I campi di concentramento libici e la cultura dell’indifferenza

 

“Quella che ho visto in Libia è la forma più estrema di sfruttamento degli esseri umani” basata “sul sequestro, la violenza carnale, la tortura e la schiavitù” e “i leader europei sono complici” dello sfruttamento mentre “si congratulano del successo perché in Europa arriva meno gente” dall’Africa.

È con queste parole di dura accusa che la presidente internazionale di Médecins sans Frontieres, Joanne Liu, ha aperto una conferenza stampa tenuta a Bruxelles dopo la pubblicazione della lettera aperta inviata ai leader europei.

 

 

 

 

Nell’inferno libico l’essere umano viene annientato nella sua dignità. Il suo essere è dimenticato. Come accaduto con qualsiasi campo di concentramento, lager nazista e gulag comunista che fosse, il potere ideologico instaura una cultura dell’indifferenza, spalmando spessi strati di indifferenza sull’opinione pubblica.

Quell’opinione pubblica che, non vedendo il problema e sentendosi del tutto estranea, si ritiene tranquilla e con la coscienza a posto.

E invece è bene ricordarsi che chi tace acconsente, facendosi complice.

Le immagini dell’inferno in Libia, mostrate dal TG1

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Ieri sera alle 23.30 su Rai1 è andato in onda uno speciale del TG1 curato dal giornalista Amedeo Ricucci (davvero bravo e coraggioso!!), sulla Libia e i migranti che cercano di raggiungere l’Europa. Vale la pena guardarlo tutto, perché mostra chiaramente scene che normalmente non si vedono da nessuna parte.
Fanno particolarmente effetto le riprese dei centri di detenzione per migranti. Le immagini mostrano decine di persone ammassate e rinchiuse in stanze molto piccole…ambienti che ricordano veri e propri campi di concentramento.
Credo sia fondamentale conoscere questa dolorosa e sconcertante realtà, che aiuta a comprendere con oggettività la condizione disperata di chi tenta di raggiungere, dopo innumerevoli soprusi, ruberie, violenze e privazioni, le coste europee.

http://www.raiplay.it/video/2017/09/Speciale-Tg1-3c7aca8c-3f57-43c2-829d-4f98e29c6694.html

 

“Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti…
Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.”

Primo Levi
Se questo è un uomo

 

Quello che sta avvenendo nei campi di concentramento libici è qualcosa di vergognoso e agghiacciante…è la distruzione dell’essere umano. Vengono i brividi…esseri umani in trappole senza scampo…

Un giorno ci verrà chiesto che cosa abbiamo fatto dinanzi a tutto questo orrore…

 

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Viaggio in Gabon/4 #Africa…il neocolonialismo francese, una vergogna dell’umanità.

Rivisitando il mio viaggio in Gabon non posso certo tralasciare un aspetto determinante per comprenderne l’attualità, ovvero la dipendenza neocoloniale francese e le conseguenze che questa forma di sfruttamento pluridecennale arreca alla società gabonese (e africana).

Diciamolo subito, l’usurpazione di beni e di denaro della Francia nei confronti del Gabon (e degli altri Paesi africani da lei finanziariamente sfruttati – VEDI ARTICOLO SOTTO di Mawuna Remarque Koutonin) è uno scandalo, una vergogna dell’umanità di cui non si parla mai negli organi di informazione ufficiali. E, tra l’altro, andrebbe probabilmente analizzata la correlazione che c’è tra sfruttamento neocoloniale dell’Occidente (in particolare proprio quello della Francia) nei riguardi dei Paesi africani e mediorientali, con l’origine e lo sviluppo del terrorismo che, negli ultimi anni, colpisce in particolare proprio le città transalpine.

Si tratta di un aspetto che rappresenta la più grande tragedia di cui l’Occidente è principalmente responsabile nei confronti dell’Africa. Un vero e proprio sciacallaggio che sconcerta nella sua silente ordinarietà.

Per ciò che ho potuto constatare l’Africa è un continente sorprendente e pieno di contraddizioni. Il Gabon, come ogni Paese africano, è un microcosmo di ciò che sarebbe possibile se non dilagasse la corruzione, se al potere non ci fossero dittatori, se le potenze internazionali non pensassero ad altro se non a depredare le risorse ambientali ed energetiche. Ritengo che capendo il Gabon e l’Africa avremmo l’opportunità di diventare più preparati nell’affrontare i mutamenti socioculturali e geopolitici che ormai ci interessano quotidianamente.

Estesa come superficie poco meno dell’Italia (260 mila km2) ma con una popolazione poco numerosa, meno di 2 milioni di abitanti, il Gabon è un Paese dell’Africa occidentale ricco di legname pregiato, petrolio, enormi risorse naturali dalla foresta pluviale a un suolo fertilissimo, che potrebbero farne una ricca e prospera nazione anche per via dei pochi abitanti. Eppure non è così.

Le ricchezze del Gabon sono in mano a un’esigua élite di stampo massonico con a capo la famiglia Bongo, che governa il Paese ininterrottamente dal 1964 in seguito alla formale indipendenza dalla Francia. Bongo padre (dal 1964 al 2009), Ali Bongo figlio tuttora al potere. Una dittatura familista in piena regola, legata a vincoli di corruzione e interessi di mantenimento del potere con lo Stato francese.

Il secondo giorno della mia permanenza in Gabon mi sono recato presso la dogana portuale di Owendo, vicino Libreville, accompagnato da un missionario locale. Ovviamente i militari a guardia dell’ingresso non ci hanno autorizzato ad entrare. La dogana viene gestita dal gruppo francese Bolloré, il cui fondatore Vincent Bolloré viene accusato di essere intermediario del neocolonialismo francese e di calpestare i diritti umani dei lavoratori africani. Moltissime delle materie prime importate ed esportate dal continente africano passano attraverso Bolloré. Le merci arrivano nei porti, dove il gruppo gestisce i terminal per i container, e vengono trasferite alla logistica su gomma o su rotaia in tutto il continente.

Dal porto di Libreville vengono esportate enormi quantità di petrolio, manganese, uranio e legname. Mentre, per ciò che concerne le importazioni, tutti i prodotti e le merci provengono dalla Francia. Facile dunque dedurre due particolarità: la prima è che il Gabon dipende finanziariamente (e anche politicamente) dalla Francia, verso cui vengono obbligatoriamente versati gran parte dei ricavi derivanti dalle esportazioni; la seconda, conseguente, è che i prezzi d’acquisto delle merci importate vengono fissati da Bolloré, dunque dalla Francia, che strano a dirsi alza e non di poco i prezzi di immissione della merce giunta in dogana, arrecando l’impossibilità per gran parte della popolazione di potersi permettere l’acquisto di beni di prima necessità.

Qui sotto pubblico alcune foto scattate a Port d’Owendo e altre all’interno della Cittadella della Democrazia, un’area che in passato era centro nevralgico di ambascerie e diplomazia: qui siamo riusciti ad entrare grazie ad un’iniziale svista di uno dei guardiani. Al posto del centro diplomatico il Presidente Ali Bongo vuole far costruire (non si comprende il perché, forse per capriccio personale) un enorme campo di golf. All’interno sono depositati un numero incalcolabile di pullman nuovi, inutilizzati: il padre missionario che mi accompagnava mi ha raccontato che questi servivano l’anno prima per trasportare coloro che si recavano in Gabon per assistere alle partite della Coppa d’Africa, ora invece di utilizzarli per incentivare l’ordinario servizio di trasporto pubblico (del tutto inesistente) e dunque creare vantaggi alla popolazione, vengono lasciati a marcire all’interno di un’area dismessa.

Sempre all’interno dell’area siamo passati davanti a dei container bianchi con scritta UN (Nazioni Unite), quando improvvisamente tre militari armati di macete e mitragliatrice ci hanno fermato e, dopo averci controllato i passaporti, intimato di uscire. Ovviamente non ho ritenuto conveniente fare foto in quel momento…

Di seguito propongo un articolo molto interessante scritto dall’editore Mawuna Remarque Koutonin, che spiega nel dettaglio il rapporto di dipendenza di 14 paesi africani (compreso appunto il Gabon) alla Francia, costretti a pagare la tassa coloniale francese.

Concludo ponendomi questa domanda: come possiamo non considerare la stretta connessione tra i soprusi del colonialismo (e dell’attuale neocolonialismo) perpetrato ai danni di povere popolazioni che ci considerano sfruttatori delle loro terre e delle loro vite, e l’odio alimentato da queste ingiustizie, che ha generato rancore e rabbia, desiderio di vendetta nei confronti di noi “bianchi occidentali”?

 

 

 

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14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale francese

di Mawuna Remarque Koutonin

Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa TraoréInfatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:
  • – Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.
  • – Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
  • – il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

Numero dei Colpi di stato in Africa per paese

Ex colonie francesi
Altri paesi africani
Paese
Numero di colpi di stato
Paese Numero di colpi di stato
Togo 1 Egitto 1
Tunisia 1 Libia 1
Costa d’Avorio 1 Guinea Equatoriale 1
Madagascar 1 Guinea Bissau 2
Rwanda 1 Liberia 2
Algeria 2 Nigeria 3
Congo – RDC 2 Etiopia 3
Mali 2 Uganda 4
Guinea Conakry 2 Sudan 5
SUB-TOTALE 1 13
Congo 3
Ciad 3
Burundi 4
Repubblica centrafricana 4
Niger 4
Mauritania 4
Burkina Faso 5
Comores 5
SUB-TOTAL 2 32
TOTAL (1 + 2) 45 TOTALE 22

Come dimostrano questi numeri, la Francia è abbastanza disperata ma attiva nel tenere sotto controllo le sue colonie, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione.

Nel marzo del 2008, l’ex presidente francese Jacques Chirac disse:

“Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”

Il predecessore di Chirac, François Mitterand già nel 1957 profetizzava che:

“Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo”

Proprio in questo momento mentre scrivo quest’articolo, 14 paesi africani sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi. Finora, 2014, il Togo e altri 13 paesi africani dovranno pagare un debito coloniale alla Francia. I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione.

E’ un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno.

Spesso accusiamo i leader africani di corruzione e di servire gli interessi delle nazioni occidentali, ma c’è una chiara spiegazione per questo comportamento. Si comportano così perché hanno paura di essere uccisi o di restare vittime di un colpo di stato. Vogliono una nazione potente che li difenda in caso di aggressione o di tumulti. Ma, contrariamente alla protezione di una nazione amica, la protezione dell’occidente spesso viene offerta in cambio della rinuncia, da parte di quei leader, di servire il loro stesso popolo e i suoi interessi.

I leader africani lavorerebbero nell’interesse dei loro popoli se non fossero continuamente inseguiti e provocati dai paesi colonialisti.

Nel 1958, spaventato dalle conseguenze di scegliere l’indipendenza dalla Francia, Leopold Sédar Senghor dichiarò: “La scelta del popolo senegalese è l’indipendenza; vogliono che ciò accada in amicizia con la Francia, non in disaccordo.”

Da quel momento in poi la Francia accettò soltanto un’ “indipendenza sulla carta” per le sue colonie, siglando “Accordi di Cooperazione”, specificando la natura delle loro relazioni con la Francia, in particolare i legami con la moneta coloniale francese (il Franco), il sistema educativo francese, le preferenze militari e commerciali.

Qui sotto ci sono le 11 principali componenti del patto di continuazione della colonizzazione dagli anni 50:

 

#1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese

I neo “indipendenti” paesi dovrebbero pagare per l’infrastruttura costruita dalla Francia nel paese durante la colonizzazione.

Devo ancora trovare tutti i dati specifici circa le somme, la valutazione dei benefici della colonizzazione e i termini di pagamento imposti ai paesi africani, ma ci stiamo lavorando (aiutaci con più info).

#2. Confisca automatica delle riserve nazionali

I paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese.

La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.

“La politica monetaria che governa un gruppo di paesi così diversi non è complicato perché, di fatto, è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della CEDEAO [la comunità degli stati dell’Africa occidentale] o del CEMAC [Comunità degli stati dell’Africa centrale]. In base alle clausole dell’accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie estere in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.

Le banche centrali del CFA impongono anche un tappo sul credito esteso ad ogni paese membro equivalente al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Anche se la BEACe la BCEAO hanno un fido bancario col Tesoro francese, i prelievi da quel fido sono soggetti al consenso dello stesso ministero del Tesoro. L’ultima parola spetta al Tesoro francese che ha investito le riserve estere degli stati africani alla borsa di Parigi a proprio nome.

In breve, più dell’ 80% delle riserve valutarie straniere di questi paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, ma non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.

Gli introiti degli investimenti di questi fondi presso il Tesoro francese dovrebbero essere aggiunti al conteggio ma non c’è nessuna notizia che venga fornita al riguardo né alle banche né ai paesi circa i dettagli di questi scambi. Al ristretto gruppo di alti ufficiali del ministero del Tesoro francese che conoscono le cifre detenute negli “operations accounts”, sanno dove vengono investiti questi fondi e se esiste un profitto a partire da quegli investimenti, viene impedito di parlare per comunicare queste informazioni alle banche CFA o alle banche centrali degli stati africani.” Scrive Dr. Gary K. Busch

Si stima che la Francia detenga all’incirca 500 miliardi di monete provenienti dagli stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per combattere chiunque voglia fare luce su questo lato oscuro del vecchio impero.

Gli stati africani non hanno accesso a quel denaro.

La Francia permette loro di accedere soltanto al 15% di quel denaro all’anno. Se avessero bisogno di più, dovrebbero chiedere in prestito una cifra extra dal loro stesso 65% da Tesoro francese a tariffe commerciali.

Per rendere le cose ancora peggiori, la Francia impone un cappio sull’ammontare di denaro che i paesi possono chiedere in prestito da quella riserva. Il cappio è fissato al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Se i paesi volessero prestare più del 20% dei loro stessi soldi, la Francia ha diritto di veto.

L’ex presidente francese Jacques Chirac ha detto recentemente qualcosa circa i soldi delle nazioni africane detenuti nelle banche francesi. Questo qui sotto è un video in cui parla dello schema di sfruttamento francese. Parla in francese, ma questo è un piccolo sunto: “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano.”

 

#3. Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel paese

La Francia ha il primo diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovate nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo un “Non sono interessata” della Francia, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.

#4. Priorità agli interessi francesi e alle società negli appalti pubblici

Nei contratti governativi, le società francesi devono essere prese in considerazione per prime e solo dopo questi paesi possono guardare altrove. Non importa se i paesi africani possono ottenere un miglior servizio ad un prezzo migliore altrove.

Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti utilities – acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura.

Infine, come ho scritto in un precedente articolo, Africans now Live On A Continent Owned by Europeans! [Gli africani ora vivono in un continente di proprietà degli europei !]

#5. Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del paese

Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi.

La situazione nel continente adesso è che la Francia ha formato centinaia, anche migliaia di traditori e li foraggia. Restano dormienti quando non c’è bisogno di loro, e vengono riattivati quando è necessario un colpo di stato o per qualsiasi altro scopo!

#6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel paese per difendere i propri interessi

In base a qualcosa chiamato “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani e anche di stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi militari in quei paesi, gestiti interamente dai francesi.

Basi militari francesi in Africa

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Quando il presidente Laurent Gbagbo della Costa d’Avorio cercò di porre fine allo sfruttamento francese del paese, la Francia ha organizzato un colpo di stato. Durante il lungo processo per estromettere Gbagbo, i carri armati francesi, gli elicotteri d’attacco e le forze speciali intervennero direttamente nel conflitto sparando sui civili e uccidendone molti.

Per aggiungere gli insulti alle ingiurie, la Francia stima che la business community francese abbia perso diversi milioni di dollari quando, nella fretta di abbandonare Abidjan nel 2006, l’esercito francese massacrò 65 civili disarmati, ferendone altri 1200.

Dopo il successo della Francia con il colpo di stato, e il trasferimento di poteri ad Alassane Outtara, la Francia ha chiesto al governo Ouattara di pagare un compenso alla business community francese per le perdite durante la guerra civile.

Il governo Ouattara, infatti, pagò il doppio delle perdite dichiarate mentre scappavano.

#7. Obbligo di dichiarare il francese lingua ufficiale del paese e lingua del sistema educativo

Oui, Monsieur. Vous devez parlez français, la langue de Molière! [, signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière!]

Un’organizzazione per la diffusione della lingua e della cultura francese chiamata “Francophonie” è stata creata con diverse organizzazioni satellite e affiliati supervisionati dal Ministero degli esteri francese.

Come dimostrato in quest’articolo, se il francese è l’unica lingua che parli, hai accesso al solo 4% dell’umanità, del sapere e delle idee. Molto limitante.

#8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA

Questa è la vera mucca d’oro della Francia, tuttavia è un sistema talmente malefico che finanche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta all’incirca 500 miliardi di dollari africani nelle sue casse.

Durante l’introduzione dell’Euro in Europa, altri paesi europei scoprirono il sistema di sfruttamento francese. Molti, soprattutto i paesi nordici, furono disgustati e suggerirono che la Francia abbandoni quel sistema. Senza successo.

#9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve

Senza report, niente soldi.

In ogni caso il ministero della Banche centrali delle ex colonie, e il ministero dell’incontro biennale dei ministri delle finanze delle ex colonie è controllato dalla Banca Centrale francese/Ministero del Tesoro.

#10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia

I paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. La maggior parte dei paesi ha solo alleanze militari con gli ex colonizzatori! (divertente, ma si può fare di meglio!).

Nel caso delle ex colonie francesi, la Francia proibisce loro di cercare altre alleanze militari eccetto quelle che vengono offerte loro.

#11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali

Più di un milione di soldati africani hanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Il loro contributo è spesso ignorato o minimizzato, ma se si pensa che alla Germania furono sufficienti solo 6 settimane per sconfiggere la Francia nel 1940, quest’ultima sa che gli africani potrebbero essere utili per combattere per la “Grandeur de la France” in futuro.

C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa.

Primo, la Francia è molto dedita al saccheggio e allo sfruttamento dell’Africa sin dai tempi della schiavitù. Poi c’è questa mancanza di creatività e di immaginazione dell’elite francese a pensare oltre i confini del passato e della tradizione.

Infine, la Francia ha 2 istituzioni che sono completamente congelate nel passato, abitate da “haut fonctionnaires” paranoici e psicopatici che diffondono la paura dell’apocalisse se la Francia cambiasse, e il cui riferimento ideologico deriva dal romanticismo del 19° secolo: sono il Ministero delle Finanze e del Budget della Francia e il Ministero degli Affari esteri della Francia.

Queste 2 istituzioni non solo sono una minaccia per l’Africa ma anche per gli stessi francesi.

Tocca a noi africani liberarci, senza chiedere permesso, perché ancora non riesco a capire, per esempio, come possano 450 soldati francesi in Costa d’Avorio controllare una popolazione di 20 milioni di persone!?

La prima reazione della gente subito dopo aver saputo della tassa coloniale francese consiste in una domanda: “Fino a quando?”

Per paragone storico, la Francia ha costretto Haiti a pagare l’equivalente odierno di $21 miliardi dal 1804 al 1947 (quasi un secolo e mezzo) per le perdite subite dai commercianti di schiavi francesi dall’abolizione della schiavitù e la liberazione degli schiavi haitiani.

I paesi africani stanno pagando la tassa coloniale solo negli ultimi 50 anni, perciò penso che manchi un secolo di pagamenti!

di Mawuna Remarque KOUTONIN

Fonte: siliconafrica.com

http://www.africanews.it/14-paesi-africani-costretti-a-pagare-tassa-coloniale-francese/

Viaggio in Gabon. Lebve le we #Africa!

Nella lingua originaria “obambà” lebve le we significa grazie.

Dopo quasi tre settimane di permanenza in Gabon le riflessioni che ne scaturiscono sono tantissime e, molte di esse, ancora difficili da rileggere. Ci vuole tempo, quel tempo che in Africa si trasforma, si dilata e non sei più tu a doverlo rincorrere, ma ti accompagna perché ti abitui a sentirti come avvolto e custodito dai battiti naturali che legano cielo e terra.

Perché in Africa il tempo è un dono e non va tenuto per sé, bisogna condividerlo insieme agli altri. Ecco perché il tempo sembra moltiplicarsi: si dice infatti che una giornata in Africa vale due vissute in Occidente.

Per spiegare che cos’è per me l’Africa nella sua essenza mi viene in mente un episodio nel corso del viaggio d’andata in aereo: una donna senegalese seduta accanto a me e indaffarata con uno dei suoi due bambini, non sapendo come fare con l’altro più piccolo che dormiva me l’ha messo in braccio. Per me l’Africa significa fiducia nell’uomo, fede in Dio e nella sua provvidenza, speranza nonostante i suoi tanti problemi, tempo dilatato e donato che diventa vita.

Che cosa resta dunque, a distanza di qualche giorno dal mio ritorno in Italia, di questo viaggio, degli incontri, dei volti e del tempo trascorso? Cercherò in questo e nei prossimi articoli di raccontare l’esperienza di questo viaggio separandola tra diverse argomentazioni, con pubblicazioni di foto e video. Ci sarà modo nei prossimi articoli di descrivere altri contesti, come quello religioso delle missioni e dei tanti meravigliosi missionari sacerdoti e suore incontrati, politico (intreccio tra indipendenza del Gabon e neocolonialismo francese, soprattutto di carattere economico e finanziario) e socio culturale (vita nelle città e nei villaggi, condizione di scuole pubbliche e ospedali).

Intanto voglio esprimere il mio grazie per quanto ricevuto dall’Africa e dalle tante splendide persone incontrate e conosciute, che mi hanno fatto sempre sentire a casa.

Lebve le we Africa!!!

 

 

Anni fa un missionario tedesco in Gabon si lamentava della calma e del continuo ritardo dei suoi confratelli africani.
Dinanzi all’ennesima lamentela del tedesco un congolese gli disse:
“Voi occidentali avete gli orologi, noi abbiamo il tempo.”

 

 

foto Gabon

«È possibile spiegare tutto, senza nulla comprendere»

 

Come sosteneva profeticamente Karl Jaspers «È possibile spiegare tutto, senza nulla comprendere»

Oggi sta accadendo proprio così; anche l’utilizzo della libertà è uno strumento per manipolare le menti e instaurare la dittatura del desiderio indotto.

La scarsa memoria del popolo e il suo controllo sono la forza di quel pensiero unico chiamato consumismo capitalista. Come cantava Giorgio Gaber all’inizio del nuovo millennio non ci sono più differenze tra destra e sinistra. Ma anche in generale è diventato così. Il consumismo capitalista vuole controllare le coscienze, cercando persino di cancellarle. Esso sradica il concetto di popolo, creando nel tempo l’omologazione culturale. Siamo diventati uomini soli e infelici, col bisogno compulsivo di soddisfare i nostri sacrosanti “diritti individuali”. Abbiamo perso il senso profondo della parola “insieme”.

Il pensiero unico aspira alla creazione di una società da catalogare e omologare alle sue logiche totalizzanti. Una società che annulli le differenze massificando gli individui. E i diritti individuali sostituiscono di conseguenza quelli sociali. Nella logica del desiderio il capitalismo attira a sé l’individuo, relegandolo a semplice numero. E così l’essere umano perde la sua libertà, restando inscindibilmente soggiogato al potere. Quello che conta è la sua funzionalità. Una volta ritenuto ingombrante l’essere umano viene definitivamente scartato.

Il capitalismo ha come scopo quello di omologare “feticci d’identità”, certamente più malleabili, eliminando il valore identitario dell’individuo,  Nella mancanza del proprio sé identitario questa ideologia totalitaria crea e plasma il nuovo consumatore, facendolo diventare merce. Qualsiasi cosa diventa fluttuante, relativa, provvisoria. Non esistono più né passato né futuro; ciò che conta è l’illusoria soddisfazione del presente. Dietro le logiche buoniste del politicamente corretto il capitalismo ha un’unica finalità, quella di renderci suoi schiavi.

Viviamo tempi di grande irrazionalità e schiavitù in un’epoca che si professa paladina della ragione e della libertà. 

Pensiero-unico

 

Presentazione del libro “La Piuma tra Cielo e Terra” al Centro Civico di Segrate, 14 luglio 2017.

Ringrazio di vero cuore Roberto Spoldi, il Comune di Segrate e l’associazione “D come Donna” per la riuscita presentazione del mio libro “La Piuma tra Cielo e Terra”.

Grazie a Noemi Bigarella per le letture sublimi di alcuni estratti.

Una bellissima serata, piena di emozione, stupore e bellezza, dove c’è stata anche l’occasione di celebrare una storia, quella dei martiri di Soruc, di cui tratto nel libro.

Il 21 luglio 2015 una giovane donna kamikaze su mandato dell’Isis e con la complicità del governo turco, entrando in un centro culturale di Soruc in Turchia, si è fatta saltare in aria, causando la morte di 32 attivisti curdi e turchi (oltre al ferimento di altri cento) che avevano come unico scopo quello di superare il confine tra Turchia e Siria, per portare beni di prima necessità e giocattoli a Kobane, città siriana da qualche mese liberata dall’Isis, nel tentativo di ricostruire la pace.

Dedico a ognuno di loro la gioia di questa grande soddisfazione personale.

foto intervista La Piuma (1)foto intervista La Piuma (2)foto intervista La Piuma (3)Foto post intervista

E allora che fare? Non resta che camminare con coraggio in equilibrio sul filo, come un funambolo, pur rischiando di cadere nel vuoto.

Il Cammino di Santiago mi ha insegnato a restare appeso su quel filo, andando avanti un passo alla volta, depurando il cuore e la mente dalle ansie di dover volgere verso l’una o l’altra parte, percependo ogni passo con la speranza di trovare la mia identità e il senso del mio essere.

Camminare su un filo non significa cercare il compromesso con se stessi. Il funambolo sa che il suo percorso è unico e irripetibile, è anticonformista per natura e non accetta comode e applaudite mediazioni. Proprio per questo è consapevole che, per diventare più leggero, dovrà accettare di percorrere anche la via della sofferenza. Ma questa gli plasmerà il cuore donandogli la vera libertà.

Perché soltanto imparando a camminare sul filo può definitivamente spogliarsi delle sue barriere e degli antichi schemi mentali che, per la paura di cadere nel vuoto, ne hanno frenato il passo.

Il funambolo sa che il vero equilibrio è dato dal movimento, e non dall’immobilità.

Camminare su quel filo significa lasciarsi condurre verso nuovi itinerari, lungo spazi di libertà dove le persone possano incontrarsi per quello che sono, senza fardelli o dispiegamenti di armi. Scegliendo di agire in funzione di un bene comune che vada oltre le logiche egoiste di parte.

Utopia? Forse, ma per questo qualcuno ha donato la propria vita.

Camminare su quel filo significa, per esempio, operare come i trentadue ragazzi di Suruç, città a maggioranza curda nel sudest della Turchia, al confine con la Siria. Erano volontari della Federazione delle associazioni dei giovani socialisti, e volevano aiutare a ricostruire Kobane, città siriana a maggioranza curda distante solo una decina di chilometri da Suruç. Assediata dallo Stato islamico nell’autunno del 2014, essa era poi stata riconquistata dai combattenti dell’Ypg, le unità di protezione del popolo curdo, che ne avevano eroicamente respinto l’avanzata.

Ricostruire Kobane significava facilitare il ritorno dei duecentomila rifugiati, precedentemente fuggiti in Turchia dalle orde dei combattenti dell’Isis. Significava mettersi in prima linea per abbattere i muri dell’odio, facendo rinascere la vita e la speranza di un futuro migliore.

Quei ragazzi avevano un sogno, insomma: costruire ponti di pace tra Turchia e Siria.

Ma il 20 luglio 2015 un attacco suicida dello Stato islamico, probabilmente per mano di una ragazza di diciotto anni, li ha uccisi tutti, causando anche il ferimento di altre circa cento persone.

La vendetta dell’Isis nei confronti di Kobane si è scagliata contro un gruppo di giovani inermi, fautori di un mondo nuovo.

Per loro Gesù ha detto: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Estratto de “La Piuma tra Cielo e Terra”

La vera libertà

donna carcere

 

Col tuo corpo non puoi fisicamente uscire,
ma i tuoi occhi hanno imparato a guardare oltre le mura,
le sbarre e l’odore metallico della tua prigione.
Nell’immensità della tua anima esiste un mondo
che può essere compreso solo da chi cerca 
la verità dentro di sé.
Uscendo fuori di sé.
Abituata al silenzio della tua cella
hai percepito che quello che più conta della vita
è cercare l’essenziale.
Fuori dalla finestra del tuo cuore si affaccia
l’assoluta bellezza che trasforma tutte le cose;
le sei andata incontro e hai avuto in dono
una carezza d’infinito.
Una carezza che ti proteggerà per sempre.
E nel guardarti stamattina,
contemplando i tuoi occhi
che fissavano ciò che è invisibile ad occhio umano,
ho compreso che tu sei
un dono prezioso e meraviglioso.
Sei il riflesso di luce di quella bellezza,
chiamata libertà.

 

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Verso Nuovi Orizzonti…

Cielo e terra si congiungevano come in un abbraccio…

Quale pace si respirava… Affiorava nel mio cuore un misto di gioia e malinconia. Osservavo la meraviglia del panorama dinanzi alla mia piccolezza, e nutrivo un sentimento di fiducia mai avvertito prima.

Ma anche di tristezza.

Chiusi gli occhi, inebriato dal desiderio di infinito, e subito mi rattristai per la miseria della condizione umana.

L’infinito – ciò che l’uomo mai avrebbe potuto raggiungere – aveva attraversato i meandri del mio cuore, e già ne provavo nostalgia.

Giungendo al termine del viaggio mi accorsi di aver ricevuto come dono un cuore ardente di eternità.

Scrutai l’orizzonte come per cercarne il punto più estremo, ma avvertii che quella fine rispondeva al bisogno di un nuovo inizio.

Era come una scintilla d’infinito.

Estratto da “La Piuma tra cielo e terra”

Foto Nuovi Orizzonti