Buon Natale da Aleppo

Buon Natale da Aleppo, dove la speranza sta finalmente ricominciando a germogliare. E dove una luce ha squarciato il buio e l’orrore della guerra, portando in dono la pace.

Sentiamoci uniti al meraviglioso popolo siriano, idealmente legati da un sentimento di fratellanza e di bene comune.

Che questo nuovo inizio di speranza possa sorgere nei loro cuori, oltre le sofferenze e le divisioni, per ricostruire una strada comune nel perdono e nell’amore.

E che questa luce possa irradiare anche tutti noi!

 

Contributi video estrapolati dal web (con estrema difficoltà…) e in fondo l’articolo Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione pubblicato su INFOAUT – Informazione di parte, per comprendere e andare oltre la controinformazione occidentale…che è poi una vera e propria manipolazione dell’informazione corretta.

Buona lettura e ancora auguri di buon Natale a tutti!

Nel quartiere cristiano armeno di Aleppo, Aziziya, è stato innalzato un albero di Natale, il più alto della Siria, il primo dal 2012. Un segno di speranza, in una città diventato simbolo della crudeltà di tutte le guerre. Nel video tratto dal profilo Facebook di Sos Chretien d’Orient, rilanciato da Asia News, si vede una banda composta da giovani armeno vestiti da Babbo Natale; la loro esibizione è avvenuta martedì sera. Asia News commenta felicemente questa notizia, spiegando che Aleppo si è liberata in questi giorni da jihadisti e ribelli, che nonostante tutti gli sforzi, non sono riusciti a «uccidere lo spirito di tolleranza e convivenza tra religioni ed etnie».

In piazza, a festeggiare insieme la liberazione della città dai jihadisti e il Natale che si avvicina, c’erano musulmani e cristiani, in barba al proselitismo esercitato dai gruppi salafiti e jihadisti i quali per 4 anni «hanno cercato di imporre un islam takfiri e wahhabita».

Le persone originarie di Aleppo ritornate in città dopo la liberazione sono circa un milione.

Fonte: http://informazioneindipendente.com/la-festa-di-aleppo-intorno-allalbero-di-natale-il-primo-dopo-4-anni

 

 

 

 

Aleppo: ciò che è necessario sapere per prendere posizione

 

In questi giorni abbiamo assistito a un vero e proprio tripudio di commozione e solidarietà per il destino di “migliaia di civili” di Aleppo e per i “ribelli” che hanno resistito per mesi contro il regime siriano ed oggi vengono  uccisi o evacuati dalla città. Tuttavia, se sui media e tra i vertici istituzionali europei tutti trattano la questione come se si trattasse di una realtà trasparente a tutti, il commento più comune è: “Mi spiace per quel che accade, ma non ci ho capito niente”. Laura Boldrini ha decretato lo spegnimento delle luci di Montecitorio “in segno di vicinanza e solidarietà” con “la gente che è ostaggio” nella città siriana. Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, ha deciso di spegnere la Tour Eiffel, mentre a Bruxelles sono state spente le luci del Grande Palace. Raramente si era visto una simile attenzione e un simile cordoglio per un evento di guerra, come ha fatto notare Fulvio Scaglione sul Post Internazionale, ricordando come le vittime civili in Iraq e in Afghanistan per mano di governi e forze armate legati all’Unione Europea, o quelle nella Striscia di Gaza per mano di Israele non soltanto non provocano un’analoga indignazione, ma sono minimizzate o occultate dalla nostra informazione.

Tanto più si infittisce questa “solidarietà” posticcia quanto più si inquina e distorce la descrizione della vicenda reale. Aleppo è stata, per quattro anni, divisa non in due, come dicono i giornalisti in queste ore, ma in tre: il regime a ovest, i movimenti islamisti ad est e le forze rivoluzionarie promosse dai curdi a nord. Questa situazione è stata il prodotto di due rivoluzioni tra loro parallele e antagoniste, quella teocratica (Aleppo est) e quella confederale (Aleppo nord). Per comprendere le premesse di questa situazione è necessario tenere presente che la lotta armata iniziata nel 2011, benchè connessa con la rivolta che l’ha preceduta, non è ad essa storicamente sovrapponibile, ed ha avuto bisogno, per sua stessa natura, di una pianificazione, un’organizzazione e un equipaggiamento che la popolazione civile non sarebbe stata in grado di procurarsi. Per questo la Siria è diventata non soltanto teatro di scontro sociale, ma anche internazionale. I milioni di dollari necessari alla logistica, all’armamento e alla propaganda dell’insurrezione, oltre che gli stipendi dei combattenti e il loro addestramento, sono arrivati ad Aleppo come altrove tra il 2011 e il 2012 dalle potenze regionali ostili all’asse siro-iraniano – Turchia, Arabia Saudita, Qatar – e dai loro alleati europei e americani: Francia, Inghilterra, Stati Uniti.

Queste potenze hanno offerto nello stesso periodo la supervisione alla creazione di un’esercito ribelle (il Free Syrian Army o Fsa), la produzione di un’interfaccia politica di questo esercito (la Coalizione Nazionale Siriana, o Cns, espressione dei Fratelli Musulmani e di alcuni piccoli gruppi dissidenti) e una macchina propagandistica (l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, espressione della Cns e finanziato e ospitato dall’Inghilterra). Due elementi, però, hanno complicato da subito questo disegno. Da un lato, la popolazione siriana ostile al regime non ha accettato questa “Coalizione” come rappresentativa delle sue istanze, perchè costituita da ricchi transfughi residenti all’estero, considerati estranei alle vicende del paese e non dissimili dalle elite che già governano la Siria. In secondo luogo, tanto una parte della popolazione, quanto l’Arabia Saudita e la Turchia si sono mostrate pronte a sostenere movimenti armati orientati all’imposizione di uno stato islamico d’impronta sunnita su tutto il paese, laddove Usa e Ue avevano pensato di poter supportare forme di radicalismo religioso “moderato” (si fa per dire) come quello, appunto, dei Fratelli Musulmani.

Il tentativo di sottrarre Aleppo all’autorità del governo iniziò sotto gli auspici turchi ed europei il 19 luglio del 2012 con un assalto armato dell’Fsa che a ben vedere lasciò piuttosto fredda, se non ostile, la popolazione della città, segnando l’inizio di una serie estenuante di offensive e controffensive di cui vediamo l’esito in questi giorni. I combattimenti, tuttavia, vennero sempre meno portati avanti dall’Fsa, diretto da ex ufficiali dell’esercito visti dalla popolazione come mercenari prepotenti e corrotti, che furono surclassati nelle operazioni militari e nel reclutamento dei civili, tra il 2012 e il 2013, da un’organizzazione anti-Assad alternativa, Jabat al-Nusra (oggi il suo nome è Fatah al-Sham), filiale siriana di Al Qaeda il cui obiettivo è instaurare uno stato islamico sui territori conquistati, e in prospettiva un califfato globale. (Durante il 2013, in seno a questa organizzazione, si creò un dissidio tra chi voleva dichiarare immediatamente uno stato islamico e i suoi vertici, contrari all’idea, e più favorevoli a un’imposizione della legge coranica a macchia di leopardo, e alla proclamazione del califfato in una seconda fase. Fu così che i propugnatori del “califfato immediato” si staccarono da Al Qaeda e formarono l’Isis, conquistando una parte dell’Iraq e attaccando ripetutamente le città europee e statunitensi).

La Turchia e l’Arabia Saudita, supportate dall’Ue, hanno sostenuto negli anni l’allargamento della corrente teocratica della rivoluzione contro il regime, dirottando ad essa il denaro e le armi inizialmente orinetati all’Fsa, che cessò di esistere, ma  hanno anche promosso la formazione di gruppi che, sebbene orientati come Al Qaeda e l’Isis all’instaurazione di uno stato islamico, sono direttamente controllati da Ankara e Riad. Questi gruppi, che fecero di Aleppo est una loro base e, come Al Qaeda e l’Isis, contano migliaia di combattenti, possiedono armi pesanti e gestiscono fondi di milioni di dollari, si chiamano Arhar al-Sham e Jaish al-Islam. Questi eserciti jihadisti hanno annichilito ad Aleppo, grazie al loro potere economico e militare, tutti i movimenti e i gruppi con loro in dissenso. C’è stata anche una vera e propria guerra civile interna all’insurrezione islamica, che ha contrapposto nel 2013-2014 Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam da un lato, aiutate dalle ultime bande vicine ai Fratelli Musulmani, e l’Isis dall’altro. In questa guerra civile interna al jihad globale, i quartieri di Aleppo est sono finiti nel 2014 nelle mani di Al Qaeda, Arhar al-Sham e Jaish al-Islam, mentre l’Isis ne è stato espulso. Al Qaeda e Arhar al-Sham hanno allora fondato, con altri gruppi salafiti (ossia promotori della restaurazione della società islamica del VII sec. dc), l’alleanza per Aleppo “Ansar al-Sharia”; Jaish al-Islam (anch’essa organizzazione salafita), invece, ne ha creata un’altra con gruppi minori, il cui nome è “Fatah Halab”.

Queste due “cabine di comando”, alleate e coordinate tra loro, non hanno costituito soltanto la direzione armata delle migliaia di miliziani che si sono contrapposti al regime a ovest e ai curdi a nord in questi giorni, ma anche il potere brutale che ha controllato Aleppo est in questi ultimi due anni, provocando vessazioni, persecuzioni, discriminazioni e violenze inaudite sulla popolazione civile, la cui vita quotidiana è precipitata in un incubo inedito per la storia di Aleppo, città caratterizzata dalla sua profonda modernità, varietà sociale e diversità religiosa, ideologica e culturale. Questo incubo ha impedito la continuazione di qualsiasi rivoluzione o opposizione nella città e ha letteralmente gettato gran parte della sua popolazione tra le braccia del regime, la cui oppressione, se comparata con quella dei salafiti dei quartieri orientali, è considerata un sollievo. Quando si sente parlare di “ribelli” o “opposizione” ad Aleppo, quindi, è necessario sapere che di questo si tratta e si è trattato, per quanto tale realtà sia disturbante o scomoda.

La macchina di propaganda che nasconde in questi giorni tutto questo è stata orchestrata dal governo islamista della Turchia, da quello dello stato islamico saudita, e dall’Unione Europea, che ha in questi due regimi i suoi alleati nell’area, e considera suo interesse a qualsiasi costo il rovesciamento, o almeno l’indebolimento e, se possibile, lo smembramento dello stato siriano. Dal momento che la parte della rivoluzione siriana supportata dall’Ue ha preso una direzione così reazionaria, i media europei, come sempre servili verso le politiche estere dei nostri governi, hanno in questi giorni completamente oscurato questa circostanza, descrivendo, ad esempio, Aleppo est come un luogo di semplice “opposizione” e “resistenza”, tacendo sui crimini commessi dai movimenti salafiti che Francia e Inghilterra continuano a supportare senza ritegno, sebbene l’imposizione delle corti della sharia come unico riferimento giuridico ad Aleppo est abbia rappresentato in questi anni un fenomeno contrario ai tanto sbandierati “diritti umani” e che sarebbe considerato “terroristico” (anche a causa delle sue forme paramilitari) dall’Ue in tutti gli altri contesti (è simile, a ben vedere, ai fenomeni presi a giustificazione di guerre e bombardamenti in moltissime aree del mondo, compreso il vicino Iraq).

La battaglia per la riconquista di Aleppo da parte del governo siriano viene raccontata diversamente, infatti, da quella dell’esercito iracheno per la conquista di Mosul, è non è silenziata come il massacro che l’Arabia Saudita e l’Egitto stanno compiendo contro la popolazione in rivolta dello Yemen, benché tali governi non siano meno oppressivi verso i propri popoli e quelli che bombardano. Qualcuno potrebbe pensare che questa familiare logica dei “due pesi e due misure” abbia a che fare con il fatto che i paesi dell’Ue sono collocati, nel medio oriente ricco di risorse energetiche, su uno dei due grandi “assi” geopolitici che contrappongono gli stati della regione: quello saudita, che comprende paesi come Turchia, Egitto e monarchie del Golfo, con cui l’Ue organizza i suoi affari, che da decenni si oppone per questioni di egemonia economica all’altro “asse”, quello iraniano, che comprende lo stato siriano. Non è un caso che, mentre l’ambasciatore Usa alle Nazioni Unite Samantha Power accusa la Russia di essere “senza vergogna” per ciò che le sue forze speciali hanno fatto ad Aleppo, la narrazione degli eventi di questi giorni in Russia e in Cina (schierate invece, sempre per interessi economici, con l’Iran e la Siria) è del tutto opposta, somigliando a quella occidentale su Mosul: Aleppo vive una giusta e necessaria “guerra al terrorismo”.

In questo scenario di disgustosa disinformazione, censura e ipocrisia, l’Italia non si distingue. Media tra loro anche lontani, come il Corriere della Sera, Repubblica o Popoff Quotidiano, spiegano in queste ore che “l’opposizione” di Aleppo andrebbe appoggiata, anche perchè sarebbe l’unica che ha “sconfitto lo stato islamico”. Ciò è vero, come detto, ma è anche ridicolo, perchè tale “opposizione” è a sua volta uno “stato islamico”. Ciò che distingue lo stato islamico meglio conosciuto, dichiarato a Raqqa e Mosul, da quello di cui non ci dovrebbe esser dato sapere, instaurato da Ansar al-Sharia e Fatah Halab ad Aleppo est, è da un lato una diversa interpretazione della strategia jihadista, dall’altro la scelta dell’Isis di attaccare le città occidentali (cosa che ha indotto Usa e Ue a scorporare questa organizzazione dall’opposizione etichettata come “legittima” ad Assad, e a bombardarla) ma non certo le conseguenze del potere di questi soggetti sulla popolazione che deve patirne le angherie. In secondo luogo non è affatto vero che questa è l’unica “opposizione” alternativa allo stato islamico ad Aleppo, perché le Ypg-Ypj, unità di protezione del popolo e delle donne, difendono da anni i quartieri nord di Aleppo, le campagne settentrionali della sua provincia e, oltre ad aver contribuito alla cacciata dalla città prima dell’Isis e ora di Ansar al Sharia e Fatah Halab, stanno avanzando su Raqqa e si oppongono al regime dal 2004, armi in pugno dal 2012.

La sventurata popolazione di Aleppo subisce così, in queste ore – grazie a personalità ineffabili come Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power – la beffa della “solidarietà” di stati che hanno per anni finanziato e armato i loro aguzzini, e che ora surrettiziamente li presentano come vittime per i loro sporchi calcoli politici. Che questo vergognoso e ipocrita tributo sia stato proclamato, in queste ore, da personalità femminili, è tanto più assurdo se si considera che proprio la corrente teocratica della rivoluzione siriana sconfitta ad Aleppo est aveva promosso e imposto da cinque anni il declassamento delle donne di quei quartieri a oggetti di arredamento della vita privata degli uomini e dei miliziani, imponendo l’annichilamento completo della loro esistenza e di ogni loro protagonismo sociale (ciò che ancora accade a Idlib, tuttora sotto il loro controllo). Laura Boldrini, Anne Hidalgo e Samantha Power non hanno mostrato la stessa contrizione quando le combattenti donne delle Ypj curde che difendono un genere ben diverso di rivoluzione nella stessa città, negli scorsi mesi e in queste settimane sono state attaccate, assieme alla popolazione civile dei loro e di altri quartieri, con bombardamenti e armi chimiche proprio da Ansar al-Sharia e Fatah Halab.

Le Ypg e le Ypj si difendono ad Aleppo nel silenzio e nell’isolamento internazionale tanto dal regime quanto dai salafiti e hanno creato un’alleanza ben più vasta e forte delle cabine di comando oscurantiste di Aleppo est e Idlib: le Forze Siriane Democratiche che comprendono curdi, arabi, turcomanni e inglobano da un anno le ultime forze Fsa ancora esistenti, prima allo sbando, che assieme alle Ypg si contrappongono oggi tanto ai salafiti dell’Isis quanto a quelli di Al Qaeda, Arhar al-Sham o Jaish al-Islam; eppure delle imprese delle donne e degli uomini che portano avanti questa rivoluzione – la rivoluzione confederale – non c’è traccia sui nostri giornali, probabilmente perchè sono il fumo negli occhi per gli alleati turchi e sauditi dei nostri governi, combattendo non soltato la teocrazia e il patriarcato, ma anche il capitalismo. I veri rivoluzionari di Aleppo nord hanno accolto in queste settimane, tra l’altro, migliaia di quei profughi in fuga dai quartieri est che tanto stanno a cuore ai nostri governi, mentre venivano bersagliati, va detto, non  dal regime, ma proprio dai miliziani asserragliati nei loro quartieri con armi automatiche come punizione per voler “abbandonare” e “tradire” i “guerrieri di Allah” (lo stesso che sta facendo l’Isis nelle campagne a nord di Raqqa e a Mosul).

Battersi per la fine del regime di Bashar al-Assad è giusto, e molti siriani continuano a desiderare il cambiamento, ma non qualsiasi forza che si oppone a un regime è meglio del regime stesso. Il governo siriano non si combatte, in ogni caso, con la commozione ipocrita da tastiera o con i like su facebook, o censurando la verità su ciò che accade ad Aleppo, nè in nome di interessi economici nuovamente coloniali che non sono rivolti contro un regime, ma contro una popolazione, la sua indipendenza, la sua storia e la sua dignità. Le uniche luci che i nostri governi hanno spento da tempo, in rapporto alle guerre e al mondo in cui viviamo, sono quelle dell’informazione corretta e dell’intelligenza. Il cordoglio e la commozione di questi giorni non sono sinceri o, se lo sono, purtroppo si basano su un’ignoranza colpevole: poichè nessun governo ha mai detto la verità sulla guerra alla sua popolazione, ed è preciso dovere della popolazione informarsi e ottenere conoscenza per rispetto a chi muore anche a causa della ragion di stato europea e delle inaccettabili menzogne dei nostri giornalisti; e infine occorre prendere parte e lottare, e non piangere, poiché delle nostre lacrime – raramente sincere, troppo spesso imbarazzanti – i civili di Aleppo non se ne potranno fare nulla.

 

Fonte: INFOAUT – Informazione di parte

http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/18008-aleppo-necessario-posizione

 

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La tregua di Natale del 1914

La notte di 102 anni fa accadde un evento sensazionale e incredibile, che da allora fu chiamato il miracolo della tregua di Natale. Era la notte del 24 dicembre 1914, nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Improvvisamente, senza che nulla fosse stato concordato, i soldati degli opposti schieramenti cessarono il fuoco. Si accesero candele, si cantarono inni di Natale. Iniziò un botta e risposta di auguri gridati da parte a parte, fino a che qualcuno si spinse fuori dalla propria trincea per incontrare il nemico e stringergli la mano. La “tregua di Natale” fu un atto straordinario e coraggioso che partì da semplici soldati mossi da sentimenti di profonda umanità e dal desiderio comune di andare oltre le profonde divisioni per costruire un tempo e uno spazio di pace.

Fu un evento per la sua straordinarietà unico, improbabile e irripetibile, nel contesto dell’odio degli esasperati nazionalismi che aveva già procurato un milione di morti. Una luce squarciò il buio dell’odio durante lo storico Armistizio di quella notte. Gli eserciti inglese e tedesco deposero le armi incontrandosi tra le due trincee, nella cosiddetta terra di nessuno, che si tramutò in una terra di fratellanza.

Questa storia ci pone dinanzi a una domanda, se è davvero impossibile costruire un mondo di pace.

La partita di calcio che venne giocata nel corso della tregua di Natale tra inglesi e tedeschi, vinta da questi ultimi 3-2.

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Soldati inglesi e tedeschi si scambiano doni. Nella foto un soldato tedesco accende una sigaretta a uno inglese.

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Il quotidiano inglese “Daily Mirror” l’8 Gennaio 1915 pubblicò una foto in prima pagina che fece molto scalpore, dove si vedono soldati inglesi e tedeschi insieme, col seguente titolo “An historic group: british and german soldiers photographed together”.

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«Mentre osservavo il campo ancora sognante, i miei occhi hanno colto un bagliore nell’oscurità. A quell’ora della notte una luce nella trincea nemica è una cosa così rara che ho passato la voce. Non avevo ancora finito che lungo tutta la linea tedesca è sbocciata una luce dopo l’altra. Subito dopo, vicino alle nostre buche, così vicino da farmi stringere forte il fucile, ho sentito una voce. Non si poteva confondere quell’accento, con il suo timbro roco. Ho teso le orecchie, rimanendo in ascolto, ed ecco arrivare lungo tutta la nostra linea un saluto mai sentito in questa guerra: Soldato inglese, soldato inglese, buon Natale! Buon Natale!
Frederick W. Healt

Ultime notizie da Aleppo liberata

È di poche ore fa la notizia che l’esercito siriano ha riconquistato Aleppo dopo aver cacciato le ultime sacche di resistenza jihadiste dalla parte orientale della città.

Gli abitanti di Aleppo sono scesi nelle strade. La battaglia per Aleppo è durata più di 4 anni, da quando il 19 giugno 2012 sono scoppiate le ostilità. Ora sembrerebbe finalmente giunta alla conclusione.

Davanti alla consueta pochezza dei media nostrani e al loro generale schieramento di parte filo americano (dunque filo Arabia Saudita e filo ribelli, in particolare Repubblica), anche oggi mi ha incuriosito confrontare le diverse anime che compongono il variegato scenario siriano, dove da una parte c’è chi si professa pro Assad ed esercito siriano, dall’altra chi è fermamente anti Assad.

Ho trovato su twitter tre video di Sarah Abdallah, scrittrice libanese, analista di geopolitica, che descrivono in modo inequivocabile l’irrefrenabile clima di euforia e di festa in queste ore ad Aleppo.

Rana Harbi, giornalista libanese di Beirut, posta una foto su twitter dove in mezzo alla distruzione di Aleppo un gruppo di giovani rappresenta la speranza per un futuro di pace e di ricostruzione, negli edifici e nei cuori di ogni siriano.

Ma c’è anche chi come Monther Etaky, attivista anti Assad di Aleppo Est, sottolinea con fierezza il suo non voler lasciare la città e chiede l’intervento dell’Onu, perché la guerra a suo dire non sarebbe ancora terminata. In un’altra foto denuncia l’esercito siriano di costringere i civili rimasti nella zona est di Aleppo, a combattere contro i ribelli.

Oppure come il giornalista indipendente filo ribelli Bilar Abdul Kareem, che ieri nel suo messaggio ha raccontato con fierezza quello che sarebbe stato il suo ultimo twit, prima dell’ingresso ad Aleppo dell’esercito siriano. Non è chiaro se Bilar Abdul Kareem,sia ancora vivo.

Dinanzi a una lacerazione così profonda, con centinaia di migliaia di morti in cinque anni e violenze di ogni tipo subite dal popolo siriano, ci si chiede dove possa risiedere la verità. E dove la menzogna. Ieri nel corso dell’Angelus Papa Francesco ha ribadito che “purtroppo ci siamo ormai abituati alla guerra, che è un cumulo di soprusi e di falsità.”

Non può nascere la verità dove si sviluppa odio e divisione. E dove ogni forma di terrorismo e ideologia prendono il sopravvento.

La verità in Siria scaturirà soltanto dentro cuori disposti a perdonarsi reciprocamente, nonostante le tante violenze compiute e patite. E come dice il Papa dentro cuori capaci di rigettare ogni forma di abitudine al male e all’indifferenza, per volgere lo sguardo verso la speranza di costruire insieme un mondo nuovo.

Cominciando da Aleppo.

 

https://twitter.com/sahouraxo/status/808442938594328576

 

 

https://twitter.com/ahlalshami/status/808068499306348544

Ultime notizie da Aleppo, nel frattempo in Italia i media (come al solito) guardano altrove.

Mentre in Italia le notizie si concentrano sulla politica interna, e precisamente su cosa deciderà Mattarella domani, dopo la crisi del governo Renzi, nel mondo accadono fatti la cui portata andrebbe perlomeno osservata. E invece niente, i media continuano a ignorare ciò che accade nella città di Aleppo in Siria, ma anche a Palmira, dove oggi l’Isis ha tentato una contro offensiva per riprendere la città conquistata dall’esercito siriano mesi fa, fortunatamente senza riuscirvi.

Ma torniamo ad Aleppo, dove la condizione  degli abitanti resta terribile, in particolare nella zona est che sta per essere riconquistata dagli eserciti siriano e russo. Non è per niente semplice conoscere ciò che sta realmente accadendo in Siria, anche per colpa di un’informazione interna nettamente contrapposta tra pro e anti Assad. Un’informazione che riflette lo stato di un Paese, lacerato e violentato nella sua anima, il cui futuro resta drammatico e denso di nubi.

Oggi mi hanno colpito alcuni interventi, molto diversi tra loro; da una parte Anthony Samrani, giornalista libanese dell’Orient-le-Jour, che con un articolo tradotto dalla rivista Internazionale denuncia i crimini compiuti da Assad e Putin contro il popolo siriano, e il caos che seguirà dopo la caduta di Aleppo. Samrani minimizza la presenza di ribelli anti Assad affiliati ad Al Fatah e Al Nusra (fazioni vicine all’Isis).

Dall’altra parte invece Sarah Abdallah, scrittrice e analista politica libanese, che considera l’intervento militare dell’esercito siriano coadiuvato da quello russo per la liberazione di Aleppo est, provvidenziale e giustificato dalla necessità di estirpare i terroristi. Posta sul suo profilo Twitter un video dove si vede la gente in festa dopo essere uscita da Aleppo est.

Interessante anche il video (sempre da lei postato) dove il Segretario di Stato americano Kerry confermerebbe l’ipotesi che i ribelli siriani tengano in trappola i civili ad Aleppo est, respingendo gli aiuti umanitari esterni.

Schierato con Assad e con la Russia anche il giornalista siriano Naman Tarcha, che posta alcune foto in un tweet dove si vedrebbero civili evacuati dall’esercito siriano uscire da Aleppo est.

Di parere opposto il tweet di Monther Etaky, abitante di Aleppo est, postando la foto di un uomo senza vita sostiene che i civili preferiscano morire sotto le bombe piuttosto che andare nelle zone riconquistate dall’esercito di Assad.

Ho trovato infine un video su facebook di AMC (Aleppo Media Center – filo ribelli), che documenta l’impressionante stato attuale del quartiere est di Aleppo, si può dire completamente distrutto.

Non voglio esprimere giudizi di parte, anche perché da quel poco che si può comprendere molte dichiarazioni e immagini fanno parte di una feroce guerra di propaganda che serve a condizionare emotivamente l’opinione pubblica mondiale. Resta il fatto che oltre al pari di questa emotività vi è soprattutto una tragica pochezza di contenuti nell’informazione occidentale, un’indifferenza generalizzata che serve a non focalizzare la complessità di una guerra iniziata cinque anni fa, che purtroppo sta lasciando e lascerà dietro di sé una serie drammatica di conseguenze. Una guerra civile, scaturita e fomentata dall’interferenza e dalle logiche di potere di noi potenze occidentali.

E’ sempre utile ricordarcelo.

La caduta di Aleppo servirà solo ad alimentare il caos siriano

Non potremo dire che non sapevamo, che era “troppo complicato” e che non potevamo farci niente. Nessuno può ignorare quello che succede oggi ad Aleppo est. L’orrore è trasmesso dai mezzi d’informazione e dagli stessi abitanti della città, che pubblicano sui social network foto e video della loro vita quotidiana. Immagini che si tende a ignorare per non vedere che nel ventunesimo secolo si può ancora uccidere il proprio popolo in tutta impunità nascondendosi dietro ad argomentazioni geopolitiche.

La narrazione del conflitto fatta da Siria, Russia e Iran ha finito per imporsi. Oggi in Medio Oriente come in occidente chi denuncia la sorte dei civili ad Aleppo è accusato di difendere “i terroristi”. Il fatto che Teheran abbia mobilitato migliaia di combattenti libanesi, iracheni, pachistani e afgani, che costituiscono la gran parte delle forze fedeli a Damasco, non ha cambiato la percezione del conflitto. Dei mercenari reclutati in nome della difesa degli sciiti stanno guidando la “lotta contro il terrorismo” del regime e dei suoi alleati, eppure questo non basta a seminare dubbi sulle loro intenzioni e sulla realtà del conflitto.

Una minaccia esagerata
Tra i ribelli che combattono ad Aleppo est qualche centinaio è affiliato ad Al Fatah al sham (l’ex Fronte al nusra), gli altri appartengono a gruppi salafiti, jihadisti o all’Esercito siriano libero. Che alcuni di loro siano considerati una minaccia da varie potenze regionali e internazionali è comprensibile. Ma questa minaccia è stata esagerata dal regime siriano e dai suoi alleati per giustificare la distruzione di ogni forma di opposizione moderata. Inoltre le prime vittime di questa cosiddetta operazione antiterroristica sono i 25omila civili sopravvissuti, in un modo o nell’altro, ad Aleppo est.

Damasco, Mosca e Teheran hanno colpito con una barbarie così metodica da non avere più nulla di umano. Le considerazioni di ordine morale hanno perso ogni valore. Ma anche solo dal punto di vista strategico e della sicurezza, era necessario radere al suolo parte di una città plurimillenaria e distruggere la vita di migliaia di persone per colpire poche centinaia di terroristi? Non ci sarà da stupirsi se dopo una simile esplosione di violenza, che non rispetta alcuna norma del diritto internazionale umanitario, la Siria rimarrà a lungo il più grande covo di jihadisti al mondo.

Aleppo finirà per cadere. L’esercito siriano ha già riconquistato molti quartieri ribelli e nulla sembra in grado di fermarlo

Ad Aleppo la comunità internazionale ha fallito. La soluzione del conflitto siriano è complessa, ma in questa città la priorità doveva essere proteggere i civili. I paesi occidentali, Stati Uniti in testa, avrebbero potuto fare di più per esigere un cessate il fuoco e farlo rispettare.

Aleppo finirà per cadere. L’esercito siriano ha già riconquistato più del 60 per cento dei quartieri ribelli e nulla sembra in grado di fermarlo. Per Damasco la vittoria di Donald Trump alle presidenziali degli Stati Uniti e quella di François Fillon alle primarie del centrodestra in Francia rappresentano un successo sulla scena diplomatica. Presto Bashar al Assad avrà come unica opposizione, a parte i curdi, gruppi jihadisti con cui è impossibile negoziare.

In mancanza di un’alternativa credibile, si affretterà a sedere al tavolo delle trattative per imporre la sua riabilitazione. Ma non sarà una vittoria totale. La riconquista del territorio e l’isolamento dei ribelli nascondono una realtà diversa: è il caos attuale che permette ad Assad, più che mai dipendente dai russi e dagli iraniani, di restare attaccato a un’illusione di potere. E finché ci resterà, il caos non cesserà.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato su Internazionale l’8 dicembre 2016 a pagina 16 con il titolo “La caduta di Aleppo servirà solo ad alimentare il caos siriano”.

Fonte: http://www.internazionale.it/opinione/anthony-samrani/2016/12/09/aleppo-conquista-governo

https://twitter.com/sahouraxo/status/807249279207280641

abitanti-di-aleppo-lasciano-la-zona-est

Aleppo dilaniata nella sua anima…

Per comprendere la lacerazione interna in Siria e quanto sia contraddittoria la situazione di queste ore ad Aleppo, dove circa l’85% del territorio è ormai nelle mani del governo di Assad, basta vedere questi due video che ho trovato su Twitter.. due posizioni drammaticamente opposte, sebbene di due siriani.
Da una parte c’è chi come il giornalista e reporter Naman Tarcha pubblica le prime immagini della città vecchia di Aleppo liberata dai ribelli, e auspica in un tweet “un’alba nuova e l’inizio verso la liberazione”…
Naman, certamente filo governativo, definisce i ribelli dei veri e propri terroristi finanziati da potenze straniere.

Dall’altra chi come Monther Etaky, attivista siriano anti governativo, residente in quella che lui definisce l'”assediata” Aleppo, condanna i crimini compiuti da Assad e Putin.
Cinque ore fa ha pubblicato un video su Twitter dove denuncia la continuazione dei bombardamenti su Aleppo, nonostante la tregua umanitaria annunciata dal ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov dopo i colloqui con il segretario di Stato Usa John Kerry ieri ad Amburgo.

Video di Sky TG24 col coraggioso contributo di Monther Etaky ad Aleppo, oggi 9 dicembre. Il servizio descrive la tragedia di Aleppo Est e degli abitanti che cercano di andare via per raggiungere le zone Ovest di Aleppo, sotto le forze governative. Nel servizio si segnala giustamente che ad Aleppo non si muore soltanto a causa del regime di Assad o dell’aviazione russa; gruppi di ribelli infatti usano i civili come scudi umani oppure li uccidono solo per aver chiesto di lasciare la zona est per mettersi in salvo.

Una cosa è certa, nell’indifferenza del mondo Aleppo muore.

E con lei l’intera nostra umanità.

Tra il SI e il NO…per andare dove?

A poche ore dal voto in cui siamo chiamati a scegliere SI o NO al referendum per le riforme costituzionali, mi viene spontaneo focalizzare l’attenzione su un altro tema, o meglio su un fatto che considero inquietante. Mi riferisco a quanto avvenuto in Francia qualche giorno fa, ovvero l’approvazione di quella legge che, col via libera dell’Assemblea nazionale francese, vieta di difendere la vita su Internet. La riforma, attesa ora dall’esame del Senato, nasce da un’iniziativa del governo socialista che punta a spegnere la voce dei siti Internet curati da varie associazioni a difesa della vita.

Viene così negata la libertà di parola on line, ma anche il concetto base della “liberté” laica. Questo intervento normativo, infatti, introduce una vera e propria repressione di presenze online che si propongono semplicemente di ascoltare e, se richieste, consigliare le donne alle prese con una scelta drammatica come quella di abortire.

Ora, qui non si tratta di scontrarsi per stare dalla parte del SI o del NO, ma di renderci conto di quello che sta accadendo nella società in cui viviamo: in Europa la vita che nasce non ha più alcun valore. La vita sta semplicemente diventando merce di scambio. L’essere umano è utile al sistema fino a quando è funzionale ad esso, poi può (e deve) venire scartato.

Quali conseguenze sta portando una cultura che vuole governare in modo totalitario le coscienze individuali e assoggettarle alla propria visione egemonica? Per reazione opposta forme di populismo si stanno radicando ed estendendo in tutto l’Occidente. Ad esempio oggi in Austria si rivoterà chi fra l’ambientalista Van der Bellen e lo xenofobo di estrema destra Hofer sarà il nuovo capo di Stato. Con un elettorato spaccato a metà l’Austria potrebbe diventare il primo Stato europeo con un Presidente della Repubblica di estrema destra.

Da che cosa nasce questo inquietante vento populista e di estrema destra che da diverso tempo sta soffiando in tutto l’Occidente come contraltare a politiche liberticide, se non da un vuoto identitario che sta generando mostri e dall’aver ideologicamente estirpato ciò che più garantisce e preserva la dignità di un popolo e di ogni individuo, ovvero il rispetto della coscienza e la conversione dei cuori?

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La libertà che non c’è in Francia

di Maurizio Patriciello. Venerdì 2 dicembre 2016
 
Il rispetto per la democrazia di tanti moderni democratici spaventa. Ci siamo sgolati per ribadire il rispetto per l’altro anche quando la pensava diversamente da noi. Ci abbiamo creduto. Ci crediamo. Forse ci fu un tempo in cui ci credevano anche loro. Ci siamo vantati di essere i paladini della civiltà, anche da esportare altrove.
A volte – è vero – a suon di bombe e di menzogne. Quando la Francia degli Illuministi scoprì la bellezza della legalità, della fraternità, dell’ uguaglianza, non si accorse che quei valori erano già scolpiti nei vangeli da diciassette secoli. La Francia del terzo millennio vieta di esprimere anche su Internet la propria contrarietà all’aborto.
Un segno di democrazia? Un passo verso la civiltà dell’amore?
Un salto indietro. Al di là di ogni considerazione, di ogni ideologia, di ogni fede religiosa, immediatamente, salta agli occhi la contraddizione.Libertà, si, ma solo per chi la pensa come me. E per coloro che ancora conservano un pizzico di buon senso e di umana pietà? Che ne sarà di loro? Internet è un fiume nel quale transitano notizie preziose, offese, illazioni, bufale di ogni tipo, ma la laica Francia ha paura di chi inneggia alla vita nascente.
Che faranno da oggi i francesi amanti della vita? Che ne sarà di quelle persone che “democraticamente” hanno imparato a esprimere le proprie idee e a rispettare quelle degli altri? Saranno multati, incarcerati, condannati?
Che esempio di laicità! Quale inno alla libertà! La democrazia di certi moderni democratici spaventa. Davvero. Il mondo si fa sempre più piccolo, alla stregua di un villaggio.
Uomini diversi per cultura, lingua, religione hanno bussato alla porta dei nostri Paesi. Da veri democratici ci siamo battuti per il dialogo, l’integrazione, gli aiuti umanitari. Abbiamo invocato, programmato, realizzato tavoli di confronto, approfondimenti, studi. Abbiamo lottato contro egoismi, nazionalismi, limiti imposti dalla pigrizia per riaffermare che nessuno uomo, nessun Paese è un’ isola. Per abbattere muri e costruire ponti. Abbiamo rinnegato con tutte le nostre forze le dittature di ogni tipo. Abbiamo sostenuto che la democrazia, pur con i suoi limiti, le sue contraddizioni, le sue cadute, le sue lungaggini, fosse il migliore dei governi.
Poi ci accorgiamo che l’intolleranza tarda a morire. Che la tentazione di ricorrere alla forza – dei numeri, delle armi, del denaro – contro le minoranze, contro chi la pensa diversamente da noi, è sempre dietro l’angolo.
La finestra di Overton inizia ad aprire un minuscolo spiraglio. Lentamente, silenziosamente, subdolamente i battenti si allargano fino a spalancarla completamente. Ed ecco che ciò che un tempo era vietato, viene democraticamente tollerato. Ciò che è tollerato viene poi legittimato. Infine si impone tanto da diventare un esempio da seguire. Pian piano le parti si invertono: ciò che era vietato diventa un “diritto” da rispettare. E chi contro quel “diritto” esprime il suo dissenso viene prima messo ai margini, poi zittito completamente. Per legge. In un mondo dove ogni minuto si ammalano due giovani di aids, che non riesce a trovare pace, dove ancora tanta gente – vergognosamente – muore di fame, la Francia laica e democratica mette il bavaglio a chi, umanamente, cristianamente tenta di farsi accanto, ascoltare, aiutare, farsi prossimo di una donna alle prese con l’aborto. Sembra incredibile eppure è la realtà.
La Francia laica, civile e democratica, vuole zittire per legge i suoi figli laici, civili e democratici che inneggiano alla vita. Quale sarà il passo successivo? Il divieto di pensare e dire che l’aborto prima e il tentativo dell’utero in affitto poi sono – è sotto gli occhi di tutti – un immenso affare per gli uomini di affari? Che non conviene a nessuno estirpare dal cuore dei giovani la fragile pianticella della pietà? Non riesco a immaginare che cosa scriverebbe oggi la buonanima di Voltaire. Questa “libertà made in France” ci lascia perplessi. Troppo. È evidente il tentativo di manomettere le fondamenta stesse della vita e il pensiero cristiano per il quale la vita di ogni essere umana è unica, irripetibile, preziosa. Sempre. Ovunque. Conviene tenere gli occhi bene aperti.

Perché Hillary Clinton ha fallito. E perché possiamo fallire anche noi.

Un’analisi molto seria sul voto americano, tratta dall’articolo di Luigi Zingales su IlSole24ore. Un’analisi che deve far riflettere anche qui in Europa, dove fra qualche mese in Germania e in Francia il rischio che si ripeta quanto avvenuto negli Stati Uniti è davvero altissimo.
Una società che non si fa domande non ha futuro. Una società che vive di diritti individuali lascia quelli del popolo in mano al populista di turno.

Pensiamoci bene e guardiamo in faccia la realtà, dando priorità alla ricerca del bene comune e non a quello del singolo individuo. Pensiamoci bene anche qui in Italia, prima che sia troppo tardi…

Il discorso di Hillary Clinton dopo la vittoria di Trump

Perché Hillary Clinton ha fallito

Articolo di Luigi Zingales su IlSole24Ore

Nel 1972 il Partito Repubblicano di Nixon manipolò le primarie Democratiche con lo spionaggio al Watergate per far vincere Mc Govern, un candidato che non aveva chance di battere Nixon nel testa a testa. Dicky Tricky vinse con un plebiscito.

Quest’anno a truccare le primarie Democratiche ci ha pensato lo stesso Partito Democratico. Come hanno evidenziato le email rivelate da Wikileaks, Debbie Wasserman Schultz – la presidente del partito Democratico – invece di essere un arbitro imparziale delle primarie, si era trasformata in uno dei principali sostenitori della Clinton. Come se non bastasse, sempre da Wikileaks è emerso che una giornalista amica ha passato alla Clinton le domande prima di un dibattito con Bernie Sanders. Tutto l’establishment Democratico ha fatto squadra contro un candidato che avrebbe avuto maggiori chance di vincere contro Trump.

Perché lo ha fatto? Perché era sentimento comune che la presidenza fosse dovuta a Hillary Clinton, come se gli Stati Uniti fossero una monarchia. Le era dovuta per aver resistito a fianco del marito Bill, nonostante i continui tradimenti. Le era dovuta da Obama, che dopo averla battuta sul filo di lana nel 2008, aveva abbracciato il clan Clinton, al punto da scoraggiare il suo vicepresidente Biden, un candidato con migliori chance di vincere, dal partecipare alle primarie. Le era dovuta perché era giusto che una donna diventasse presidente, nonostante Hillary Clinton fosse arrivata alla fama principalmente come “moglie di”. Margaret Thatcher e Angela Merkel sono diventate primo ministro per meriti personali, non perché mogli di primi ministri. Perché gli Stati Uniti dovrebbero meritarsi di meno? O le quote di genere (su cui – in alcuni casi – sono d’accordo) si devono applicare anche alla posizione di presidente degli Stati Uniti?

Non era considerata la candidata più preparata? Sulla carta aveva indubbiamente molta più esperienza, ma aveva sbagliato le più importanti decisioni che aveva preso, dal voto a favore dell’invasione dell’Iraq alla decisione di invadere la Libia, fino a quella di lasciare senza soccorso l’ambasciatore americano a Bengasi, il cui cadavere finì trascinato per le strade della città libica.

Come è possibile che il Partito Democratico abbia commesso un errore così madornale? Perché ha pensato che le elezioni si vincessero con i soldi e non con i voti. Hillary Clinton ha raccolto $687 milioni contro i $307 milioni di Trump. Con il sostegno degli amministratori delegati delle grandi imprese (tutti a suo favore) e non quello dei colletti blu. Con il consenso dei principali media, non capendo che la fiducia degli americani nei mezzi di comunicazione è così bassa che ogni attacco a Trump era pubblicità gratuita a suo favore. Più che vinta da Trump, questa elezione è stata persa da Hillary Clinton e dall’establishment democratico che l’ha sostenuta.

Il Partito Democratico ha sbagliato anche perché ha scelto un candidato sordo alla sofferenza dell’americano medio, un candidato che non “sentiva la bruciatura” (“feel the Bern”), come recitava lo slogan inventato con un gioco di parole da Sanders (Bern è il suo diminutivo e “burn” è il termine inglese per bruciatura). Dall’alto dei $139 milioni guadagnati negli ultimi 7 anni, dall’alto del favoloso banchetto di nozze della figlia, pagato – sempre secondo Wikileaks – dalla Fondazione Clinton, dall’alto dei meeting con i sovrani più repressivi del mondo, che riversavano soldi nella Fondazione Clinton nella speranza di avere dei favori, Hillary Clinton non poteva identificarsi con la pena di quei colletti blu, che lei stessa aveva definito “deplorevoli”. E loro non potevano identificarsi con lei. Hillary Clinton era il peggior candidato che il Partito Democratico potesse scegliere in un anno come questo. E questo era chiaro a chiunque non vivesse solo tra i salotti di New York e i golf di Palm Beach, leggendo il New York Times e ascoltando CNN, ribattezzata il Clinton News Network. Il partito Democratico è rimasto vittima della bolla mediatica che ha creato e in cui vive. Così facendo non solo si è autocandidato alla sconfitta, ma ha condannato il mondo intero ad almeno quattro anni di Presidenza Trump.

Il Partito Democratico americano deve fare una seria autocritica. Ma l’autocritica dobbiamo farla anche noi. Non possiamo ridurre tutto questo a populismo. Si chiama democrazia. Se in una democrazia la maggioranza dei cittadini non vede migliorare le proprie condizioni di vita per molti anni di seguito, finisce per votare contro chi governa, contro l’establishment, anche a costo di prendersi dei rischi. È il coraggio della disperazione. Non dimentichiamocelo.

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-11-10/perche-hillary-ha-fallito-082845.shtml?uuid=ADUtvasB

Quel filo sottile che lega ogni forma di estremismo.

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L’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America è una di quelle notizie che a dir poco sorprendono. Quando ieri mattina l’ho saputo mi son detto che stavo sognando, non era vero… Notizie come questa fanno davvero pensare che è consigliabile non dare mai nulla per scontato, perché si rischia di pagare un prezzo molto caro. La sconfitta di Hillary Clinton, nonostante l’appoggio incondizionato di media, establishment, finanza internazionale e persino dei sondaggisti, ne è per l’appunto un fulgido esempio.

Vorrei però partire da questo evento, davvero storico e dagli effetti futuri assolutamente imprevedibili, non tanto per esprimere analisi e considerazioni di carattere politico, che in realtà non sarei comunque in grado di affrontare in maniera seria per miei limiti di base (quante considerazioni tra l’altro si leggono e si ascoltano in queste ore, perlopiù mi pare dettate da ciò che tira fuori “la pancia”…), quanto per rivedere nel duello tra Donald Trump e Hillary Clinton la rappresentazione simbolica della società occidentale, dove le scelte del singolo individuo sono spesso influenzate e orientate da fenomeni esterni, che tentano di omologarne il pensiero.

“La nostra società nutre il bisogno compulsivo di catalogare idee, principi, esseri umani, omologandoli come fossero cliché, rischiando di non focalizzare il percorso che porta ogni persona alla scoperta del proprio essere.                                                                                                          

L’emotività del fatto nega l’approfondimento dei suoi contenuti, trattati con estrema superficialità. La strategia mediatica dei mezzi di comunicazione, generalmente volta a pilotare l’opinione pubblica, annacqua poi ogni contestualizzazione logica e razionale per influenzare le masse, spesso esasperando le contrapposizioni sia verbali che virtuali: il pensiero critico viene sostituito dal sentimento.                                     

Chi sono? Da dove vengo? Dove sto andando? Qual è il senso della mia vita?                          

«Essi avevano occhi e non vedevano» si legge nel Prometeo incatenato, «orecchie e non sentivano, ma, simili alle immagini dei sogni, vivevano la loro lunga esistenza nella confusione. Case non conoscevano di pietra, esposte al sole, né sapevano lavorare il legname. Vivevano una vita sotterranea, rintanati in anfratti di caverne senza un raggio di sole, come effimere formiche. E non sapevano alcun segno sicuro dell’inverno, né della primavera che dà fiori, né dell’estate che dà messi. Vivi di una vita insensata, senza regole.»                                                  

L’Occidente ha bandito i propri valori unificanti; li ha sostituiti con una fittizia e ipocrita cultura pluralista, che per evitare i conflitti ha scelto la via dell’omologazione. E, si badi bene, il problema non è certamente la cultura pluralista in sé, da ritenersi comunque una ricchezza. Il problema è la mancanza di senso critico della sua complessità, tale da generare un’esasperata «indifferenza globalizzata», all’interno della quale trovano spazio, come effetto opposto, pericolosi estremismi reazionari.                                                                                         

Io sono la mia idea.                                                                             

Lungo un’irremovibile cortina di ferro si annida e germoglia il cosiddetto «principio di comodo», dinanzi al quale tutti gli schieramenti ideologici si illudono di contendersi la verità, restando immobili nel pregiudizio delle proprie posizioni di partenza. L’esigenza a priori è quella di mantenere a distanza il proprio nemico, sia esso il vicino di casa o uno Stato nazionale. Il viscerale terrore verso la diversità riduce al voler bastare a se stessi. Per negare questo terrore, radicato nel suo inconscio, la società moderna come reazione opposta si erge a paladina della libertà e della fraternità. Ecco perché un modo per esorcizzare le svariate fobie è quello di creare leggi statali che ne codifichino la tutela.                                                                                

È sbagliato ritenere tali fobie come risposta, in primo luogo, alle nostre fragilità e all’aver perso di vista chi siamo? Viviamo in una società, quella occidentale, che vuole omologare il pensiero, sostituendo alla machiavellica realtà effettuale una sua visione fittizia e relativizzante…”

Estratto da “La Piuma tra cielo e terra”

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Chi c’è dietro quel migrante?

Venerdì 28 ottobre abbiamo accompagnato sedici adolescenti del nostro oratorio al Memoriale della Shoah (Binario 21) in Stazione Centrale a Milano, e aiutato i volontari della Comunità di Sant’Egidio a servire i pasti e fare accoglienza a circa cinquanta migranti, perlopiù provenienti dall’Eritrea.

Nel corso della serata nei volti dei nostri ragazzi si percepiva un susseguirsi di timore, curiosità, stupore e gioia, frutto dell’aver tolto pregiudizi, diffidenze e barriere, facendo crescere il desiderio di vivere un tempo di gioia condivisa.

L’ascolto di tragici racconti dei loro coetanei (o poco più grandi) ha lasciato il segno nei loro sguardi; alla fine della serata era evidente la consapevolezza di questa tragica realtà. Gli sguardi erano molto attenti nell’ascoltare l’itinerario pazzesco che i profughi hanno dovuto compiere lasciando le proprie case e famiglie in Eritrea, andando a piedi in Etiopia, e poi ammassati per diversi giorni senza acqua e cibo nei cassoni di pick up 4×4 diretti verso il Sudan, nel deserto del Sahara, giungendo in Libia, quest’ultima considerata “l’inferno dei migranti”, dove sono oggetto di sfruttamento dei trafficanti e degli scafisti, che li fanno imbarcare per giungere nelle nostre coste a condizione che paghino loro somme di alcune migliaia di euro. Diversamente sono costretti a restare all’interno di vere e proprie carceri, incontrando molto spesso la morte (sulle condizioni dei migranti una volta giunti in Libia è molto interessante il drammatico reportage pubblicato da Angela Tognolini per Botton Up, https://thebottomup.it/2016/09/20/linferno-dei-migranti-cosa-succede-ai-rifugiati-in-libia/ ).

 

 

Gli occhi dei nostri ragazzi osservavano con un altro sguardo i volti dei migranti, e all’uscita dal Memoriale, tornando a casa,  felici per quanto donato e ricevuto una domanda ci accomunava tutti…

“Chi c’è dietro quel migrante?”

Se un adolescente italiano incontra un migrante…

Venerdì 28 ottobre, insieme agli ad altri educatori e a don Gabriele, abbiamo accompagnato sedici adolescenti del nostro oratorio al Memoriale della Shoah (Binario 21) in Stazione Centrale a Milano. Abbiamo aiutato alcuni volontari della Comunità di Sant’Egidio a servire i pasti e fare accoglienza a circa cinquanta migranti, perlopiù provenienti dall’Eritrea.

Nel corso della serata nei volti dei ragazzi si percepiva il susseguirsi di timore, curiosità, stupore e gioia, frutto dell’essere stati capaci di scardinare pregiudizi, diffidenze e barriere, facendo crescere il desiderio di vivere un tempo di gioia condivisa, lasciandosi andare con coraggio e fiducia. Alcuni di loro hanno addirittura dovuto “lottare” pur di esserci, contro qualche familiare che non si fidava. L’ascolto di tragici racconti dei loro coetanei (o poco più grandi) ha lasciato il segno nei loro sguardi; alla fine della serata era evidente la consapevolezza di questa tragica realtà. Gli sguardi erano molto attenti nell’ascoltare l’itinerario pazzesco che i profughi hanno dovuto compiere lasciando le proprie case e famiglie in Eritrea, andando a piedi in Etiopia, e poi ammassati per diversi giorni senza acqua e cibo nei cassoni di pick up 4×4 diretti verso il Sudan, nel deserto del Sahara, giungendo in Libia, quest’ultima considerata “l’inferno dei migranti”, dove i migranti sono oggetto di sfruttamento dei trafficanti e degli scafisti, che li fanno imbarcare per giungere nelle nostre coste a condizione che paghino loro somme di alcune migliaia di euro. Diversamente sono costretti a restare all’interno di vere e proprie carceri, incontrando molto spesso la morte (sulle condizioni dei migranti una volta giunti in Libia è molto interessante il drammatico reportage pubblicato da Angela Tognolini per Botton Up, https://thebottomup.it/2016/09/20/linferno-dei-migranti-cosa-succede-ai-rifugiati-in-libia/).

E’ stata un’esperienza indimenticabile per i nostri ragazzi, perché hanno toccato con mano la dura realtà di chi è costretto a lasciare tutto per cercare un rifugio dove poter ricominciare a vivere, nella speranza di costruire un futuro migliore. Ma hanno anche compreso che questi sono giovani come loro, con gli stessi desideri, sogni e speranze.

Ridendo, cantando e commuovendosi, i ragazzi hanno portato vita, donando due ore di allegria e speranza a chi è più sfortunato di loro. Il Memoriale, che di per sé è un luogo buio, si è illuminato del calore fraterno scoperto nello stare insieme.

Ora sta a noi fare in modo che questa esperienza possa far crescere nei loro cuori delle domande fondamentali e un desiderio di bene da alimentare e fare ardere nel dono di sé, per diventare strumenti di pace e fratellanza nel mondo.

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