Occidente e Arabia Saudita, un rapporto ipocrita e schizofrenico.

Per comprendere quello che sta accadendo in Arabia Saudita. Due articoli che aiutano a leggere fatti a prima vista poco comprensibili e privi di logica razionale. Nel primo articolo di Kamel Daoud, pubblicato su The New York Times e tradotto sul sito di Internazionale, si delinea la radice comune tra Arabia Saudita e Is nel wahabismo sunnita, la versione dell’islam ultrapuritana di cui si nutre l’Is. Nella sua lotta al terrorismo, l’Occidente è in guerra con l’Is ma stringe la mano all’Arabia Saudita.

Il secondo articolo è di Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana. Scaglione evidenzia l’ipocrisia dell’Occidente dinanzi alle 47 condanne a morte eseguite in Arabia Saudita, tra cui l’uccisione dell’imam sciita Al Nimr, che ha scatenato violente minacce e ritorsioni da parte dell’Iran.

L’Occidente condanna il terrorismo, ma stringe accordi miliardari con uno Stato fondamentalista. Perché, come afferma Scaglione, fanno gola i miliardi in contratti, anche sotto forma di vendita di armi
Non un buon inizio d’anno per la geopolitica mediorientale.

 

Obama

Il re Salman bin Abdulaziz dell’Arabia Saudita e il presidente degli Stati Uniti ad Antalya, in Turchia, il 15 novembre 2015. (Jonathan Ernst, Reuters/Contrasto)

Le vere radici del gruppo Stato islamico sono in Arabia Saudita 

25 novembre 2015 10:09

Stato islamico nero, Stato islamico bianco. Il primo sgozza, uccide, lapida, taglia le mani, distrugge il patrimonio dell’umanità e detesta l’archeologia, le donne e gli stranieri non musulmani. Il secondo è meglio vestito e più pulito, ma non si comporta diversamente. Il gruppo Stato islamico (Is) e l’Arabia Saudita. Nella sua lotta al terrorismo, l’occidente è in guerra con l’uno ma stringe la mano all’altro.

È un meccanismo di negazione che ha un prezzo. Si vuole salvare la storica alleanza strategica con l’Arabia Saudita dimenticando che questo regno si fonda su un’altra alleanza, con una gerarchia religiosa che produce, legittima, diffonde, predica e difende il wahabismo, la versione dell’islam ultrapuritana di cui si nutre l’Is.

Il wahabismo, un movimento radicale messianico nato nel diciottesimo secolo, vuole restaurare un vagheggiato califfato intorno a un deserto, un libro sacro e due luoghi santi, la Mecca e Medina. È un puritanesimo figlio di massacri e del sangue, che si traduce oggi in un rapporto assurdo con le donne, in un divieto d’ingresso ai non musulmani nei luoghi sacri, in una legge religiosa intransigente, ma anche in un rapporto malato con le immagini, con la rappresentazione e, quindi, con l’arte, oltre che con il corpo, con la nudità e con la libertà. L’Arabia Saudita è un Is che ce l’ha fatta.

Le nuove generazioni estremiste non sono nate jihadiste. Sono state nutrite dalla Fatwa valley.

Colpisce la negazione che l’occidente opera nei confronti di questo paese: consideriamo questa teocrazia un alleato e fingiamo di non vedere che è il principale mecenate ideologico della cultura islamista. Le nuove generazioni estremiste del cosiddetto mondo “arabo” non sono nate jihadiste. Sono state nutrite dalla Fatwa valley, una sorta di Vaticano islamista dotato di una vasta industria che produce teologi, leggi religiose, libri e politiche editoriali e mediatiche aggressive.

Si potrebbe ribattere affermando che anche l’Arabia Saudita è un bersaglio potenziale dell’Is. È vero, ma insistere su questo punto significa trascurare l’importanza dei legami tra la famiglia regnante e le gerarchie religiose che ne assicurano la stabilità (ma anche, e in misura sempre maggiore, la precarietà). A trovarsi in trappola è una famiglia reale che, indebolita da regole di successione dinastica che accentuano il rinnovamento, si aggrappa dunque all’ancestrale alleanza tra re e religiosi. Il clero saudita produce l’estremismo islamico che minaccia il paese ma che assicura anche la legittimità del regime.

Bisogna vivere nel mondo musulmano per comprendere l’immenso potere esercitato dai canali televisivi religiosi sulla società attraverso i suoi anelli più deboli: le famiglie, le donne, gli ambienti rurali. La cultura islamista si è diffusa oggi in molti paesi: Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Egitto, Mali, Mauritania. Vi sono qui migliaia di giornali e di canali televisivi islamisti (come Echourouk e Iqra), oltre che religiosi che impongono la loro visione unica del mondo, della tradizione e dell’abbigliamento nello spazio pubblico, così come nei testi legali e nei riti di una società che considerano corrotta.

Il gruppo Stato islamico ha una madre: l’invasione dell’Iraq. Ma anche un padre: l’Arabia Saudita e la sua industria ideologica.

Bisogna leggere alcuni giornali islamisti e le loro reazioni agli attentati di Parigi. In essi l’occidente è presentato come il luogo “dei paesi empi”, gli attentati sono la conseguenza degli attacchi all’islam, i musulmani e gli arabi sono diventati i nemici dei laici e degli ebrei. La questione palestinese, la distruzione dell’Iraq e il ricordo del trauma coloniale vengono usati per convincere le masse con discorsi dai toni messianici. Mentre questo discorso si impone nella società, più in alto i poteri politici presentano le loro condoglianze alla Francia e denunciano un crimine contro l’umanità. Una situazione di totale schizofrenia, parallela alla negazione operata dall’occidente nei confronti dell’Arabia Saudita.

Tutto ciò suscita qualche perplessità di fronte alle roboanti dichiarazioni delle democrazie occidentali sulla necessità di lottare contro il terrorismo. Si tratta di una “guerra” miope poiché prende di mira l’effetto e non la causa. L’Is è una cultura prima di essere una milizia: come impedire che le generazioni future scelgano il jihadismo se non sono stati arginati gli effetti della Fatwa valley, dei suoi religiosi, della sua cultura e della sua immensa industria editoriale?

Un equilibrio illusorio

Guarire questo male sarebbe dunque un compito facile? Non esattamente. L’Arabia Saudita, sorta di Is bianco, resta un alleato dell’occidente nel gioco delle alleanze mediorientali. Viene preferita all’Iran, un Is grigio. Ma si tratta di una trappola che, attraverso la negazione, produce un equilibrio illusorio: il jihadismo viene denunciato come il male del secolo ma non ci si concentra su ciò che lo ha creato e lo sostiene. Questo permette di salvare la faccia, ma non le vite umane.

Il gruppo Stato islamico ha una madre: l’invasione dell’Iraq. Ma anche un padre: l’Arabia Saudita e la sua industria ideologica. Se l’intervento occidentale ha fornito delle ragioni ai disperati del mondo arabo, il regno saudita gli ha offerto un credo e delle convinzioni. Se non lo capiamo, perderemo la guerra anche se dovessimo vincere delle battaglie. Uccideremo dei jihadisti ma questi rinasceranno nelle prossime generazioni, nutriti dagli stessi libri.

Gli attentati di Parigi rimettono in evidenza questa contraddizione. Ma come dopo l’11 settembre, rischiamo di cancellarla dalle analisi e dalle coscienze.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul New York Times il 25 novembre 2015.

http://www.internazionale.it/opinione/kamel-daoud/2015/11/25/terrorismo-stato-islamico-arabia-saudita

 

Arabia Saudita: i nostri amici ne ammazzano 47

La rara immagine di un'esecuzione per decapitazione in Arabia Saudita.

La rara immagine di un’esecuzione per decapitazione in Arabia Saudita.

Lo Stato canaglia per eccellenza del Medio Oriente, l’Arabia Saudita, ha iniziato il 2016 esattamente come aveva concluso il 2015: ammazzando gente. 47 esecuzioni capitali per decapitazione o fucilazione in un solo giorno. Il che vuol dire che il secondo giorno dell’anno il regime wahabita ha già messo a morte un terzo delle persone uccise nel 2015 (157, secondo il calcolo delle diverse organizzazioni umanitarie) e più di metà di quelle uccise nel 2014 (87).

La pena di morte, in Arabia Saudita, è sempre meno uno strumento, pure allucinante, della giustizia penale e sempre più uno strumento di controllo sociale, usato senza alcun ritegno dall’accoppiata re-muftì. Il re Salman al-Saud, sul trono da meno di un anno, e Sheikh Abdul Aziz Alal-Sheikh, gran muftì dal 1999, per il quale parlano certe fatwa: per esempio, nel 2012, l’invito a distruggere tutte le Chiese cattoliche della penisola arabica e, sempre quell’anno, la conferma della legittimità del matrimonio coatto per le bambine di 10 anni.

Vedremo se la stampa internazionale, domani, parlerà di “svolta storica” per l’Arabia Saudita, come si precipitò a fare, poco tempo fa, per l’elezione di 13 donne in una tornata elettorale disertata dagli elettori (25% di affluenza ai seggi) perché coreografica e ininfluente.

Nell’attesa, molti si sono concentrati sulla messa a morte dello sceicco Nimr al-Nimr, influente esponente della comunità sciita, minoritaria in Arabia Saudita (10-15% della popolazione) ma forte nella provincia del Qatif, affacciata sul Golfo Persico, ricca di riserve petrolifere (produce 500 mila barili al giorno dal 2004) e vicina al Bahrein. Con la Primavera araba del 2011, Nimr al-Nimr era diventato una figura di punta nella contestazione al regime e nella richiesta di maggiori diritti per le minoranze religiose. Gli sciiti del Qatif avevano anche cominciato a chiedere la separazione dall’Arabia Saudita e l’annessione al Bahrein, dove gli sciiti sono maggioranza (70% della popolazione) ma soggetti alla monarchia sunnita degli Al Khalifa.

Richiesta che aveva fatto scattare la repressione: gli Al Khalifa chiesero l’intervento dell’Arabia Saudita che mandò in Bahrein l’esercito, con tanto di forze corazzate. Morti, feriti, prigionieri politici e torture a seguire, senza alcuno scandalo internazionale. Al contrario, con la benevola approvazione del premio Nobel per la Pace Barack Obama.

Mettere a morte Al Nimr, oltre a molti altri personaggi che avevano come colpa soprattutto quella di opporsi agli Al Saud, non vuol dire tanto cercare lo scontro con gli sciiti, perché questo scontro va avanti da secoli e non saranno queste esecuzioni a cambiarne la natura o la radicalità. Vuol dire soprattutto ricordare all’Occidente che il patto col diavolo dev’essere rispettato. L’Occidente che sventola la bandiera della democrazia, e della sua diffusione in Medio Oriente, non deve impicciarsi della penisola arabica, dove pure la democrazia è fatta a pezzi. Le maggioranze controllate da minoranze possono farsi sentire altrove, tipo in Siria. Ed essere anche armate, finanziate, organizzate, sponsorizzate all’Onu e in ogni dove. Ma non in Bahrein.

E l’Arabia Saudita può fare ciò che vuole: appoggiarsi a una delle versioni dell’islam più retrive per giustificare la repressione politica, esportare il credo wahabita nel mondo, finanziare quasi tutti i movimenti islamisti più radicali, fomentare guerre civili, intervenire militarmente in altri Paesi, bombardare villaggi e città dello Yemen (quasi 6 mila morti, tra i quali tantissimi bambini, nella guerra contro i ribelli sciiti Houthi), appoggiare gli islamisti in Siria. Per noi va tutto bene.

Al momento in cui scrivo, Barack Obama non ha aperto bocca sulle 47 esecuzioni. Forse è meglio così: probabilmente direbbe “l’Arabia Saudita ha diritto di difendersi”, come se non bastassero i 27 mila soldati Usa sul Golfo Persico, le basi, le imponenti forniture di armi che da due anni fanno proprio dei sauditi i maggiori acquirenti e importatori di armi del mondo (primi, con 20 milioni di abitanti, davanti all’India, grande come un continente e con 1,3 miliardi di abitanti). Del resto, Obama portò la famiglia e mezzo Governo Usa a piangere ai funerali del re saudita Abdallah, un anno fa, e quindi non c’è molto da aspettarsi.

Nulla dirà anche il presidente francese Hollande, visto che solo due mesi fa il suo premier Manuel Valls andò a Riad e twittò orgoglioso per i 10 miliardi in contratti che riportava a casa, anche sotto forma di vendita di armi. Tacerà anche Matteo Renzi che pure non ama tacere: quando andò a Mosca si precipitò a portare fiori sul ponte dov’era stato ucciso Boris Nemtzov, oppositore di Vladimir Putin. Dubito che farà lo stesso gesto per Al Nimr:  anche Renzi è stato da poco in Arabia Saudita, anche lui ha firmato contratti, ha dispensato sorrisi ed è tornato a casa. In silenzio.

Articolo di Famiglia Cristiana, pubblicato il 2 gennaio 2016.

Questi e altri temi di esteri anche su fulvioscaglione.com

L’assassinio di Tahir Elçi e quel ramo d’ulivo caduto dalla sua bocca.

“Beati gli operatori di pace…

 

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Il presidente dell’ordine forense di Diyarbakir, Tahir Elçi, è stato assassinato nel corso di una conferenza stampa, a Diyarbakir, nel sud-est a maggioranza curda della Turchia.

Da quello che emerge si tratta quasi certamente di un delitto politico, o forse è meglio definirlo un vero e proprio barbaro omicidio di Stato, col beneplacito del Presidente turco, il sultano Erdogan.

Tahir Elçi dava fastidio, perché era il più influente avvocato a difesa dei diritti dei curdi in Turchia.  Si trovava a Dyarbakir per una conferenza di pace; poco prima di venire ucciso stava invocando la tregua tra le forze di sicurezza turche e i combattenti del PKK.

Poco dopo gli spari tra polizia e assalitori, Elçi rimane colpito alla nuca e stramazza a terra. Il video è davvero sconvolgente nel documentare gli ultimi attimi della sparatoria.

Tahir Elçi era nel mirino degli affiliati di Erdogan da molto tempo per via della sua lotta per i diritti umani, la libertà e la pace; è diventato un obiettivo da eliminare dopo aver dichiarato qualche settimana fa, nel corso di un programma televisivo, che il PKK non è un’organizzazione terroristica. Per questa dichiarazione l’avvocato è stato prima arrestato il 19 ottobre a Diyarbakir, successivamente è stato rinviato a giudizio e condannato a sette anni e mezzo di reclusione, con l’accusa di propaganda di organizzazione terroristica.

Evidentemente per i suoi detrattori il semplice arresto non bastava. Era necessario un regolamento di conti definitivo, in stile mafioso.

Ci si chiede se in Turchia potrà mai essere auspicabile un processo di pace, che possa condurre verso la coesione sociale e basilari diritti di tutela della dignità umana…

Resto convinto che il sacrificio di Tahir Elçi non sia stato e non sarà vano; la sua testimonianza e la sua morte faranno crescere germogli di pace in una generazione sempre più subdolamente protesa a una mentalità politica di terrore, corruzione e censura. Certo è che sarà molto difficile, visti anche i recenti fatti che hanno calpestato l’essenza basilare della democrazia e della libertà d’espressione. Nei giorni scorsi sono stati infatti arrestati, accusati di spionaggio, il caporedattore e il direttore del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, per uno scoop nel quale rivelarono un presunto passaggio di camion carichi di armi dalla Turchia alla Siria. Il reportage svelava i metodi con cui lo Stato turco forniva armi ai ribelli siriani anti Assad.

funerale Tahir Elci

Almeno 50mila persone hanno partecipato a Diyarbakir, in Turchia, ai funerali del leader degli avvocati curdi Tahir Elçi. Nel corso della celebrazione la moglie ha affermato che “Gli hanno sparato alla nuca e il ramo dell’ulivo è caduto dalla sua bocca”. Il ramo dell’ulivo è il simbolo della pace. Qualcuno afferma che quando un giusto muore, esalando l’ultimo respiro, dona la sua vita al mondo intero. E lo salva. Come se quel respiro si unisse a quello di Gesù inchiodato sulla Croce, prima di spirare. “Tutto è compiuto”.

I martiri non muoiono

Siamo disposti a patire delle sconfitte pur di rimanere dalla parte della giustizia?

Siamo disposti di rischiare la solitudine pur di stare dalla parte della verità?

Probabilmente sarà necessario coltivare un desiderio nuovo, che spinga ad andare oltre rispetto a quel limite chiamato paura. Osare anche a costo di andare incontro a delle sconfitte e ingiustizie.

Ben sapendo che quelle sconfitte e ingiustizie sono destinate soltanto ai più bravi, ai più coraggiosi e a coloro che sono capaci di sognare.

A coloro che amano la vita e la spendono per gli altri, sino a consumarsi di gioia e di passione.

A quelli che non tengono solo per sé ma vivono il proprio tempo e le proprie capacità come dono per gli altri.

Sì ne sono convinto, penso che soltanto alcuni privilegiati possano perdere per un’ingiustizia. Talvolta perdendo anche la propria vita. 

E devono andarne orgogliosi.

Perché in realtà perdendo hanno vinto.

 (tratto da La piuma tra cielo e terra, di Simone Caruso)

…perché saranno chiamati figli di Dio”

Dove vogliono arrivare?

Nell’incandescente scenario mediorientale lascia stupiti il sorgere di atteggiamenti ostili sempre più marcati tra Stati quali la Turchia e la Russia, entrambi da ritenersi, formalmente, alleati contro il Califfato Islamico, l’Isis.

Il 24 novembre è però giunta notizia dell’abbattimento di un caccia Sukhoi24 dell’aviazione russa da parte di due F-16 di Ankara.

Il ministero della Difesa russo ha confermato che un suo jet è stato abbattuto da F-16 turchi vicino al confine con la Turchia. Da Mosca hanno precisato che l’aereo da guerra è stato colpito mentre si trovava nello spazio aereo siriano a 6000 metri di altitudine e non in quello turco, come sostengono invece le autorità turche.

Il fatto che i rottami del velivolo siano stati trovati in Siria a 4 km dal confine con la Turchia sembra rafforzare i dubbi sul fatto che il caccia russo Su-24 sia entrato nello spazio aereo turco. Ciò conferma come il caccia sia stato abbattuto quando oramai si trovava in territorio siriano. Dunque una reazione spropositata da parte della Turchia.

Va detto che tra Turchia e Russia questi scontri e accuse reciproche emergano già da alcuni anni; è comunque chiaro che tra queste due potenze le mire comuni per ottenere un futuro avamposto in Siria, fanno sì che i loro interessi geopolitici inneschino gravi e pericolosi motivi di tensione reciproca. Con provocazioni che a lungo andare potrebbero creare i presupposti per “scenari da incubo per il mondo” come ha titolato ieri 24 novembre il Corriere della Sera. Innescando una pericolosissima spirale.

L’obiettivo strategico di Putin è quello di creare, anche per il futuro, una vera e propria enclave russa nel Mediterraneo Orientale, che serva da base permanente per la sua flotta destinata al controllo di quelle acque. Quest’obiettivo è dunque rigettato dalla Turchia, ma anche dagli Stati Uniti e dalla Nato.

Dopo l’abbattimento del jet russo da parte della Turchia, Obama ha affermato: “Ankara ha il diritto di difendere il proprio territorio”.

In tutta risposta Mosca  ha annunciato oggi che bloccherà la fornitura di gas all’Ucraina, creando rischi per la fornitura in Europa.

Dove vogliono arrivare?