Camminando sul filo, verso la speranza

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Foto scattata nei pressi di Oyabi, Gabon.

 

Il Cammino mi ha insegnato a restare appeso su quel filo, andando avanti un passo alla volta, depurando il cuore e la mente dalle ansie di dover volgere verso l’una o l’altra parte, percependo ogni passo con la speranza di trovare la mia identità e il senso del mio essere.

Camminare su un filo non significa cercare il compromesso con se stessi. Il funambolo sa che il suo percorso è unico e irripetibile, è anticonformista per natura e non accetta comode e applaudite mediazioni. Proprio per questo è consapevole che, per diventare più leggero, dovrà accettare di percorrere anche la via della sofferenza. Ma questa gli plasmerà il cuore donandogli la vera libertà.

Perché soltanto imparando a camminare sul filo può definitivamente spogliarsi delle sue barriere e degli antichi schemi mentali che, per la paura di cadere nel vuoto, ne hanno frenato il passo.

Il funambolo sa che il vero equilibrio è dato dal movimento, e non dall’immobilità.

Estratto del libro “La Piuma tra Cielo e Terra”

«È possibile spiegare tutto, senza nulla comprendere»

 

Come sosteneva profeticamente Karl Jaspers «È possibile spiegare tutto, senza nulla comprendere»

Oggi sta accadendo proprio così; anche l’utilizzo della libertà è uno strumento per manipolare le menti e instaurare la dittatura del desiderio indotto.

La scarsa memoria del popolo e il suo controllo sono la forza di quel pensiero unico chiamato consumismo capitalista. Come cantava Giorgio Gaber all’inizio del nuovo millennio non ci sono più differenze tra destra e sinistra. Ma anche in generale è diventato così. Il consumismo capitalista vuole controllare le coscienze, cercando persino di cancellarle. Esso sradica il concetto di popolo, creando nel tempo l’omologazione culturale. Siamo diventati uomini soli e infelici, col bisogno compulsivo di soddisfare i nostri sacrosanti “diritti individuali”. Abbiamo perso il senso profondo della parola “insieme”.

Il pensiero unico aspira alla creazione di una società da catalogare e omologare alle sue logiche totalizzanti. Una società che annulli le differenze massificando gli individui. E i diritti individuali sostituiscono di conseguenza quelli sociali. Nella logica del desiderio il capitalismo attira a sé l’individuo, relegandolo a semplice numero. E così l’essere umano perde la sua libertà, restando inscindibilmente soggiogato al potere. Quello che conta è la sua funzionalità. Una volta ritenuto ingombrante l’essere umano viene definitivamente scartato.

Il capitalismo ha come scopo quello di omologare “feticci d’identità”, certamente più malleabili, eliminando il valore identitario dell’individuo,  Nella mancanza del proprio sé identitario questa ideologia totalitaria crea e plasma il nuovo consumatore, facendolo diventare merce. Qualsiasi cosa diventa fluttuante, relativa, provvisoria. Non esistono più né passato né futuro; ciò che conta è l’illusoria soddisfazione del presente. Dietro le logiche buoniste del politicamente corretto il capitalismo ha un’unica finalità, quella di renderci suoi schiavi.

Viviamo tempi di grande irrazionalità e schiavitù in un’epoca che si professa paladina della ragione e della libertà. 

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Idee da possedere, idee da vivere…

Oggi va di moda possedere un’idea piuttosto che custodirla, catalogarla piuttosto che coltivarla. Nella società dell’immediatezza è sintomatico ritrovarsi con un’idea preconfezionata, e la tentazione di farsi risucchiare dai meccanismi della propaganda è davvero molto forte.

È l’idea di comodo, quella che giustifica ogni pensiero e azione, anche il più meschino e superficiale, perché resta ferma nei suoi principi e nel suo non evolvere verso un punto di vista costruttivo, che cerchi quantomeno di incontrare l’altrui pensiero. È l’idea che vive in contrapposizione con la sua idea opposta, nella perenne lotta fondata sull’assenza di contenuti e su dogmi di pensiero fittizi e manipolatori.

Da questo vuoto di pensiero scaturisce l’ideologia, con la sua viscerale necessità di trovare a tutti i costi il nemico da combattere, da annientare o da redimere. E l’ideologia porta con sé i suoi valori, impregnati di istintiva emozionalità e astrazione simbolica. Finte chimere e idoli che rendono i seguaci dell’una e dell’altra idea identici e speculari, nel riflettere la propria immagine sul nemico.

Oggi c’è tanto bisogno di testimoni. Costruttori di idee, coraggiosi e pazienti, che non si fermino dinanzi alle prime difficoltà, muri, recinti e barriere. Ma che invece cerchino di andare oltre, varcando la soglia del pregiudizio, vivendo per la verità senza la presunzione di sentirsene i portatori.

Perché la verità non si può afferrare. La verità è libera dalle nostre idee e si può soltanto desiderare… se alzi lo sguardo potrai vederla librare come una colomba.

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Cisgiordania, foto scattata due anni fa, a pochi metri dal fiume Giordano. Una colomba vola sopra le nostre teste e sembra dirigersi verso due giovani militari israeliani, di guardia al confine con la Giordania…

La tregua di Natale del 1914

La notte di 102 anni fa accadde un evento sensazionale e incredibile, che da allora fu chiamato il miracolo della tregua di Natale. Era la notte del 24 dicembre 1914, nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Improvvisamente, senza che nulla fosse stato concordato, i soldati degli opposti schieramenti cessarono il fuoco. Si accesero candele, si cantarono inni di Natale. Iniziò un botta e risposta di auguri gridati da parte a parte, fino a che qualcuno si spinse fuori dalla propria trincea per incontrare il nemico e stringergli la mano. La “tregua di Natale” fu un atto straordinario e coraggioso che partì da semplici soldati mossi da sentimenti di profonda umanità e dal desiderio comune di andare oltre le profonde divisioni per costruire un tempo e uno spazio di pace.

Fu un evento per la sua straordinarietà unico, improbabile e irripetibile, nel contesto dell’odio degli esasperati nazionalismi che aveva già procurato un milione di morti. Una luce squarciò il buio dell’odio durante lo storico Armistizio di quella notte. Gli eserciti inglese e tedesco deposero le armi incontrandosi tra le due trincee, nella cosiddetta terra di nessuno, che si tramutò in una terra di fratellanza.

Questa storia ci pone dinanzi a una domanda, se è davvero impossibile costruire un mondo di pace.

La partita di calcio che venne giocata nel corso della tregua di Natale tra inglesi e tedeschi, vinta da questi ultimi 3-2.

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Soldati inglesi e tedeschi si scambiano doni. Nella foto un soldato tedesco accende una sigaretta a uno inglese.

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Il quotidiano inglese “Daily Mirror” l’8 Gennaio 1915 pubblicò una foto in prima pagina che fece molto scalpore, dove si vedono soldati inglesi e tedeschi insieme, col seguente titolo “An historic group: british and german soldiers photographed together”.

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«Mentre osservavo il campo ancora sognante, i miei occhi hanno colto un bagliore nell’oscurità. A quell’ora della notte una luce nella trincea nemica è una cosa così rara che ho passato la voce. Non avevo ancora finito che lungo tutta la linea tedesca è sbocciata una luce dopo l’altra. Subito dopo, vicino alle nostre buche, così vicino da farmi stringere forte il fucile, ho sentito una voce. Non si poteva confondere quell’accento, con il suo timbro roco. Ho teso le orecchie, rimanendo in ascolto, ed ecco arrivare lungo tutta la nostra linea un saluto mai sentito in questa guerra: Soldato inglese, soldato inglese, buon Natale! Buon Natale!
Frederick W. Healt

La memoria del cammino

Librando l’anima

il cuore pulsa all’unisono col Creato

e la sua armonia riflette

negli occhi colmi di meraviglia di un bambino.

Ritrovando quella purezza,

lo stupore e la fede

l’uomo tornerà a camminare

verso la Verità.

E i suoi passi tracceranno

impronte indissolubili di speranza, 

in un abbraccio che unirà

Cielo e Terra.

Memoria di un avvenire vivo nel presente, 

che nessuno potrà cancellare,

né potrà mai dimenticare.

     Copyright. Tutti i diritti sono riservati.

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Questa foto l’ho scattata la mattina del 24 agosto, lungo il cammino della Via Francigena, verso Ronciglione. Abbiamo camminato per ore dentro la foresta, sentendo più volte gli ululati minacciosi dei cinghiali a poca distanza. A un certo punto una luce ha illuminato i nostri passi impauriti e titubanti. Un bagliore di speranza nel buio della nostra notte…

Giornata Mondiale della Salute Mentale…un ricordo di vent’anni fa.

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Oggi si celebra la giornata mondiale della salute mentale.

I disturbi mentali riguardano 164 milioni di europei, vale a dire il 38,2% della popolazione totale. Numeri che fanno rabbrividire. In Italia la malattia mentale riguarda 17 milioni di persone. Siamo a circa un terzo della popolazione complessiva.

Probabilmente andrebbero fatte molte considerazioni in merito, la più ovvia è quella che la nostra è una società malata. E che, nonostante ciò, fa finta di non esserlo… Sarebbe anche interessante sapere se talvolta i veri malati siano quelli dentro le strutture psichiatriche oppure fuori.

Circa vent’anni fa fui destinato in provincia di Vicenza presso una comunità di malati mentali, come obiettore di coscienza. Lì trascorsi ben undici mesi. Da quell’esperienza scaturì il mio primo libro, intitolato “Sto malissimo”.

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Ecco un estratto, la storia di Rosa… “La rosa più bella”.

“Oggi Rosa è morta. L’hanno trovata sola in casa, stesa a terra, dissanguata con una siringa infilata nel braccio. Causa della morte, overdose.” Questa è la storia di Rosa, una donna calpestata dal peso della nostra società, che non ha tempo di fermarsi e aiutare chi, come lei, è affetto da grandi problemi. Nei suoi occhi si leggevano le umiliazioni e le frustrazioni subite nel corso di trentasette anni pieni di sofferenze, solitudine e abbandoni. I suoi occhi, bellissimi, grandi e scuri, esprimevano quello che Rosa non voleva raccontare. I suoi occhi, tanto intensi, rappresentavano la tristezza della sua esistenza. E il suo sorriso, raro a vedersi, come gli occhi era spento. Quando però la vedevo sorridere mi sentivo felice, nonostante fossi conscio della sua situazione mi illudevo per qualche istante che quel sorriso potesse donarle un po’ di felicità, giusto quel poco che le sarebbe servito in passato per farle evitare certe esperienze.

Sieropositiva, violentata dal padre dal quale ebbe due figli, Rosa si prostituì e chiese l’elemosina per mantenersi, ebbe una relazione con un tossicodipendente poi morto di Aids e lei stessa fece uso abituale di eroina, oltre a essere stata alcolista. Ma la sua presenza in comunità, secondo i medici, era da attribuire soltanto ai suoi gravi disturbi mentali e psichici. Fin dal primo giorno ebbi l’impressione che Rosa tendesse con facilità a mettersi in mostra, lamentandosi per ogni problema, anche inesistente. Era evidente che non amava vivere in comunità. Rosa era zingara rom ed era orgogliosa del suo atteggiamento libero e selvaggio. Tutto ciò rendeva difficile poter gestire le sue metamorfosi e la sua asprezza, considerando inoltre la mancanza di attrezzature compatibili con la sua sieropositività, che rendeva la comunità un luogo inadatto per poter pensare a programmi di reinserimento. Comunque la psicologa della comunità, insieme agli assistenti sociali, aveva progettato un suo reinserimento parziale nella società, con l’obiettivo di farla vivere in una casa tutta sua. La sua presenza era motivo costante di tensione. Se una persona le stava antipatica lei la provocava in ogni modo possibile, offendendola pesantemente e subito dopo, con inaudita sfrontatezza, si rivolgeva a quella stessa persona chiedendo una sigaretta o un caffè. Probabilmente era dovuto alla sua mancanza di memoria causata dal pesante uso di droghe che fece per anni. Facilmente dimenticava i nomi delle persone, aveva scarsa cognizione spazio temporale e, soprattutto, era incapace di concludere un discorso. A volte lo iniziava e dopo un po’ si rivolgeva a qualcuno chiedendo se anch’egli aveva visto la Madonna, oppure udito voci spettrali che la chiamavano…

Spesso l’accompagnavo a ritirare la pensione o per informarsi sul trasloco dei mobili dalla sua vecchia casa, in quella nuova promessa dalla psicologa (nonché coordinatrice della comunità). Talvolta ci si fermava al bar per bere un caffè, scambiando quattro chiacchiere, nonostante la sua reticenza nel confidarsi. Ricordo il giorno in cui, insieme all’assistente sociale, accompagnai Rosa nella vecchia casa per decidere cosa portare in quella nuova. Non era una casa, ma un immondezzaio dove topi e scarafaggi erano i veri padroni. Sinceramente mi risultava complicato credere che Rosa potesse essere autosufficiente dentro una casa nuova, viste le condizioni di quella vecchia, ma ero convinto che a differenza di prima non sarebbe stata più sola. Il Comune e la psicologa infatti l’avrebbero supportata. Almeno così credevo. Osservando l’assistente sociale non riuscivo a decifrare i suoi silenzi e la sua impassibilità alle domande e considerazioni di Rosa, notavo una sua totale indifferenza alla prospettiva che una donna con tali problemi potesse incontrare ostacoli insormontabili se lasciata sola. Sebbene i progetti fossero ormai definitivi, a me Rosa sembrava tutto tranne che una donna autosufficiente! Le colpe non erano certo dell’assistente sociale, semplice burattino manovrato da altri. Rosa, raggiante di felicità, lasciò la comunità e col consenso dei medici e della psicologa/coordinatrice si recò nel suo nuovo appartamento. Fu organizzata anche una prestigiosa cerimonia, e invitati numerosi giornalisti che riportarono sui quotidiani locali l’enfasi per quell’avvenimento che aveva del prodigioso: una donna sieropositiva con problemi mentali era diventata improvvisamente autonoma…

Dopo quindici giorni, a seguito di una grave crisi, Rosa fu trasferita in un ospedale psichiatrico e dopo un mese di degenza tornò definitivamente nella sua casa. Nessun medico o responsabile della comunità si ricordò più di lei. Purtroppo di questa vicenda si conosce soltanto il triste epilogo, scritto dagli stessi responsabili che decisero il trasferimento di Rosa nella nuova casa, lasciandola sola.

Dopo il “successo politico” non solo non interessò più, ma divenne probabilmente un peso troppo ingombrante da mantenere. E bisognava disfarsene.

Poco prima di finire il mio percorso da obiettore mi venne consegnato un foglio stropicciato, scritto da Rosa prima di morire. Era il suo testamento spirituale.

“E’ da tanto tempo che volevo una casa. Non vi sto qui a raccontare, vi dico solo che ho fatto un anno in comunità e soffrivo. Ora sono a casa e soffro ancora. Sono stanca di pregare…sono stanca di questa vita, io spero che il buon Dio mi porti presto con lui. Ciao, vi voglio bene anche se non vi conosco.”

Qui sotto un articolo molto interessante sulla situazione attuale della malattia mentale in Italia e in Europa, pubblicato su La Stampa.

http://www.lastampa.it/2016/10/10/scienza/benessere/giornata-della-salute-mentale-il-primo-aiuto-argina-i-traumi-6ey6NGMDFbGutOvtsJE17I/pagina.html

La luna e la stella

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Una sera di giugno una stella si avvicinò alla luna e le disse:

“Sai luna io ti invidio, perché tu sei bellissima, grande, maestosa,

splendi nel buio della notte,

gli innamorati contemplandoti dedicano poesie d’amore…

Io invece sono piccola, uguale a tante e proprio per questo

mi confondo tra le altre stelle”.

La luna le rispose: “Vedi stella, se tu comprendessi la tua unicità

non parleresti in questo modo. Tu sei unica proprio perché splendi

insieme alle altre.

E anch’io mi sento più bella con te accanto.

Perché la vera bellezza non deriva mai da sé stessi,

ma dalla luce donata”.

La stella si sentì felice e piena di gioia iniziò a splendere così tanto

che quella sera sembrò quasi riflettere lo splendore della luna.

da “La piuma tra cielo e terra”, di Simone Caruso

Difficilmente ci rendiamo conto della nostra bellezza, delle nostre potenzialità e di quanto teniamo dentro di noi e non utilizziamo, per paura di sbagliare o di subire il giudizio negativo da parte degli altri. Nella mia vita ho compreso quanto sia necessario avere pazienza con sé stessi, perché per raggiungere una sana e fruttuosa consapevolezza dell’io bisogna sperimentare innanzitutto cadute e fallimenti. Imparando ad amare i nostri limiti e, poco alla volta, a riderci sopra, demitizzandoci e scendendo dal piedistallo dell’idea di come vorremmo che gli altri ci guardassero. Queste proiezioni esterne si imprimono un poco alla volta nella nostra mentalità, nella nostra cultura e persino nel nostro credo religioso, condizionandone azioni e scelte. L’idealizzazione del reale significa restare immobili, crogiolandosi sui sensi di colpa del passato e sulle aspettative del futuro, senza focalizzare lo sguardo sul presente. Per poterci liberare da queste zavorre di male occorre innanzitutto metterci in cammino. Ripartendo da ciò che siamo, né più né meno. E chi siamo lo possiamo scoprire cambiando finalmente prospettiva: non è più il mondo a dover guardare me, ma sono io a guardarlo con occhi nuovi, quelli dello stupore. La bellezza di ognuno  resta fissa lì, all’interno di quello sguardo penetrante, accogliente, aperto alla vita e agli altri, uno sguardo che esce fuori da me per immergersi nella bellezza di ogni attimo vissuto. Uno sguardo che è azione presente nel tempo presente: è qui, adesso, ora. Per andare “oltre”. Diventa dunque una sfida continua, che parte dall’oscurità e conduce, attraverso il tunnel del senso di inadeguatezza personale, alla luce. E quella luce alimenta il dono di sé, per diventare consci del progetto assegnato, per costruire il senso della nostra esistenza. Uno sguardo dunque che diventa richiamo dell’anima, e di conseguenza eco di eternità.