevano aiutare a ricostruire Kobane, città siriana a maggioranza curda distante solo una decina di chilometri da Suruç. Assediata dallo Stato islamico nell’autunno del 2014, essa era poi stata riconquistata dai combattenti dell’Ypg, le unità di protezione del popolo curdo, che ne avevano eroicamente respinto l’avanzata.

Ricostruire Kobane significava facilitare il ritorno dei duecentomila rifugiati, precedentemente fuggiti in Turchia dalle orde dei combattenti dell’Isis. Significava mettersi in prima linea per abbattere i muri dell’odio, facendo rinascere la vita e la speranza di un futuro migliore.

Quei ragazzi avevano un sogno, insomma: costruire ponti di pace tra Turchia e Siria.

Ma il 20 luglio 2015 un attacco suicida dello Stato islamico, probabilmente per mano di una ragazza di diciotto anni, li ha uccisi tutti, causando anche il ferimento di altre circa cento persone.

La vendetta dell’Isis nei confronti di Kobane si è scagliata contro un gruppo di giovani inermi, fautori di un mondo nuovo.

Per loro Gesù ha detto: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Estratto de “La Piuma tra Cielo e Terra”

Dall’Isis a Trump, passando per Guerre Stellari…

Non è mia presunzione voler esprimere un parere certo dopo gli ultimi avvenimenti in Siria, ho scarse conoscenze in materia di geopolitica e strategia militare per poterne discernere. E non credo sia comunque oggettivamente possibile inquadrare la verità dei fatti, prova ne sono le disparate opinioni dei più blasonati esperti di politica internazionale sulla legittimità o meno dell’attacco degli Stati Uniti alla base aerea di Al Shayrat in Siria. Probabilmente mai sapremo la verità sulla, per ora, ipotetica responsabilità di Assad nell’utilizzo di gas Sarin contro i civili… troppi intrighi, variabili e complessità in ballo, una miriade di interessi e ambiguità legati al potere che si alimentano in continuazione creando un panorama sempre più nebuloso e denso di inquietudine per il futuro. Un futuro incerto legato a un presente precario, privo di certezze, principi e valori, anche da parte dei suoi leader. Se non è dunque possibile trovare risposte, restano le domande. Una fra tutte è “dove vogliono arrivare?”

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Mentre Trump parlando ai cronisti sull’Air Force One, e alle sue spalle scorrevano le immagini di Guerre Stellari, lanciava l’attacco militare in Siria ritenendo (senza alcuna prova fondata) l’esercito di Bashar Al Assad responsabile dell’attacco con armi chimiche sui civili siriani (tra cui parecchi bambini), lo stesso Presidente americano gridava al mondo che “Nessun bambino deve soffrire più così”.

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Peccato che in Yemen in due anni di bombardamenti sauditi sulla popolazione yemenita sono morti 1500 bambini. E, va notato come non piccolo dettaglio, gli Stati Uniti hanno venduto ai sauditi miliardi di dollari in armi in due anni di guerra…
Come mai Trump allora non lancia un attacco missilistico anche all’Arabia Saudita ad esempio?

E come mai il mainstream europeo (primo fra tutti quello italiano…) fa di tutto per appoggiare Trump giustificando il suo attacco contro l’esercito del famigerato despota, tiranno e crudele Assad? Questa strategia di comunicazione univoca nel condannare il dittatore mediorientale di turno è guarda caso molto simile a quelle utilizzate con Saddam Hussein e Gheddafi… Telegiornali, quotidiani nazionali, opinionisti, esperti di medioriente…tutti stranamente concordi nel condannare Assad e nel motivare giustificando le ragioni di Trump. Con frasi ad effetto tipo “finalmente gli Stati Uniti tornano ad essere leader mondiali per ristabilire la pace”, oppure “il mondo temeva un’America barricata nei propri confini, e invece…”

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Anche l’Unione europea, dimostrando sempre più la pochezza che la contraddistingue,  e tutti i capi di governo nazionali danno all’unisono ragione a Trump, che ora è diventato il paladino della libertà. Addirittura il nostro Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, si è affrettato ad affermare che “L’azione di questa notte come noto si è sviluppata nella base aerea da cui erano partiti gli attacchi con uso di armi chimiche nei giorni scorsi. Contro un crimine di guerra il cui responsabile è il regime di Assad. Credo che le immagini di sofferenza che abbiamo dovuto vedere nei giorni scorsi in seguito all’uso delle armi chimiche non possiamo pensare di rivederle. Chi fa uso di armi chimiche non può contare su attenuanti e mistificazioni.”

Un atteggiamento, quello del governo italiano, che dimostra una volta di più il nostro totale e reiterato asservimento agli Stati Uniti. Siamo ne più ne meno l’eco di risonanza del Presidente americano.

Ma esistono le prove dell’attacco con utilizzo di armi chimiche da parte degli aerei dell’esercito siriano? A quanto pare no…

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Un’ultimissima domanda…e l’Isis che fine ha fatto?

Doveva essere la priorità assoluta per sconfiggere definitivamente il terrorismo a livello planetario, e invece evidentemente le priorità sono altre in questo momento…

“Penso che l’Europa meriti di essere costruita”. Il discorso di Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo dell’Unione europea.

Riprendendo le parole pronunciate in Campidoglio sessant’anni fa dall’allora primo ministro lussemburghese Joseph Bech, Papa Francesco sostiene che “l’Europa merita di essere costruita”, così da tracciare l’inizio di una nuova possibilità di rinascita. Rivolgendosi ai capi di Stato e di Governo dell’Unione europea in Vaticano per la ricorrenza della storica firma dei Trattati di Roma che diedero il via all’Europa unita, Francesco ha voluto partire dalla memoria di questi 60 anni, proponendo un cammino comune necessario per ritrovare una nuova giovinezza e una rinnovata speranza.

Un discorso intenso, in continuità con quello già rivolto ai leader europei a Strasburgo nel novembre 2014 e in occasione del Premio Carlo Magno nel maggio dello scorso anno (vedi l’articolo https://lapiumablog.com/2016/05/08/che-cosa-ti-e-successo-europa/), nel quale chiede oggi ai governati «di non aver paura di assumere decisioni efficaci, in grado di rispondere ai problemi reali delle persone», indicando la solidarietà, l’apertura al mondo, il perseguimento dello sviluppo e della pace,  per uscire dalle molte crisi che oggi rischiano di far implodere l’Europa.

Un discorso bellissimo, da leggere e meditare. Ripropongo qui sotto un estratto e il video completo.

 

Penso che l’Europa meriti di essere costruita. I padri fondatori hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore, non hanno mancato d’audacia e non hanno agito troppo tardi, hanno dato vita all’appassionato impegno per il bene comune che li ha caratterizzati, nella certezza di essere parte di un’opera più grande delle loro persone.

Dopo gli anni bui e cruenti della Seconda Guerra Mondiale il ricordo delle passate sventure e delle loro colpe sembra averli ispirati e donato loro il coraggio necessario per dimenticare le vecchie contese e pensare ed agire in modo veramente nuovo per realizzare la più grande trasformazione dell’Europa. E scelsero Roma per la firma dei Trattati perché con la sua vocazione all’universalità – come dissero il 25 marzo del 1957 il ministro degli Affari Esteri belga Spaak e quello olandese Lunk – è il simbolo di questa esperienza e qui furono gettate le basi politiche, giuridiche e sociali della nostra civiltà.

I Padri fondatori ci ricordano che l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire ma una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere, o di pretese da rivendicare.
Nei Padri fondatori era chiara la consapevolezza di essere parte di un’opera comune, che non solo attraversava i confini degli Stati, ma anche quelli del tempo così da legare le generazioni fra loro, tutte egualmente partecipi della edificazione della casa comune. Il loro denominatore comune era lo spirito di servizio, unito alla passione politica, e alla consapevolezza che all’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, senza il quale i valori occidentali di dignità, libertà e giustizia risultano per lo più incomprensibili. Nel nostro mondo multiculturale tali valori continueranno a trovare piena cittadinanza se sapranno mantenere il loro nesso vitale con la radice che li ha generati. Nella fecondità di tale nesso sta la possibilità di edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali trovano ugualmente posto l’oriundo e l’autoctono, il credente e il non credente.

Per non far rimanere lettera morta i Trattati il primo elemento della vitalità europea è la solidarietà. Restare fedele allo spirito di solidarietà europea che l’ha creata. Spirito quanto mai necessario oggi davanti alle spinte centrifughe come pure alla tentazione di ridurre gli ideali fondativi dell’Unione alle necessità produttive, economiche e finanziarie.
Dalla solidarietà nasce la capacità di aprirsi agli altri. Come affermò Adenauer «I nostri piani non sono di natura egoistica e quelli che stanno per unirsi non intendono isolarsi dal resto del mondo ed erigere intorno a loro barriere invalicabili».

L’Europa ritrova speranza nella solidarietà, che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi. La solidarietà comporta la consapevolezza di essere parte di un solo corpo. Se uno soffre, tutti soffrono. Così anche noi oggi piangiamo con il Regno Unito le vittime dell’attentato che ha colpito Londra due giorni fa. Invece i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante. Occorre dunque ricominciare a pensare in modo europeo, per scongiurare il pericolo opposto di una grigia uniformità, ovvero il trionfo dei particolarismi. I leader politici evitino di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ed elaborino piuttosto delle politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa.

In un mondo che conosceva bene il dramma di muri e divisioni, era ben chiara l’importanza di lavorare per un’Europa unita e aperta e la comune volontà di adoperarsi per rimuovere quell’innaturale barriera che dal Mar Baltico all’Adriatico divideva il continente. Tanto si faticò per far cadere quel muro! Eppure oggi si è persa la memoria della fatica. Si è persa pure la consapevolezza del dramma di famiglie separate, della povertà e della miseria che quella divisione provocò. Così là dove generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i “pericoli” del nostro tempo: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari. Spesso si dimentica anche un’altra grande conquista frutto della solidarietà sancita il 25 marzo 1957: il più lungo tempo di pace degli ultimi secoli. Un bene che per molti oggi sembra un bene scontato e così è facile finire per considerarla superflua. Al contrario, la pace è un bene prezioso ed essenziale, poiché senza di essa non si è in grado di costruire un avvenire per nessuno.

La «crisi», concetto che domina il nostro tempo – c’è quella economica, quella della famiglia, quella delle istituzioni, quella dei migranti – è un termine che non ha una connotazione di per sé negativa e non indica solo un brutto momento da superare: la parola in greco significa «investigare, vagliare, giudicare. Il nostro è dunque un tempo di discernimento, che ci invita a vagliare l’essenziale e a costruire su di esso, un tempo «di sfide e di opportunità».
Quali prospettive indicano Padri i fondatori per affrontare le sfide che ci attendono. Le risposte sono nei pilastri sui quali essi hanno inteso edificare la Comunità economica europea: la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro. A chi governa compete discernere le strade della speranza, identificare i percorsi concreti per far sì che i passi significativi fin qui compiuti non abbiano a disperdersi.

Non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza. La questione migratoria pone una domanda più profonda, che è anzitutto culturale. La paura spesso avvertita trova nella perdita d’ideali la sua causa più radicale. Senza una vera prospettiva ideale si finisce per essere dominati dal timore che l’altro ci strappi dalle abitudini consolidate, ci privi dei confort acquisiti, metta in qualche modo in discussione uno stile di vita fatto troppo spesso solo di benessere materiale. Al contrario la ricchezza dell’Europa è sempre stata la sua apertura spirituale e la capacità di porsi domande fondamentali sul senso dell’esistenza. Il benessere acquisito sembra invece averle tarpato le ali, e fatto abbassare lo sguardo. L’Europa ha un patrimonio ideale e spirituale unico al mondo che merita di essere riproposto con passione e rinnovata freschezza e che è il miglior rimedio contro il vuoto di valori del nostro tempo, fertile terreno per ogni forma di estremismo.

L’Europa ritrova speranza quando non si chiude nella paura di false sicurezze. Al contrario, la sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità «è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale. Per ritrovare speranza serve l’ascolto attento e fiducioso delle istanze che provengono dai singoli, dalla società e dai popoli europei. Purtroppo, si ha spesso la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, spesso percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione.
L’Europa è una famiglia di popoli e la Ue nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. I Padri fondatori scelsero proprio questo termine come cardine delle entità che nascevano dai Trattati. Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto “comunità” di persone e di popoli consapevole che bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti.
L’Europa ritrova speranza quando investe nello sviluppo e nella pace. Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche. “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, affermava Paolo VI, “non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria”.
Non c’è vera pace quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria o là dove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso, o nelle periferie delle nostre città, nelle quali dilagano droga e violenza.
Ai giovani bisogna offrire prospettive serie di educazione, reali possibilità di inserimento nel mondo del lavoro. L’Europa ritrova speranza quando investe nella famiglia, che è la prima e fondamentale cellula della società. Quando rispetta la coscienza e gli ideali dei suoi cittadini. Quando garantisce la possibilità di fare figli, senza la paura di non poterli mantenere. Quando difende la vita in tutta la sua sacralità.

Estratto dal discorso di Papa Francesco ai capi di Stato e di Governo europei presenti per le celebrazioni del 60° anniversario dei “Trattati di Roma”.

 

 

papa-francesco europa

La speranza germoglia nonostante la distruzione

Aleppo, Siria

Un uomo anziano fuma serenamente la pipa, ascoltando musica da un giradischi, seduto nel suo letto cosparso e circondato dalle macerie.

L’uomo nella foto si chiama Mohammed Mohiedine Anis, ha 70 anni e vive da sempre ad Aleppo. Anis è rimasto solo nella sua casa dopo che le sue due mogli e i suoi otto figli sono riparati all’estero a causa dei bombardamenti.

La foto è stata scattata il 9 marzo da Joseph Eid, fotografo di Agence France-Presse, che insieme ad altri giornalisti hanno fatto visita ad Anis nella sua casa di Aleppo.

Uno dei giornalisti gli ha chiesto se il giradischi accanto al letto funzionasse ancora. «Certo», ha risposto lui, «ora ve lo mostro. Un attimo! Non posso ascoltare la musica prima di accendermi la pipa». Come il resto delle cose nella casa, anche la pipa era rotta e Anis l’ha aggiustata con dello scotch. Poi ha fatto partire la musica. Eid ha raccontato: «Quest’uomo era seduto lì, nella sua camera da letto dove ancora dorme, senza finestre, senza una porta. I muri potevano crollare in ogni momento. E stava ascoltando la musica. Stava fumando la sua pipa».

http://www.ilpost.it/2017/03/15/distruzione-aleppo-in-una-foto/

Joseph Eid è riuscito a trasmettere con questo scatto la dignità di un uomo dinanzi allo sconvolgimento che la guerra procura. È una foto di una potenza straordinaria, perché riesce incredibilmente a trasmettere pace e speranza, nonostante la devastazione dei bombardamenti. La forza dell’immagine sta proprio nei contrasti e nei paradossi in essa ben rappresentati.

La serenità di quest’uomo sembra infatti riflettere l’intero spazio, persino i calcinacci a terra e le finestre sventrate diventano particolari armoniosi intorno a lui. Guardando la foto non si può restare indifferenti, e viene da chiedersi quale musica stesse suonando il giradischi…

In fondo quella stanza rappresenta la Siria di oggi, a sei anni esatti dall’inizio della guerra (cominciata proprio il 15 marzo 2011), dove distruzione e morte hanno sconvolto (e continuano a farlo) un Paese e la vita dei suoi abitanti, ma dove la speranza continua a germogliare seppur in mezzo alla distruzione.

E dove, nonostante tutto, la musica continua a suonare.

 

 

 

La Russia e il gran sonno dell’Occidente

L’articolo del giornalista Fulvio Scaglione delinea molto bene il raffronto attuale tra Russia e Occidente; le cui dinamiche in realtà nascono e si sviluppano fin dal 1992 con la fine dell’Unione Sovietica (Urss).

Da una parte la Russia di Putin sta costruendo e solidificando coi fatti un’idea politica e una propria identità all’interno del panorama geopolitico internazionale. Dall’altra l’Occidente, intendendo l’Unione Europea e gli Stati Uniti, con atteggiamenti e stereotipi legati al passato, astrattamente ideologici, si rivela pericolosamente attendista e senza una propria identità politica e culturale.

Consiglio un libro fresco di stampa, “Putin e la ricostruzione della grande Russia” di Sergio Romano, ed.Longanesi, che tratta l’argomento partendo da una considerazione di base: “Dovremmo chiederci se all’origine dell’autoritarismo di Putin non vi sia anche la pessima immagine che le democrazie occidentali stanno dando di se stesse”.

 

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E la Russia che fa? Rovescia le sorti della guerra in Siria, decide chi debba diventare Presidente negli Usa, porta attacchi mortali alla Ue, invade l’Ucraina, alimenta e sostiene i più assortiti populismi, spinge gli inglesi a scegliere la Brexit. Pure gli “incidenti di percorso”, come un ambasciatore ammazzato in Turchia o un aereo carico di musicisti e giornalisti che s’inabissa nel Mar Nero, sembrano confermare: c’è Russia dappertutto.

Il che, datecene atto, venticinque anni e qualche ora dopo le dimissioni di Mikhail Gorbaciov da presidente dell’Urss, costituisce un formidabile paradosso. Niall Gerguson, lo storico inglese che insegna negli Usa a Harvard, ha scritto su Foreign Policy quanto segue: “La questione tedesca… era se la riunificazione sotto un unico potere di tutti coloro che parlavano tedesco sotto un unico potere avrebbe creato uno Stato pericoloso nel cuore dell’Europa… Due vaste e catastrofiche guerre… lasciarono infine la Germania sconfitta e divisa… All’epoca della riunificazione nel 1990 la minaccia costituita da una Germania unita era scomparsa… Lo stesso non può dirsi per la Russia, che è diventata più aggressiva anche se la sua importanza economica è diminuita. La grande domanda geopolitica del ventunesimo secolo sarà: che fare con Mosca?”.

Ferguson la mette giù bene, da storico gentiluomo. Ma non v’è chi non oda nell’aria il familiare suono del grande pernacchione, il verso di scherno che la Storia fa alle spalle di chi ha provato a seppellirla anzitempo. La verità è che ci avevamo creduto. Ci aveva proprio convinto il buon Francis Fukuyama, con quella sua idea della “fine della storia”, avvenuta guarda caso con il crollo del Muro di Berlino.
E chi ci poteva fermare, con la fine dell’Unione Sovietica? Non era la dimostrazione che eravamo i migliori, anzi: gli unici? Il saggio di Fukuyama, “La fine della storia” appunto, uscì nel 1992 e per qualche anno il crogiolamento fu generale. Dazvidania tovarisc, ciao ciao compagno! Tutto finito, solo un grande “buco nero”, come scriveva l’ex segretario di Stato Zbigniew Brzezinski (“La grande scacchiera”, 1997), che poteva forse elemosinare un po’ di comprensione presso gli Usa e intanto acconciarsi a dividersi in tre: “Una Russia europea, una repubblica siberiana e una dell’Estremo Oriente”.

Anche un Paese che produce solo gas, petrolio e armi può produrre, con i giusti stimoli e nelle giuste condizioni, la merce più appetita del mondo: un’idea politica. La partnership con l’Iran, la guerra in Siria, il confronto con gli interessi Usa in Ucraina… Tutto era già là, nell’idea russa che ogni Paese ha diritto a seguire una propria strada e che non esiste un modello universale.

Erano i favolosi anni Novanta. La Nato si allargava, i Balcani erano “liberati”, il Kosovo inventato, la Ue marciava verso Est, Boris Eltsin si accontentava di borbottare e nulla turbava i nostri sogni di onnipotenza. Poi venne il 2001, gli attentati alle Torri Gemelle e persino il buon Fukuyama concluse che sì, la storia universale aveva raggiunto il culmine con il trionfo delle democrazie liberali e oltre non si poteva andare, ma le storie nazionali magari erano in ritardo, si erano distratte o non avevano capito, e qualche sussulto poteva ancora intervenire.

C’è chi dorme ancora. Barack Obama, per esempio. Nell’ultima conferenza stampa alla Casa Bianca ha fatto di tutto per paragonare la Russia attuale all’Urss e ha chiamato Putin “ex capo del Kgb”. Poi ha aggiunto che la Russia “produce solo gas, petrolio e armi, nulla di ciò che la gente vuole”. Povero Barack, così ingenuo. Nessuno gli ha mai detto che la morte dell’Urss per nulla implicava, come già credeva Brzezinski ben prima di lui, anche la morte della Russia, che è cosa ben più ampia e profonda dei pur sconvolgenti tre quarti di secolo del potere sovietico. E perché anche un Paese che produce solo gas, petrolio e armi può produrre, con i giusti stimoli e nelle giuste condizioni, la merce più appetita del mondo: un’idea politica.

Nel 2005, con la fortuna tipica dei dilettanti, mi trovai a pubblicare un libro intitolato “La Russia è tornata” (Boroli Editore). Lo riapro e a pagina due scopro di aver scritto allora: “Molto semplicemente: la Russia rifiuta il ruolo secondario che in modo più o meno conscio le abbiamo assegnato dopo la fine dell’Urss… Dobbiamo quindi rassegnarci al fatto che una certa Russia, data con troppo anticipo per scomparsa, si è ripresentata sul mercato della politica e con lei dovremo fare i conti”.

La partnership con l’Iran, la guerra in Siria, il confronto con gli interessi Usa in Ucraina… Tutto era già là, nell’idea russa che ogni Paese ha diritto a seguire una propria strada e che non esiste un modello universale. Con tanti saluti ai becchini più o meno interessati della Storia, alla corte di Vladimir Putin viva e vegeta come non mai. Certo, finché erano quei testoni dei russi, pazienza. Ma ci sono anche i cinesi a pensarla così. Gli iraniani. I turchi. Un altro po’ di Paesi in Asia e in Medio Oriente.Il che fa pensare che quella di Ferguson, “Che fare con Mosca?”, sia la domanda giusta per il ventunesimo secolo solo se trasformata in “Che fare di noi?”. Oppure, certo, possiamo continuare a pensare che il mondo giri intorno ai nostri sogni. In quel caso, auguri a tutti!

Tratto dall’articolo di Fulvio Scaglione su Linkiesta http://www.linkiesta.it/it/article/2016/12/27/il-2017-e-lanno-della-russia-e-loccidente-non-sa-che-fare/32803/

 

 

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