“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”

Venerdì 28 marzo 2020, alle ore 18 è avvenuto un momento straordinario.

Papa Francesco sul sagrato di Piazza San Pietro prega e chiede a Dio di far cessare la pandemia del Coronavirus. Probabilmente è stato uno di quei momenti in cui ti rendi conto che ciò che vedi sta per entrare nella Storia. Papa Francesco alla fine ha impartito la benedizione Urbi et Orbi e l’indulgenza plenaria per la remissione dei peccati.

Diciamo che solo un mese fa un’adorazione eucaristica su Rai 1 sarebbe stato qualcosa di assolutamente inimmaginabile. Ma ciò che più ha colpito è stata l’empatia del Papa, un’empatia a cui ci ha abituato da anni, ma che stavolta è stata ancora più evidente nel vuoto di una piazza immensa, un vuoto che ha contribuito a creare un misto di sensazioni, stupore e sacralità, senso di smarrimento ma anche di fiducia per quell’uomo vestito di bianco che è sembrato quasi farsi carico di tutto il dolore del mondo. Le sue parole sono riecheggiate poderose in quella piazza vuota, diramandosi e raggiungendo tutte le parti del mondo. Un’empatia fatta di gesti e parole, certo affaticati pieni di determinazione. Commuove la sua capacità nitida, profondissima e semplice al tempo stesso, di essere entrato nel cuore di milioni di persone che lo hanno seguito in TV: Il popolo di Dio, da lui spesso citato e guardato con forte rispetto. E dopo la lettura del Vangelo (la tempesta sedata Mc 4,35) il Papa ha detto la sua omelia.

Parole di fuoco che hanno riecheggiato con potenza il vuoto di piazza San Pietro e del mondo intero. Papa Francesco si è fatto carico della paura e della sofferenza globale per portare il conforto di Colui che ha vinto la morte per sempre. Sono parole che danno pace nella tempesta di questo tempo. E mai come oggi in quelle parole ci siamo dentro tutti, sì proprio tutti, credenti, dubbiosi, atei convinti. In quelle parole ci ritroviamo misteriosamente tutti figli di uno stesso Padre e ci sentiamo custoditi, protetti, rassicurati. Perché quelle parole infondono speranza e danno un senso, una prospettiva, un cammino e una meta cui poter giungere insieme.

Insomma un discorso che è risuonato come una Magna Carta per il futuro. Parole incise nella roccia che evocano un rinnovamento necessario. Volgendo al futuro nulla sarà più come prima. E forse già adesso dobbiamo orientarci verso un cambiamento radicale, che possa sostituire il noi all’io.

 

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Omelia del Santo Padre

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

Realtà o immaginazione…cosa preferite?

Che strano tempo il nostro…rifugge il reale e cerca illogiche scappatoie verso l’irrazionalità del suo essere. Un po’ come un gatto che continua a mordersi la coda senza sapere perché lo fa…Siamo immersi in questa specie di frullatore che tutto mescola, tutto confonde, tutto cela sotto una fitta nebbia: realtà e immaginazione diventano un’unica cosa difficile da separare. Diventa difficile dare un nome alle cose (qualcuno ricorda 1984 di George Orwell e il significato di neolingua?). Soprattutto quando c’è un sistema di potere che strumentalizza e giustifica questo corto circuito, si insinua nell’alimentare il metodo del divide et impera per renderci una massa indistinta e avulsa. E così aderiamo al pensiero unico dell’ideologia di parte per non avere neanche il disturbo di pensare. Come tifosi che vivono per il successo della propria squadra… conta soltanto quello nella vita. Perché ormai è tutto pronto, basta un like o un mi piace per farci sentire vivi. E non ci rendiamo conto che in realtà siamo soltanto utili al sistema, pronti per essere indirizzati verso un potere globale che tutto vuole, tranne che la nostra felicità.

Se non fosse tragica la situazione verrebbe pure da ridere, perché siamo talmente assuefatti da stereotipi irrazionali che le stesse idee che ci vengono proposte (e imposte) negano di per sé ciò che (ci dicono) vorrebbero difendere! E questo ha del surreale…significa che possono dirci tutto e il contrario di tutto, ma noi restiamo lì, inermi come se nulla fosse. Stranamente abbiamo raggiunto un grado di assuefazione cronico proprio nell’epoca in cui dovremmo avere più strumenti per far valere il nostro diritto alla libertà.

E questo accade da qualsiasi prospettiva ci poniamo, da destra come da sinistra il risultato alla fine è identico: distorsione tra reale e finzione, il confine sfuma sino a comporre un corpo unico, una bolla che ci ingloba e rende assordante, innocuo, impotente qualsiasi pensiero critico.

Esempi? Ne bastano due, avvenuti sia da destra che da sinistra. Da una parte il tweet del Ministro dell’Interno Matteo Salvini (e non solo lui, basti pensare ciò che ha scritto Giorgia Meloni sui presunti omicidi compiuti da due magrebini…) sulla foto di Gabriel Christian Natale Hjorth, amico del reo confesso Finnegan Lee Elder, per l’omicidio del carabiniere Mario Cerciello Rega, ammanettato e bendato, scattata in caserma evidentemente da un carabiniere e diffusa sul web. Nel tweet il Ministro Salvini propone ai suoi centinaia di migliaia di followers un sondaggio: “voi pensate che si tratti di una foto choc?”

Prima premessa, la stessa Arma dei Carabinieri ha aperto un’indagine interna considerata l’azione compiuta in caserma “inconcepibile”. Seconda premessa, come confermato da diversi avvocati il danno d’immagine è palese, tant’è che la confessione del giovane americano potrebbe essere dichiarata nulla. Terza premessa, le norme dell’ordinamento italiano e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sanciscono il divieto di violenza e di tortura nei confronti dell’arrestato, considerati tra l’altro i diritti di un cittadino straniero. Quarta premessa, a fronte dei precedenti (Cermis e Amanda Knox) non è assurdo ritenere che la narrazione mediatica statunitense “spingerà” per lo stravolgimento dei fatti, con conseguenti “spinte geopolitiche”… Fatte queste dovute premesse passo al secondo tweet del Ministro Salvini, che in modo allusivo si chiede chi sia la vittima in tutta questa storia, e a chiare lettere da la risposta “l’unica vittima è un uomo, un figlio, un marito, un carabiniere, un servitore della patria!”

Capite bene che in questa risposta manchi qualcosa di fondamentale…ovvero il rispetto della verità e la caduta nell’irrazionalità. Innanzitutto perché qualcuno all’interno della caserma ha sbagliato, nel compiere quel gesto, nello scattare la foto e nel divulgarla. E un Ministro degli Interni non può non esternare pubblicamente questi fatti acclarati, ponendosi addirittura in contrasto coi vertici dell’Arma. Ovvio che la vittima di tutto questo sia il carabiniere Mario Cerciello Rega, non ci sono dubbi al riguardo, ovvio che la giustizia debba fare di tutto per trovare e punire i colpevoli, ma proprio per questo motivo quella foto deturpa e offende la memoria di Mario, come uomo e come carabiniere. E soprattutto calpesta il dolore dei suoi familiari. Creando peraltro gravi conseguenze nel proseguo delle indagini. Resta poi incredibile che un Ministro della Repubblica riduca in questo modo la complessità (e la gravità) di quanto accaduto diffondendo un linguaggio gretto e banale, infischiandosene delle regole e delle logiche istituzionali. Quello che si percepisce è un messaggio stereotipato e dunque lontano dalla complessità del reale, perché in un certo senso delegittima la stessa figura del Ministro degli Interni, che ricordiamolo resta pur sempre una carica a garanzia di tutela dello stato di diritto, soprattutto super partes. O almeno dovrebbe…

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Sull’altra sponda ideologica le nubi restano altrettanto fitte. A seguito di un articolo del quotidiano Libero che criticava Carola Rackete per essersi presentata in procura ad Agrigento a chiarire la vicenda della Sea Watch senza reggiseno, due ragazze torinesi di sinistra (Nicoletta Nobile e Giulia Trivero) hanno promosso la “giornata dei capezzoli liberi”, che siccome in italiano suona parecchio strano è stata tramutata in inglese (e anche qui si dovrebbe aprire un capitolo lunghissimo…) nella più glamour #freenipplesday. Una giornata di protesta e denuncia contro “l’ennesimo atto di prevaricazione sul corpo femminile”.

Cosa c’entri questo gesto simbolico, peraltro strumentale ai propri interessi di parte, rispetto al coraggio e alla grandezza di Carola Rackete nel compiere quello che ha fatto per salvare la vita dei migranti resta un mistero. La tendenza a banalizzare qualsiasi grande ideale o gesto coraggioso con il lancio di “campagne” e slogan propagandistici rende quel gesto virtuale, lontano dalla sua dirompente realtà. Insomma la realtà dalla sua straordinarietà diventa ordinaria, cliccabile, conformista, affine alle logiche del consumo…dunque destinata ad essere dimenticata.

Anche in questo caso ci troviamo dinanzi a un cortocircuito tra la complessità del problema (reale) e lo strumento banalissimo che mi viene chiesto per cambiare le cose (stereotipo del reale).

La sinistra contemporanea è priva di ardore per la lotta, quel desiderio che un tempo scaturiva per la difesa del popolo, in antitesi alla logica del consumo. Ora invece l’assorbimento di un pensiero liberal-consumista (che va oltre il suo essere progressista) è radicato nel suo DNA e porta a una deriva verso l’egoismo individuale di Stato, alimentato da un sempre più violento desiderio di tramutare il desiderabile in reale, l’impossibile in possibile… creando così dei vuoti che sempre qualcuno cercherà di riempire. Ieri come oggi.

Credo sussistano analogie specifiche tra queste due culture, seppur ideologicamente distanti in maniera siderale, ma così fortemente speculari nell’irrazionalità del loro essere.

E voi, dinanzi a realtà e immaginazione, che cosa preferite?

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Una scritta sublime

Stamattina stavo camminando quando a un certo punto mi sono trovato davanti questa scritta sublime, tanto vera…

Sembra quasi che l’autore abbia impresso sullo sfondo un cuore.

Il tempo è prezioso e spesso ce ne dimentichiamo. Preferiamo concentrare le nostre energie giudicando chi invece dovremmo imparare a guardare con amore. Meglio non perdere tempo dunque, anche perché amare senza giudizio ha un effetto terapeutico verso se stessi che tendiamo a svilire, ma è di fondamentale importanza per vivere davvero in pienezza: un’incrollabile pace interiore. 

 

foto vignate

Buon Natale!

Auguri di seguire la stella, l’unica luce che conduce alla vera luce.
Che questa fredda notte infonda pace e calore nei cuori di tutti e che alimenti sempre più il desiderio di sentirci generatori di speranza.
Auguri di trovare il coraggio, che è una lampada nella notte delle nostre paure. Per sentirci promotori di un nuovo umanesimo, partecipi della Creazione che è in continuo divenire e che necessita, in ogni istante, di uomini e donne di buona volontà.
Nell’ardore di farci cooperanti di vera bellezza.
Auguri di pace vicina e lontana, perché quella luce irradi il buio dei nostri egoismi squarciando le nostre becere individualità. E ci renda consapevoli della nostra indifferenza, facendocene vergognare.
Perché quella stella ci conduca oltre la comodità del nostro “io” per far nascere un “noi” altruista e disinteressato. Sentendo il desiderio ardente di lavorare per un bene più grande, che possa anelare nel cuore di ognuno.
Un cuore che soltanto nell’amore donato è capace di pulsare battiti di eternità.

Auguri di buon Natale a tutti

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Riflessi di Cielo

“Il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni vita umana alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione come un permanente invito a ricordare che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare.”

Hannah Arendt, Vita Activa

 

foto articolo Hannah Arendt (1)

 

foto articolo Hannah Arendt (2)

 

 

 

 

 

La nostra identità dinanzi ai tre bambini morti annegati nel Mediterraneo

3 bambini migranti morti nel mare

Se possiamo accettare tutto questo senza provare dolore e rabbia significa che abbiamo perso definitivamente la nostra dignità di esseri umani.

L’abbiamo calpestata e svenduta per trenta denari…il prezzo della vergogna, che ci rende responsabili della morte e del sangue di tante persone.

Perché si tratta di persone innanzitutto.

Quelli che si vedono nella foto sono infatti più di tre bambini morti annegati a causa del naufragio dell’imbarcazione dove si trovavano.

Questi bambini rappresentano la morte delle nostre coscienze, sono un grido violento e assordante contro la nostra tranquillità ostentata, contro il nostro trattare le persone come merce, contro la nostra indifferenza.

Sono lo specchio della nostra identità, ormai morta.

Ma tranquilli, perché questa ingiustizia non rimarrà senza conseguenze.

Prepariamoci a una prossima e legittima invasione, perché non è coi porti chiusi, con gli slogan populisti e con i muri che si costruisce il proprio futuro, lo si fa soltanto custodendo e proteggendo il senso dell’umano. 


L’alternativa è soltanto la morte.

Vita

Viviamo un’epoca dove paura e indifferenza nei confronti dell’altro dominano i cuori.
Diventa più comodo e strumentale erigere muri, catalogare il diverso, chiudere i porti, separare i buoni dai cattivi. Lo vuole il potere, alimentando l’odio per poterci controllare con maggiore facilità.
Crediamo di sentirci liberi e invece viviamo omologati nel pensiero, un pensiero unico sempre più superficiale e standardizzato, così distante dall’approfondimento critico di chi si sente in cammino verso la verità, pur sapendo di non poterla mai possedere. Perché la Verità è una scintilla inafferrabile, si può soltanto contemplare. Vivendo e morendo per essa.
Abbiamo perso la capacità di amare perché viviamo nella paura costante di tutto ciò che è sofferenza e diversità, è la Vita che fa paura, soprattutto nella sua fragilità, sia essa vita nascente che vita migrante. Nel sentirci liberi di poterla controllare e rifiutare, siamo diventati sovranisti del nostro corpo e del nostro Stato.
Ci siamo abituati a vivere di impulsi emozionali e irrazionali, senza pensiero critico, estirpando qualsiasi sentiero mentale introspettivo controcorrente. Pensare con la propria testa ormai è diventato molto pericoloso.
E così deleghiamo ad altri il potere di decidere per noi, liberandoci di questo fardello abbiamo perso la libertà.
Ogni cosa è fluida e relativa, ci vogliono far credere che non ci sia nulla di definitivo e che non esistono certezze: siamo immersi nella cultura della cosificazione della vita.
Non guardiamo più oltre, lì dove il mare si perde nel cielo, abbracciandosi con esso.
Forse dovremmo ricominciare a vivere di essenzialità, ponendoci in ascolto dell’Altro, restando nella Vita, credendo nel suo miracolo. Coltivando lo stupore, custodendo il desiderio di condividerlo. Per donarci.
Cercando nuove vie, alzando lo sguardo per afferrare quelle mani dure, sporche e callose, ma tanto gonfie d’amore, che chiedono soltanto di venire afferrate.
Per camminare insieme verso il Cielo.

schiavi

“Shemà Israel!”

Svegliati Israele, dal sonno della ragione, schiavitù del potere, da questo delirio di onnipotenza che è penetrato nella tua anima.
Svegliati prima che tu ti possa rendere conto del senso di profonda vergogna da cui non ti sarà più possibile liberarti.
Svegliati dalla paura che condiziona ogni tua scelta e che erge muri sul futuro, facendo morire la speranza in un mondo nuovo.
Svegliati dall’odio, perché l’odio genera odio e prima o poi tutto il sangue che scorre a causa tua si rivolgerà contro di te.
Svegliati Israele e ritrova la tua coscienza, il desiderio di sentirti un popolo che accoglie un altro popolo, lo tutela e lo protegge.
Ascolta Israele…Shemà Israel! Prima che sia troppo tardi, e forse già lo è.
Perché soltanto riscoprendo e coltivando l’amore potrai continuare a vivere e sperare, diversamente sarà per te la fine.

 

Svegliati Israele...

Opponiamoci alla “cosificazione della vita umana”

Il giurista Ugo Mattei, professore di diritto internazionale e comparato all’Università della California di San Francisco e professore di diritto privato all’Università di Torino, spiega le conseguenze dell’interconnessione globale degli oggetti e, molto presto, degli uomini (l’internet delle cose, “the internet of things”), delinea la fine dell’epoca basata sul diritto amministrato dai giuristi, e la fine stessa dei nostri diritti.
Probabilmente il titolo del servizio rischia di essere limitante e fuorviante in quella che invece è un’analisi assolutamente acuta e di elevato spessore culturale, che spazia su moltissimi aspetti e tematiche. Un’analisi che necessita di essere ascoltata più di una volta e approfondita, vista la complessità degli argomenti trattati.
Mattei spiega molto bene il progressivo stravolgimento dello status attribuito alla persona umana, che da individuo è diventato merce, “soggetto umano come categoria merceologica” fino a mera “cosificazione della vita umana”.
Stiamo attraversando una fase storica di processo di dissolvimento dell’individuo e della sua libertà, attraverso l’omologazione massiccia e standardizzata imposta dal potere: è l’ideologia iperliberista del capitalismo, che pianifica, controlla e impone tutto. Come qualsiasi dittatura. E l’individuo è morto, perché al posto dell’anima ha sostituito il profitto. In base a quanto vali tu sei, se non vali vieni scartato…”per il tuo maggiore interesse” ti viene detto.
Come sostiene Mattei è urgente rispondere e opporsi a questa nuova deriva totalitaria (a ben guardare molto più pericolosa di nazifascismo e comunismo, perché si presenta come subdola proposta di felicità terrena, la soluzione immediata ai bisogni emotivi e irrazionali dell’individuo), creando “obblighi collettivi di resistenza”.
Riscoprendo l’unità, la solidarietà e la condivisione. Coltivando spazi di appartenenza, che come dice Gaber sono connaturati nel “noi”, e riflettono quel desiderio ardente di eternità custodito in ogni cuore.

 

 

Grazie Alfie, per la forza manifestata nella tua fragilità.

Grazie perché in te si è rispecchiata la Vita, al di là delle futili contrapposizioni ideologiche della nostra miseria umana.

Grazie perché nel tuo silenzio hai parlato alle coscienze di tutti, hai smosso le coscienze di molti, hai interrogato sul senso del nostro vivere.

Grazie per averci lasciato tanto e per essere stato una fiammella di luce nella notte.

Una scintilla di eternità, che risplenderà per sempre.

 

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Syria sotto attacco delle fake news di USA, Francia e Gran Bretagna (con l’appoggio servile italiano)

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#Siria Alle ore 3.55 di stanotte è iniziata la tripla aggressione criminale di Usa, Francia e Gb con 100 missili tomahawk su diversi zone nei pressi della Capitale #Damasco La produzione di ognuno di essi ha un costo di $1.87Milioni, per un totale di $224M. Un atto non autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e in piena violazione di norme e principi del diritto internazionale.

Tutti i media occidentali hanno dato e continuano a dare per certo che i missili avrebbero colpito arsenali chimici vicino Damasco e Homs, giustificando l’azione promossa da Trump. Nessun organo di informazione però si chiede le conseguenze del lancio di questi missili sulla popolazione, dopo aver colpito i citati depositi di stoccaggio di armi chimiche…anche soltanto un plausibile disastro ambientale ad esempio.
Quasi in contemporanea ai missili lanciati dagli Alleati occidentali, la zona a sud di Damasco è stata attaccata da milizie jahidiste affiliate con l’Isis…
Forse è il caso di aprire gli occhi, dopo aver tappato la bocca.
Abbiamo idea delle gravi conseguenze che porterà con sé questo attacco scellerato? Come sostiene il bravissimo giornalista Alberto Negri (uno dei pochi ancora libero di dire ciò che pensa) “si tratta dell’ennesima tragica commedia mediorientale che non porterà benefici ai siriani e ai popoli mediorientali”.

E’ inoltre bene ricordare che oggi è iniziato il lavoro dell’OPCW – Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche con sede all’Aia, nei Paesi Bassi – da tutti considerata seria e affidabile. Questa organizzazione internazionale aveva già certificato nel 2013 la completa distruzione dell’arsenale chimico di Assad. Valeva forse la pena di attendere i risultati delle analisi sul terreno prima di lanciare missili su Damasco e Homs.

MISSILI USA

Non esiste alcuna prova fondata delle responsabilità del governo siriano nell’attacco con uso di armi chimiche del 7 aprile (anch’esso da dimostrare) sui civili. È gravissimo quello che sta avvenendo, tra l’altro con l’appoggio dei media nostrani (Rai e Sky stanno facendo una propaganda vergognosa a favore dei bombardamenti USA, Francia e GB). Ritengo che i nostri politici (veramente patetico il Presidente del Consiglio Gentiloni che come un cagnolino ripete il mantra delle armi chimiche di Assad e al tempo stesso invoca operazioni di pace, pur concedendo le basi di Sigonella agli aerei alleati…mah!) come rappresentanti del popolo dovrebbero battersi per difendere la verità. Una escalation militare causerebbe un’ulteriore destabilizzazione in Syria, con un conseguente aumento dei flussi migratorio anche verso l’Italia…proprio per questo mi chiedo, ma non sa di vergognosa ipocrisia prima bombardare uno Stato sovrano e indipendente del Medioriente (o essere dalla parte di chi bombarda, poco cambia) violando la Carta delle Nazioni Unite che vieta l’uso della forza contro i paesi membri, e poi voler chiudere le porte con sdegno ai migranti che, nel tentativo di fuggire da una guerra causata dai nostri missili, cercheranno rifugio anche in Italia?
In questo momento storico è soprattutto da questo principio basilare di difesa della Verità che si sviluppa la credibilità e l’importanza del nostro Paese nel panorama internazionale. E questo viene ancora prima della necessità legittima di formare un governo.
Altrimenti siamo destinati a restare sempre e comunque un Paese “al servizio” delle fake news di altri. Un Paese che dipende dalla menzogna di comodo è destinato a morire.

Missili sulla Siria