Viaggio in Gabon. Lebve le we #Africa!

Nella lingua originaria “obambà” lebve le we significa grazie.

Dopo quasi tre settimane di permanenza in Gabon le riflessioni che ne scaturiscono sono tantissime e, molte di esse, ancora difficili da rileggere. Ci vuole tempo, quel tempo che in Africa si trasforma, si dilata e non sei più tu a doverlo rincorrere, ma ti accompagna perché ti abitui a sentirti come avvolto e custodito dai battiti naturali che legano cielo e terra.

Perché in Africa il tempo è un dono e non va tenuto per sé, bisogna condividerlo insieme agli altri. Ecco perché il tempo sembra moltiplicarsi: si dice infatti che una giornata in Africa vale due vissute in Occidente.

Per spiegare che cos’è per me l’Africa nella sua essenza mi viene in mente un episodio nel corso del viaggio d’andata in aereo: una donna senegalese seduta accanto a me e indaffarata con uno dei suoi due bambini, non sapendo come fare con l’altro più piccolo che dormiva me l’ha messo in braccio. Per me l’Africa significa fiducia nell’uomo, fede in Dio e nella sua provvidenza, speranza nonostante i suoi tanti problemi, tempo dilatato e donato che diventa vita.

Che cosa resta dunque, a distanza di qualche giorno dal mio ritorno in Italia, di questo viaggio, degli incontri, dei volti e del tempo trascorso? Cercherò in questo e nei prossimi articoli di raccontare l’esperienza di questo viaggio separandola tra diverse argomentazioni, con pubblicazioni di foto e video. Ci sarà modo nei prossimi articoli di descrivere altri contesti, come quello religioso delle missioni e dei tanti meravigliosi missionari sacerdoti e suore incontrati, politico (intreccio tra indipendenza del Gabon e neocolonialismo francese, soprattutto di carattere economico e finanziario) e socio culturale (vita nelle città e nei villaggi, condizione di scuole pubbliche e ospedali).

Intanto voglio esprimere il mio grazie per quanto ricevuto dall’Africa e dalle tante splendide persone incontrate e conosciute, che mi hanno fatto sempre sentire a casa.

Lebve le we Africa!!!

 

 

Anni fa un missionario tedesco in Gabon si lamentava della calma e del continuo ritardo dei suoi confratelli africani.
Dinanzi all’ennesima lamentela del tedesco un congolese gli disse:
“Voi occidentali avete gli orologi, noi abbiamo il tempo.”

 

 

foto Gabon

«È possibile spiegare tutto, senza nulla comprendere»

 

Come sosteneva profeticamente Karl Jaspers «È possibile spiegare tutto, senza nulla comprendere»

Oggi sta accadendo proprio così; anche l’utilizzo della libertà è uno strumento per manipolare le menti e instaurare la dittatura del desiderio indotto.

La scarsa memoria del popolo e il suo controllo sono la forza di quel pensiero unico chiamato consumismo capitalista. Come cantava Giorgio Gaber all’inizio del nuovo millennio non ci sono più differenze tra destra e sinistra. Ma anche in generale è diventato così. Il consumismo capitalista vuole controllare le coscienze, cercando persino di cancellarle. Esso sradica il concetto di popolo, creando nel tempo l’omologazione culturale. Siamo diventati uomini soli e infelici, col bisogno compulsivo di soddisfare i nostri sacrosanti “diritti individuali”. Abbiamo perso il senso profondo della parola “insieme”.

Il pensiero unico aspira alla creazione di una società da catalogare e omologare alle sue logiche totalizzanti. Una società che annulli le differenze massificando gli individui. E i diritti individuali sostituiscono di conseguenza quelli sociali. Nella logica del desiderio il capitalismo attira a sé l’individuo, relegandolo a semplice numero. E così l’essere umano perde la sua libertà, restando inscindibilmente soggiogato al potere. Quello che conta è la sua funzionalità. Una volta ritenuto ingombrante l’essere umano viene definitivamente scartato.

Il capitalismo ha come scopo quello di omologare “feticci d’identità”, certamente più malleabili, eliminando il valore identitario dell’individuo,  Nella mancanza del proprio sé identitario questa ideologia totalitaria crea e plasma il nuovo consumatore, facendolo diventare merce. Qualsiasi cosa diventa fluttuante, relativa, provvisoria. Non esistono più né passato né futuro; ciò che conta è l’illusoria soddisfazione del presente. Dietro le logiche buoniste del politicamente corretto il capitalismo ha un’unica finalità, quella di renderci suoi schiavi.

Viviamo tempi di grande irrazionalità e schiavitù in un’epoca che si professa paladina della ragione e della libertà. 

Pensiero-unico

 

Presentazione del libro “La Piuma tra Cielo e Terra” al Centro Civico di Segrate, 14 luglio 2017.

Ringrazio di vero cuore Roberto Spoldi, il Comune di Segrate e l’associazione “D come Donna” per la riuscita presentazione del mio libro “La Piuma tra Cielo e Terra”.

Grazie a Noemi Bigarella per le letture sublimi di alcuni estratti.

Una bellissima serata, piena di emozione, stupore e bellezza, dove c’è stata anche l’occasione di celebrare una storia, quella dei martiri di Soruc, di cui tratto nel libro.

Il 21 luglio 2015 una giovane donna kamikaze su mandato dell’Isis e con la complicità del governo turco, entrando in un centro culturale di Soruc in Turchia, si è fatta saltare in aria, causando la morte di 32 attivisti curdi e turchi (oltre al ferimento di altri cento) che avevano come unico scopo quello di superare il confine tra Turchia e Siria, per portare beni di prima necessità e giocattoli a Kobane, città siriana da qualche mese liberata dall’Isis, nel tentativo di ricostruire la pace.

Dedico a ognuno di loro la gioia di questa grande soddisfazione personale.

foto intervista La Piuma (1)foto intervista La Piuma (2)foto intervista La Piuma (3)Foto post intervista

E allora che fare? Non resta che camminare con coraggio in equilibrio sul filo, come un funambolo, pur rischiando di cadere nel vuoto.

Il Cammino di Santiago mi ha insegnato a restare appeso su quel filo, andando avanti un passo alla volta, depurando il cuore e la mente dalle ansie di dover volgere verso l’una o l’altra parte, percependo ogni passo con la speranza di trovare la mia identità e il senso del mio essere.

Camminare su un filo non significa cercare il compromesso con se stessi. Il funambolo sa che il suo percorso è unico e irripetibile, è anticonformista per natura e non accetta comode e applaudite mediazioni. Proprio per questo è consapevole che, per diventare più leggero, dovrà accettare di percorrere anche la via della sofferenza. Ma questa gli plasmerà il cuore donandogli la vera libertà.

Perché soltanto imparando a camminare sul filo può definitivamente spogliarsi delle sue barriere e degli antichi schemi mentali che, per la paura di cadere nel vuoto, ne hanno frenato il passo.

Il funambolo sa che il vero equilibrio è dato dal movimento, e non dall’immobilità.

Camminare su quel filo significa lasciarsi condurre verso nuovi itinerari, lungo spazi di libertà dove le persone possano incontrarsi per quello che sono, senza fardelli o dispiegamenti di armi. Scegliendo di agire in funzione di un bene comune che vada oltre le logiche egoiste di parte.

Utopia? Forse, ma per questo qualcuno ha donato la propria vita.

Camminare su quel filo significa, per esempio, operare come i trentadue ragazzi di Suruç, città a maggioranza curda nel sudest della Turchia, al confine con la Siria. Erano volontari della Federazione delle associazioni dei giovani socialisti, e volevano aiutare a ricostruire Kobane, città siriana a maggioranza curda distante solo una decina di chilometri da Suruç. Assediata dallo Stato islamico nell’autunno del 2014, essa era poi stata riconquistata dai combattenti dell’Ypg, le unità di protezione del popolo curdo, che ne avevano eroicamente respinto l’avanzata.

Ricostruire Kobane significava facilitare il ritorno dei duecentomila rifugiati, precedentemente fuggiti in Turchia dalle orde dei combattenti dell’Isis. Significava mettersi in prima linea per abbattere i muri dell’odio, facendo rinascere la vita e la speranza di un futuro migliore.

Quei ragazzi avevano un sogno, insomma: costruire ponti di pace tra Turchia e Siria.

Ma il 20 luglio 2015 un attacco suicida dello Stato islamico, probabilmente per mano di una ragazza di diciotto anni, li ha uccisi tutti, causando anche il ferimento di altre circa cento persone.

La vendetta dell’Isis nei confronti di Kobane si è scagliata contro un gruppo di giovani inermi, fautori di un mondo nuovo.

Per loro Gesù ha detto: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Estratto de “La Piuma tra Cielo e Terra”

La vera libertà

donna carcere

 

Col tuo corpo non puoi fisicamente uscire,
ma i tuoi occhi hanno imparato a guardare oltre le mura,
le sbarre e l’odore metallico della tua prigione.
Nell’immensità della tua anima esiste un mondo
che può essere compreso solo da chi cerca 
la verità dentro di sé.
Uscendo fuori di sé.
Abituata al silenzio della tua cella
hai percepito che quello che più conta della vita
è cercare l’essenziale.
Fuori dalla finestra del tuo cuore si affaccia
l’assoluta bellezza che trasforma tutte le cose;
le sei andata incontro e hai avuto in dono
una carezza d’infinito.
Una carezza che ti proteggerà per sempre.
E nel guardarti stamattina,
contemplando i tuoi occhi
che fissavano ciò che è invisibile ad occhio umano,
ho compreso che tu sei
un dono prezioso e meraviglioso.
Sei il riflesso di luce di quella bellezza,
chiamata libertà.

 

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Verso Nuovi Orizzonti…

Cielo e terra si congiungevano come in un abbraccio…

Quale pace si respirava… Affiorava nel mio cuore un misto di gioia e malinconia. Osservavo la meraviglia del panorama dinanzi alla mia piccolezza, e nutrivo un sentimento di fiducia mai avvertito prima.

Ma anche di tristezza.

Chiusi gli occhi, inebriato dal desiderio di infinito, e subito mi rattristai per la miseria della condizione umana.

L’infinito – ciò che l’uomo mai avrebbe potuto raggiungere – aveva attraversato i meandri del mio cuore, e già ne provavo nostalgia.

Giungendo al termine del viaggio mi accorsi di aver ricevuto come dono un cuore ardente di eternità.

Scrutai l’orizzonte come per cercarne il punto più estremo, ma avvertii che quella fine rispondeva al bisogno di un nuovo inizio.

Era come una scintilla d’infinito.

Estratto da “La Piuma tra cielo e terra”

Foto Nuovi Orizzonti